martedì, 25 marzo 2008

Tutta la vita davanti 

ISABELLA RAGONESE (Marta) 

“Come è arrivata al ruolo di protagonista di questo film?”

“Un assistente di Paolo Virzì mi aveva segnalato a lui dopo avermi visto recitare a teatro un ruolo brillante in una commedia, ha pensato che potessi essere credibile nel lato comico del personaggio. Ho fatto un primo colloquio con Paolo, non sapevo niente della storia e quando lui mi ha chiesto come mai pur recitando da tempo abitassi ancora a Palermo ho risposto che volevo tentare di terminare gli studi universitari in filosofia: ho visto allora nei suoi occhi un’espressione un po’ particolare di felice sorpresa, ma non potevo immaginare  che il personaggio da interpretare sarebbe stato proprio quello di una laureata in filosofia.. In seguito lui mi ha detto di avere deciso di scegliermi quasi subito ma dopo questo primo incontro è cominciata la trafila dei provini, tre o quattro, credo, che lui dice di aver voluto per testare la mia forza di volontà e la mia sicurezza...”  

“Ha sentito che Marta era simile a lei in qualcosa?”

“Si, anche se nella finzione non arrivava da Palermo ma dalla Toscana. Paolo mi chiedeva quale sarebbe stata l’attitudine di una ragazza fuori sede palermitana, isolana, che si trova alle prese con una metropoli, in continente, e abbiamo cominciato così una specie di riscrittura comune del linguaggio del personaggio. Ricordo queste passeggiate con Paolo che mi faceva delle domande in maniera molto naturale, non ci siamo messi mai a tavolino a discutere, ma spesso lui mi mandava un messaggio con un aggettivo che definiva meglio Marta, una figura che forse nella pagina scritta era un po’ troppo idealistica ed eterea, un genio fatto solo di testa: abbiamo lavorato quindi per darle un corpo..” 

“Che rapporto si è creato sul set con gli altri personaggi e con gli attori he li interpretano?”

“Mentre giravo pensavo che nel corso della storia era come se Marta si sottopone a vari incontri, a vari round di pugilato con le diverse persone che incontra: incassa colpo su colpo e sembra che stia perdendo la partita, ma poi è lei a vincere quella finale. Uscendo dall’Università Marta ha allenato il cervello più che il cuore, i sentimenti e l’emotività e quando incontra quello strano “animale” che è Sonia, interpretato perfettamente da Micaela Ramazzotti, non tenta di capirlo razionalmente perchè quello è il primo incontro emotivo della sua vita nuova, della vita che ha davanti. Con Micaela da subito ho sentito grande sintonia, pur nell’assoluta stonatura dei nostri toni, era come se suonassimo due strumenti diversi che però stranamente si potevano conciliare. Anche il “Lucio 2” interpretato da Elio Germano fa parte di questo discorso, del mondo nuovo che Marta scopre. Pur avendo scelto un’altra strada rispetto a lei è comunque un suo coetaneo e lei lo sceglie tra tutti non solo perché è il venditore a lei abbinato ma anche perché sente immediatamente per lui la stessa cosa che avverte per Sonia, un affetto inspiegabile che non passa dalla testa, a livello intellettuale, ma è soprattutto emotivo: per lui prova una tenerezza estrema, fino a concederglisi, in tutti i sensi. Per quanto riguarda il personaggio di Daniela interpretato dalla Ferilli ho pensato subito che fosse il rapporto su cui si doveva lavorare di più, quello tra due donne di due generazioni diverse, che si mettono a confronto e si specchiano l’una con l’altra. Marta è la preferita di Daniela, che la inquadra subito come una persona speciale che potrebbe anche diventarle amica, ma poi alla fine questo rapporto si va a rompere per colpa di una relazione con il manager interpretato da Ghini, che per Marta rappresenta l’emblema della Multiple, il capo, l’unico che dà lavoro ai giovani e che forse è anche in buona fede: il film non giudica le persone ma la follia collettiva che ha contagiato un po’ tutti per cui una persona del genere si convince che offrendo un lavoro simile stia dando veramente una grande occasione ai giovani e che lui è a suo modo un benefattore...” 

“Che idea si è fatta del contesto sociale che viene raccontato?”

“Non credo che la nostra sia una storia sui call center perchè della vita racconta anche vari aspetti diversi di questa 24enne  Infatti il lavoro diventa qualcosa di totalizzante, che investe tutti gli altri settori perché se tu non hai una sicurezza lavorativa anche gli affetti e i rapporti con gli altri sono instabili e quindi credo che il lavoro flessibile, il fatto di poter lavorare tutti e poter lavorare meno, sia sicuramente qualcosa che non va demonizzata in assoluto ma che invece nell’ambito di questa flessibilità sia assurda la mancanza di sicurezze e di una rete protettiva di diritti. Il film racconta bene come anche l’idea diffusa per cui si lavora meno è un po’ un bluff perché è una vita comunque totalizzante: un operatore di un call center o comunque un lavoratore precario è impegnato magari per poche ore, poi torna a casa e deve fare mille altri lavoretti, (come Marta che fa anche la baby-sitter) e magari viene continuamente “bombardato” dai messaggi dei suoi capi che gli invadono completamente la vita: l’eventuale vantaggio di poter fare tante altre cose è un equivoco, in realtà non è assolutamente così... “ 
 

SABRINA FERILLI (Daniela) 

“Con quale atteggiamento si è accostata a questo film?”

“Quando ho letto questo copione per la prima volta ho sentito che c’era una vibrazione particolare che non era legata soltanto al racconto di alcuni personaggi ma a qualcosa in più, ho avuto l’impressione di leggere un libro, mi è sembrata una bella pagina di letteratura. Il mio personaggio, Daniela, è la direttrice del call center che gestisce il gruppo delle ragazze protagoniste della nostra storia: essendo la più grande di tutte loro apparentemente sembra la più forte ma si rivela un punto di riferimento del niente e sul niente e quindi condivide la sorte della giovane protagonista e delle altre ragazze: forse è stata solo “incastrata” in quel contesto prima delle altre e forse, paradossalmente, tra loro  è la più debole di tutte”. Se non fosse stato Paolo Virzì penso che difficilmente avrei accettato questo ruolo che segna per me un’inversione di tendenza assoluta essendo l’antitesi esatta dei caratteri che ho interpretato finora sempre tutti molto positivi, eroine coraggiose, leali, senza dubbi e senza macchie. Con Paolo mi sento sicura, mi sento una sua creatura perchè è la persona che mi ha dato alla luce nel mondo dello spettacolo grazie al bellissimo ruolo pensato per me nel suo primo film, “La bella vita”. In questa nuova occasione lui mi ha subito tranquillizzato rassicurandomi sul fatto che ero ancora una volta nelle mani giuste e che  avrei potuto affrontare al meglio questo passaggio. I personaggi di Virzì non sono mai cattivi, la loro caratteristica vincente è che sono sempre pieni di poesia e di sentimento e quindi difficilmente aridi: sono persone estremamente pulite anche quelle che possiamo definire in maniera semplicistica i “cattivi”, che lui racconta ed analizza sempre da un punto di vista prima che si “macchino”.

“Sente questa donna in qualche modo vicina o si tratta solo di un involucro da riempire con la sua umanità?”

“Per un attore c’è una diversa stagione per tutto e Daniela è un personaggio molto ricco e “pieno” di cui mi sono innamorata subito. Mi piace pensare che per interpretarla io abbia un pò attinto per il suo tipo di durezza e quel carattere fermo e un po’ “metallico”, ai personaggi sempre piuttosto crudeli ma anche patetici e ricchi di pathos interpretati spesso da un’attrice a me molto cara come Joan Crawford. Oggi certi personaggi portano naturalmente dentro un po’ il disagio, la paura e l’insicurezza, tutte cose che quando ero più giovane non sentivo. Man mano che gli anni passano si dice che si diventa più saggi e quindi anche più lucidi e forti ma per me invece con l’età che avanza ci si indebolisce, ci si confonde anche un po’. Daniela rappresenta tutto questo, e in un certo senso mi ha fatto anche un po’ da “amica del cuore”. Attraverso lei ho avuto meno paura di tirare fuori tanti dubbi e anche diverse incapacità e credo che questo mio personaggio viva esattamente come lo vive Sabrina Ferilli oggi. 

“Si può dire che Daniela sia una donna dedita al culto dell’apparenza perchè spaventata dal confronto con la vita reale?”

“Virzì è il più ricettivo tra i registi italiani, uno dei pochi oggi, forse l’unico che mi viene in mente, in grado di raccontare la vita per quella che è e non per quella che appare. Tutti noi ci raccontiamo una vita e la facciamo ma non è detto che visti ed analizzati prima di uscire di casa siamo veramente così. A Virzì piace raccontare proprio il momento prima della soglia di casa e quello subito dopo, il dentro e fuori l’uscio ed il suo è un compito molto difficile ma sicuramente estremamente interessante. Questo film è il manifesto di questo passaggio e la porta di casa simbolicamente rappresenta questo contesto contemporaneo. Daniela, ad esempio, si veste come tante arrampicatrici sociali di oggi, è una ragazza piuttosto rampante che si vede molto bella e molto seduttiva e probabilmente non lo è. Rispetto al passato la cosa sorprendente del momento storico che viviamo è che anche quelli che sono pieni di problemi sono sempre carichi di griffe, oggetti firmati e vestiti costosissimi e questo è un altro controsenso terribile e crudele, per cui anche un “disgraziato” può arrivare ad avere un marchio importante da esibire però muore di fame lo stesso... Quello che più mi ha colpito in questo film è che questi ragazzi sono attanagliati non solo dalla difficoltà di lavorare, ma dalla pressione costante che viene fatta su di loro affinché non pensino con la loro testa ma si allineino in una fila disciplinata gestita non si sa bene da chi e per conto di chi. Ecco questo è pericoloso esattamente come la difficoltà oggi a trovare lavoro: tutto sommato la precarietà ci può anche essere, ma che non sia una precarietà mentale che escluda la riflessione e l’impegno. 

“Come si è trovata a recitare ancora una volta accanto a Massimo Ghini?”

“Massimo è l’attore più generoso con cui abbia mai lavorato fino ad ora, è un interprete di razze e una persona perbene, e credo che questo venga fuori. Può permettersi, infatti, di recitare tanti ruoli da “cattivo” rimanendo però un tipo tenero, uno che comunque anche rispetto ai personaggi più antipatici si porta dietro il consenso della gente. È stato molto emozionante rivederlo insieme a Paolo sul set anche perchè penso che questo film sia un po’ il proseguimento –consapevole o meno- del nostro “La bella vita” , raccontato dopo 10, 15 anni con una società che cambia, con delle caratteristiche umane diverse, ma esattamente con gli stessi volti dell’umanità”. 
 

MASSIMO GHINI (Claudio) 

“Ricercando le radici del Claudio che interpreto in “Tutta la vita davanti” è facile pensare al personaggio che avevo interpretato per Paolo Virzi’ nel 1994 per la sua opera prima, “La bella vita”. Gerry Fumo. All’inizio di quel film io e Paolo ci dicemmo che doveva essere una specie di “Ultimo dei mohicani”,  l’ultimo figlio degli anni 80, uno pseudo vincente che aveva una base estremamente disperata e che dietro il suo aspetto ed il suo impatto cinico, da approfittatore e da “cattivo”, nascondeva invece una realtà tristissima che lo rivelava un tipo molto solo. Nonostante le sue ambizioni in linea con l’imperativo sociale tipico degli anni 80 del successo e dell’edonismo sfrenato, quest’uomo non aveva combinato granchè ed era finito ad essere un tristissimo divo di un tv privata di provincia, trascinato nel gorgo di una passione amorosa per la protagonista femminile, Sabrina Ferilli. Qualche anno dopo io e Paolo ci siamo incontrati di nuovo, siamo cambiati e cresciuti- in tutti i sensi- ma forse quegli archetipi per quanto mi riguarda un pò rimangono, continuano a rimanere vivi, perchè il Claudio odierno non incarna più, ovviamente, l’uomo degli anni 80 ma la vera e propria tragedia sociale sviluppatasi da allora attraverso gli anni 90 fino ad oggi, cioè la perdita di un obiettivo preciso, sia pure soltanto individuale (negli anni 80, almeno, c’era il piacere di dire “mi costruisco qualcosa”), e la diffusa trasformazione di tante persone pronte ad essere solo al servizio di qualcuno e del progetto di qualcun altro..”  

“Quali sono le caratteristiche di questo suo nuovo personaggio?”

“Claudio è alla guida di un call center che dirige in maniera simpatica e dispotica contemporaneamente, contribuisce alla creazione di un sogno che è però assolutamente di plastica: scopriamo infatti che è lui stesso una marionetta manovrata da qualcun altro, un potentissimo grande capo che non vediamo nemmeno ma che sappiamo che esiste, dall’altra parte dell’oceano. Claudio è l’ultimo anello “alla periferia dell’Impero” che si trova a manovrare ed a manomettere anche i cervelli ma nel film non si assiste ad una distinzione netta tra buoni e cattivi, piuttosto ad un’analisi accurata che fa capire quando la disperazione a questo punto investa tutto e tutti: analogamente al protagonista de “La bella vita”, quindi, appare  in un primo tempo in un certo modo ma poi si rivela come un uomo afflitto da una grande disperazione”. 

“La chiave scelta quindi è quella della commedia amara?”

“Amarissima, direi, perché così è la realtà che oggi purtroppo molti giovani vivono. Ognuno di noi attori aveva la responsabilità di un personaggio ed ha cercato di costruirlo per quello che serviva nel rapporto con gli altri: il mio mi è piaciuto subito perchè, è un altro di quei “meravigliosi stronzi” che Paolo riesce a offrirmi, un tipo di personaggio che non ti capita spesso ma che quando arriva ti da’una grande soddisfazione”. La nostra storia propone poi anche uno sguardo attento e critico nei confronti del sindacalismo e spero che questo segnale arrivi a che di dovere perché anche in quell’ambiente sarebbero necessari un po’ di autoanalisi un pò di cambiamento. Credo che nel cinema italiano abbiamo tutti oggi il dovere di recuperare lo spazio e il tempo perduto, di ricominciare a raccontare storie che affrontino non soltanto il mondo operaio, ma l’intero mondo del lavoro. La recente e reiterata rappresentazione della borghesia italiana spesso e volentieri mi ha annoiato e non è un caso che io mi sia tenuto e sia stato tenuto fuori da tanti progetti, è accaduto proprio perché ho sempre dichiarato questa mia mancanza di partecipazione emotiva sull’argomento. 

“Che tipo di’intesa si è ricreata sul set tra lei e Sabrina Ferilli?”.

“Ottima, ogni volta che lavoro con lei sento e so che alla fine verrà fuori qualcosa di interessante e di importante. Recitare con Sabrina è come duettare con una cantante di cui hai fiducia o giocare a tennis con un grande tennista o dividere un’esperienza con una persona con la quale oramai non hai bisogno di dirti tante cose: tra noi c’è un feeling molto forte, insomma, e in questa occasione mi sono piaciuti molto la sua impostazione da dark lady e lo strano ed ambiguo rapporto che c’è tra il mio ed il suo personaggio. I due poi nel rapporto con gli altri non hanno nemmeno realmente “tutta la vita davanti”, quindi appaiono ancora più penosi e rappresentano il massimo della disperazione, ma questa società non vuole neanche questo, non accetta la morte, la vecchiaia, la malattia, non accetta niente e meno che mai può accettare la rappresentazione della disperazione tanto più quella giovanile, rimossa e cancellata con un ottimismo ottuso e di facciata. Il film però non divide i buoni dai cattivi, mette tutti sullo stesso piano e dà ad ognuno responsabilità, colpe ed giustificazioni”.

“Che rapporto si è creato invece con Isabella Ragonese?” “Nonostante lei sia al suo debutto nel cinema ho trovato una professionista serissima, una ragazza che viene da una grande scuola come quella del teatro, un’esperienza che tutti i ragazzi che vogliono recitare nel cinema dovrebbero fare, visto che parliamo di giovani che hanno tutta la vita davanti. Pur trovandosi in un contesto ricco di artisti, di attori e di situazioni molto diversi Isabella ha messo a disposizione di tutti questa sua esperienza con grande apertura e grande disponibilità”.  
 

VALERIO MASTANDREA (Giorgio Conforti) 

“Chi è il Giorgio Conforti che interpreta, che idea ha avuto di lui, come lo ha costruito?”

“E’ un sindacalista d'assalto, che crede in quello che fa. Sulla carta è un personaggio molto invadente ma non nel senso negativo del termine, è solo un tipo molto euforico, entusiasta delle lotte in cui è immerso per cui s’impegna molto anche se nessuno sembra credergli. Dopo averlo interpretato e conosciuto penso che sia un tipo puro, un uomo onesto, non è un traffichino con una sua strategia di vita, non è un calcolatore, è semmai  un sempliciotto. E’ poi anche un uomo con un lato debole, molto debole, che è quello dell’essere condizionato dalle donne e nel corso della storia nascerà un rapporto particolare- ma non una storia d'amore- tra lui e Marta, la protagonista del nostro film che è ricco di personaggi simbolici, tutti impegnati a lottare per qualcosa, ognuno all'interno della propria storia personale, e tutti osservati attraverso lo sguardo a 360° di Marta, con i suoi occhi che rappresentano anche quelli del pubblico, innocenti e impauriti ma pieni di speranza. Per tornare a Giorgio c’è una sua evanescenza finale, è come se alla fine tutto quello che fa si risolve, quasi sempre, in una bolla d’aria e quindi è un personaggio “tragico”, nel senso che è poi uno che ci prova e ci riprova e poi si ritrova sempre in mano un pugno di mosche..”.  

“Con questo film lei è tornato a lavorare con Virzì a due anni da “N.”. Che rapporto si è creato questa volta?”

“Devo premettere che amo il mio lavoro perché mi consente di vivere a pieno le mie emozioni ma non posso non notare come l’epoca che viviamo offre ai ragazzi dei lavori che blindano del tutto ogni emozione. In questo senso credo che questo sia un film necessario, ancora di più perché lo racconta Paolo che riesce, con ironia e comicità, a mandare un messaggio forte ad ogni tipo di pubblico perché le sue sceneggiature sono fruibili per tutti.

Paolo per me non è un’autorità con la quale misurarsi ma sul set diventa un complice in tutte le dimensioni: io e lui insieme diventiamo molto pericolosi perché ci spalleggiamo su certe cose e abbiamo un grosso senso del limite rispetto ad altre. Anche in questa occasione con lui c’è stato soprattutto tanto divertimento, penso che questo sia alla base sia del mio lavoro che del suo. La sua caratteristica è di proteggere tutti i suoi personaggi, anche i più negativi, che poi pero’ non lo sono quasi mai perché c’è sempre un motivo per amarli ed apprezzarli, non solo per compassione. E’ come se ti ritrovi ad abbracciare qualcuno che magari però ha strumenti diversi dai tuoi per reagire alle difficoltà ed alle ingiustizie della vita”. 

“Che tipo di Roma ha descritto questa colta Virzi’?”

“E’ innanzitutto una città molto interessante da un punto di vista fotografico, una vera apoteosi della perdita dell’identità perché gli ambienti attraversati dai personaggi sono “non luoghi”- come l’Eur dell’epoca in cui fu costruito- e spazi freddissimi in cui vivere. Quando si parla di precarietà, non bisogna pensare a qualcosa di esclusivamente materiale ma ad una perdita di riferimenti, ad una precarietà dell’anima che finisce con l’ammazzarti…” 

“Pensa che il film fotografi adeguatamente la realtà sociale odierna?”

“Credo che la storia non affronti soltanto il problema del lavoro, ma rappresenti un certo tipo di persone dell’epoca che viviamo, popolata com’è di esseri umani che cercano una propria dimensione, a partire da un personaggio come Marta- una ragazza che ha degli strumenti culturali diversi dagli altri per poter reagire o comunque per criticare il mondo in cui vive- mentre altri subiscono le avversità e basta. Penso sia un film che possa far riflettere su quanto sia complicato oggi trovare degli stimoli per vivere felici, il che vuol dire anche fare un mestiere che ti piace e avere dei progetti sul tuo lavoro e non solo portare i soldi a casa, qualcosa che faccia bene anche all’anima delle persone. Oggi questo aspetto emotivo del lavoro è completamente sommerso e dimenticato: innanzitutto le persone sperano di lavorare, poi se fanno un lavoro che a loro non piace e in cui vedono tutto quello che vedono e subiscono quello che sono costrette a subire, è inevitabile che finiscano col non stare bene… 

“Che clima si è instaurato in scena con la protagonista Isabella Ragonese?”

“E’ stato un incontro alla pari, ma questo non è avvenuto perché io e lei siamo persone corrette, oneste e brave. È accaduto soprattutto per merito di Paolo, che ha voluto sottoporre sia lei che me ad un doppio provino incrociato, anche per veder che tipo di intesa avevamo in scena. Poi, una volta arrivati sul set, lei non mi è sembrata affatto un’attrice alle prime armi dal punto di vista cinematografico, c’è stata invece una curiosa sintonia, abbiamo preso le stesse note su certe cose, io le ispiravo certi tempi e poi lei se li è vissuti e giocati molto bene. Nel corso della storia Conforti sta sempre “addosso” a Marta, la insulta continuamente perché ormai non è più un ragazzino come lei: è stata, ripeto, una bella occasione per lavorare davvero alla pari, il che è fondamentale: il nostro mestiere- e non parlo solo di quello che riguarda gli attori- ha questa bella caratteristica di mettere tutti sullo stesso piano e senza bisogno di cercare il confronto, che arriva automaticamente”.  
 

ELIO GERMANO (Lucio 2) 

“Come si è avvicinato al suo personaggio e cosa ne pensa?”

“Si chiama Lucio 2 ed è un tipo che sostanzialmente è già arrivato secondo dall’inizio, perché quando è entrato nel call center c’era già un Lucio e si è meritato questo soprannome: è interessante perché viene subito inserito in un sistema numerico in cui c’è uno che viene davanti e uno che viene dopo, quindi lascia già presagire qualcosa del personaggio. Lucio 2 crede fortemente in un mondo dove i valori, se così possono essere chiamati, sono quelli della competizione, del successo, del primeggiare, dell’accumulare vittorie sotto forma di denaro e questo è già è molto simbolico. Attraverso questo personaggio non volevo raccontare solo chi lavora in un call center, ma mi interessava riflettere su un certo modo di porsi rispetto al lavoro che coinvolge tutti: Lucio 2 vende soltanto vestiti, da soltanto queste fregature da 1500 euro, ma ci sono alcuni mestieri in cui tutto questo è più pericoloso, penso a un medico che invece di operare le persone si fa pagare 30.000 euro e ne le lascia 15 in corsia.. Il personaggio segue poi un arco particolare perchè ad un certo punto quando lo sfiora un po’ di umanità grazie ad una storia d’amore sbagliata si innesca una sorta di corto circuito che alla fine lo fa esplodere: questo infatti è un sistema che va bene solo per le macchine e che non prevede che entri in gioco il fattore umano...” 

“Che cosa pensa dei temi che il film mette in campo?”

“Il precariato è una cosa che condividiamo tutti, non è più un termine così… distante, penso che dovremmo tutti impostarci di nuovo su una scala di necessità diverse da quelle che abbiamo creduto valide fino a questo momento. Abbiamo visto tutta una generazione crescere e svilupparsi in nome dell’idea dell’accumulazione del denaro, del far crescere se stessi e i propri figli rinunciando spesso all’umanità ed alle cose più sane della vita e secondo me non abbiamo ottenuto un buon risultato. La sicurezza che manca non è soltanto lavorativa ma è quella di sentirsi al mondo parte di una collettività: ognuno lavora su un proprio binario ed è questa è la forma di precariato più grande..” 

“Che tipo di lavoro comune c’è stato con Virzì?”

“Con Paolo abbiamo riflettuto sulla base di alcuni stereotipi e modelli, abbiamo pensato ai venditori delle agenzie che hanno una divisa ed ai quali sono state insegnate ed inculcate delle modalità tutte uguali: i criteri per vendere una casa, ad esempio,  sono qualcosa di molto interessante che permette di accumulare indizi su chi studia la maniera giusta di porsi per essere convincente. E poi abbiamo giocato chiaramente a inventare il personaggio, a scrivere delle cose che potessero essere rappresentative di una persona con questo tipo di forma mentale, con un modo di rapportarsi agli altri che per lui è sempre “schermato”. Mentre c’è chi riesce a “staccare” dalla mentalità legata solo al lavoro Lucio, invece, vive, dà tutto se stesso per quel tipo di gioco, per cui anche nei rapporti umani è distante, compresso, freddo e finto, sorride, cerca di passare per quello che è il suo lavoro e il suo schema mentale. Nonostante che per quel tipo di assurda competizione lui avesse coinvolto e fatto indebitare i propri familiari a un certo punto però si rende conto che tutte le sue fatiche servivano solo a fare arricchire qualcun altro. Inizia allora a farsi delle domande ed accade qualcosa che lo fa esplodere e comunque lo fa cambiare”. 

“E’ la seconda volta che lei recita con Virzì dopo aver interpretato il giovane protagonista idealista ed iconoclasta di “N.”: qual è la chiave della vostra intesa?”

“Con Paolo ho un rapporto di grande fiducia, così come accade  a tutti gli altri attori che si fidano molto della sua capacità di costruzione, della maniera in cui mette in scena le cose e del suo ritmo eccitato, con quell’andrenalina che poi ti mette in circolo e diventa coinvolgente e alla fine è bellissimo per tutti partecipare al suo “teatro”. Per me il cinema di Virzì è sempre importante perché lo è quello che fa lui rispetto alla commedia all’italiana, portando avanti una tradizione che si è persa per tanti anni e di cui oggi è un portabandiera. E’ il cinema che parla di noi, del nostro popolo, e non cerca di imitare altre culture cinematografiche e questa è la cosa più bella che un film possa fare”.

“Come si è trovato con Isabella Ragonese?”

“E’ un’attrice fantastica, sono molto contento che Paolo l’abbia scelta. In un cinema in cui i produttori pretendono solo e sempre attrici famose che danno la sicurezza del botteghino, o persone che hanno avuto già un certo successo, preferire un’attrice teatrale piuttosto sconosciuta è stata una decisione che condivido molto da un punto di vista “politico” e nei risultati: fa sempre piacere lavorare con qualcuno che proviene da un’esperienza simile  e che ha quindi le basi giuste ma poi evidentemente si è trattato di un’ottima scelta funzionale al film”. 
 
 
 

MICAELA RAMAZZOTTI (Sonia) 

“Che cosa ha provato quando è stata scelta per questo film?”

“Quando sono andata a fare il provino Paolo Virzi mi ha detto che Sonia ero io e mi ha dato immediatamente il copione da studiare e quando l’ho letto, mi sono emozionata moltissimo. Sonia è un personaggio complesso su cui ho lavorato molto perchè doveva sembrare naturale. In scena, infatti, dovevo fare contemporaneamente tantissime cose: fumare continuamente, muovermi in modo schizofrenico, essere insieme giocosa, scherzosa, commovente, struggente e sexy ma anche rivelare di essere fragile e tutto questo non era affatto facile da rendere insieme. Poi abbiamo lavorato molto sulla voce particolare di Sonia, una voce roca e bassa da fumatrice di 40 sigarette al giorno e la cosa difficile per me era anche dovere anche urlare con quei toni alterati. Sul set dovevo quindi ricordarmi sempre di modularla in maniera particolare oltre a ricordarmi di fumare, di muovermi in continuazione, di avere sempre uno sguardo candido ed innocente, anche stupidotto se vogliamo. Perchè Sonia è anche stupida, ma è buona e piena d’amore e non ha mai un secondo fine”.  

“A chi e a cosa si è ispirata per costruire il personaggio?”

“Ho tenuto presente soprattutto i bambini e gli animali, sembrerà assurdo ma è così. Per me che non ho figli il lavoro e lo studio particolare erano nel riuscire ad essere credibile come madre ma questo era complicato dal fatto che si trattava di una madre piuttosto snaturata mentre paradossalmente sua figlia Lara è molto più matura di lei che è solo una bambina cresciuta ritrovatasi madre un po’ per caso. Sonia fa dei disegni particolari quando si muove, ti annusa come un cane, ti guarda sempre con questo candore molto animale, ha una grande gestualità e comunica tanto con il corpo..” 

“Come si è trovata con Virzì?”

“Paolo è un autore capace, energico, intuitivo, geniale, mi ha colpito molto perché scrive delle sceneggiature  innovative e rende comunque pieni di fascino i personaggi che hanno tutti un loro carisma, compresi quelli antipatici o cattivi e quelli più folli. E’ un regista che riesce poi a lavorare tantissimo con gli attori: io quando sono arrivata sul set ero Sonia già da diverso tempo perchè lavoravamo sul film da varie settimane, lui riesce ad ipnotizzarti, ti dice quelle due-tre frasi chiave e riesce ad aprire tutte le porte. Sonia coinvolge nel lavoro al call center la protagonista Marta, una ragazza laureata che arriva  a Roma con tanti sogni in testa ma poi alla fine si rende conto che non è così la vita e che la realtà romana ed italiana è ben diversa. Sono due personaggi diversissimi tra loro che hanno però in comune una grande bontà d’animo di fondo: anche Marta è davvero buona, è sempre piena anche lei di stupore,  ed è un personaggio che “subisce” sempre. 

“Si è identificata con la sua Sonia in qualche modo?”

“Purtroppo oggi il precariato è una vera malattia nel nostro Paese e a viverla sono proprio i giovani. Io cerco di fare l’attrice da più di metà della mia vita, sono 15 anni che vivo anche io nel precariato e conosco quasi esclusivamente ragazzi che hanno contratti che durano solo sei mesi. Questa problematica oggi la vive la maggior parte dei giovani ed è qualcosa di veramente triste che ti deprime toglie qualsiasi energia”.

MICHELA MURGIA (autrice del libro “Il mondo deve sapere”)

 

“Come è nato il suo romanzo? Si basa su esperienze reali?”

“Si, ho lavorato per un mese e mezzo in un call center e per capire quel mondo è stato un periodo più che sufficiente. Non sono stata io a chiedere di entrarci, ho ricevuto una telefonata a casa da una persona che mi ha detto che una nuova azienda della zona cercava del personale per varie mansioni e mi sono molto incuriosita perché in Sardegna, dove io vivo, non è così facile che ti chiamino a casa per offrirti un lavoro. Appena arrivata al colloquio l’effetto è stato subito surreale, mi sono resa conto subito che era un posto molto interessante, avevo appena concluso un contratto di lavoro e avrei dovuto restare ferma due mesi per cui pensai di vivere questa esperienza con un occhio un po’ “clinico” ed indagatore. Questo forse mi ha permesso di afferrare subito alcune dinamiche che magari molte persone in quel contesto impiegano diversi mesi a capire.” 

“Ha capito subito che sarebbe stato utile annotare appunti e fissare per iscritto le varie dinamiche delle giornate di lavoro?”

“No, quando c’è stato il primo colloquio mi hanno fatto tante domande anche private e personali, mi hanno chiesto ad esempio che tipo di struttura familiare avessi, se avessi persone a carico o anziani di cui occuparmi e mi domandavo a mia volta perché mai fosse necessario assumere tutte quelle informazioni personali. Allora mentii sistematicamente e spudoratamente su tutto: che hobby avevo? Scacchi… Da che tipo di famiglia venivo? Ero stata …adottata, poi avevo litigato anche con la famiglia che mi aveva adottato e quindi ero sola davvero ed ero… una dattilografa... Dopo qualche giorno in cui vedevo tante assurdità e le raccontavo una mia amica continuava a non credere che al lavoro ci facessero ballare prima di iniziare a telefonare e che ci costringessero a vivere dei momenti di pubblica “gogna” il venerdì quando non raggiungevamo i risultati. Mi consigliò allora di aprire un blog, perché se questa roba era vera il mondo la doveva sapere. Ho cominciato così, scrivendo cinque volte al giorno il racconto delle cose assurde che mi succedevano e il libro è una cronistoria perfetta di questa esperienza”. 

“Si è ritrovata nel film, quali sono state le sue reazioni?”

“Secondo me c’è molto, se non tutto del libro che è piuttosto claustrofobico  nel senso che non ci sono io dentro: nel romanzo tutto inizia e finisce dentro il call center, non c’è mai niente che vada al di là delle postazioni di lavoro ma nel film ho trovato forse una delicatezza che per la struttura della narrazione non era stato possibile inserire nelle mie pagine. Il romanzo doveva essere un pugno sui denti, magari denti che ridevano, nel senso che prima fai ridere il lettore e poi gli dai la “mazzata”. In questo il film è più delicato, forse anche più malinconico”. 

“Qual’ è il sentimento di fondo secondo lei?”

“Tutte le piccole verità che vengono messe in rilievo sia nel film che nel libro nascono dalla percezione del lavoro come luogo di solitudine, senza questa percezione tutte quelle cose non sarebbero possibili. La conclusione a cui sono arrivata nei due anni in cui ho sedimentato e ho dato forma a questa mia esperienza che è stata all’inizio brusca e poi rielaborata, è che il lavoro deve tornare a essere un bene collettivo e il film giustamente suggerisce l’idea che il senso si possa trovare solamente in una relazione gratuita. Secondo me è una cosa molto bella che si può dire solo in quel modo”. 

“Si è ritrovata nelle situazioni e nei personaggi?”

“Si, per esempio il personaggio della capo telefonista era identica alla mia: materna con il frustino, terribilmente produttiva e allo stesso tempo espressione femminile del patriarcato aziendale che è poi quello di antica memoria anche operaia. C’è sempre questo meccanismo per cui tutto sembra concesso per bontà e per favore e tu ti senti così benvoluto, in realtà è un gioco terribile perché si usa il linguaggio delle relazioni gratuite in un contesto che di gratuito non ha niente, dove tu sei solo funzionale alla logica aziendale, là dentro nessuno ti vuol bene. È bella nel film la contrapposizione- che nel libro non c’è chiaramente- tra quella solitudine multipla che si vive all’interno del call center, per cui ogni donna è nella sua isola, (un termine non casuale) come se vivesse in un mondo suo e in qualche modo nella scena finale c’è un riscatto della femminilità solidale. Questa contrapposizione io l’ho colta pesantemente, avrei voluto viverla ma l’ho vissuta solo in minima parte dentro il call center con alcune delle telefoniste con cui siamo riuscite in qualche modo a trovare dei canali di comunicazione fuori controllo, vedendoci poi anche fuori dal contesto lavorativo e con alcune di loro- ma non con tutte purtroppo- ho conservato un rapporto molto bello”. 

“Più in generale, che effetto le ha fatto assistere al film?”

“Ho avuto la fortuna, grazie a Virzì, di poterlo vedere da sola in una proiezione privata e gli occhi con cui l’ho guardato io sono quelli con cui non lo vedrà nessun altro. Ho pianto, però mi sono consolata perché mi hanno detto che non sono l’unica ad averlo fatto, ho trovato alcuni momenti della storia che mi appartenevano molto e altri che avrebbero potuto esserlo ma sono stati in qualche modo traslati e questo è stato molto interessante. Quando avevo visto il trailer avevo avuto paura che il film facesse ridere troppo e mi ero detta che avrei voluto che facesse più “incazzare” che ridere. Ma alla fine è proprio questo che accade e quindi sono molto soddisfatta”. 
 
 
 

FRANCESCO BRUNI (sceneggiatore) 

“Che cosa vi ha ispirato nello scrivere questo film?”

“Da tempo con Paolo pensavamo di dedicare un film alle difficoltà d’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, e a costruirsi una vita in questa nostra società chiusa e gerontocratica. Paolo mi diceva: “Dobbiamo fare I Compagni – il film di Monicelli - centodieci anni dopo. E ambientarlo non in una fabbrica ma in call-center.” Per Paolo poi è stato decisivo il libro di Michela Murgia ”Il mondo deve sapere”, che è soprattutto un diario, un reportage spiritoso su un call center della Kirby, e non un romanzo, nel senso che manca di plot, di arco narrativo, ma è stato fondamentale per darci la spinta ad affrontare questa storia con un tono vivace e veritiero. Nelle sue pagine lei parlava di un problema serio e concreto come il lavoro precario e la relativa minaccia della disoccupazione con un piglio molto birichino e satirico. Questa, soprattutto per Paolo, è stata la molla per avvicinarsi direttamente a questo tema”. 

”Chi è in realtà la protagonista?”

“Marta è una ragazza brillantemente laureata in filosofia, con 110 e lode, abbraccio accademico e pubblicazione della tesi, che nel giro di pochissime settimane dopo la laurea si rende conto che il traguardo raggiunto non vale niente perché non ci sono opportunità, riceve risposte evasive nei colloqui di lavoro, non ha appoggi, nè privilegi che le vengano dalla famiglia, che è invece piuttosto disgraziata: non ha il padre, ha solo una madre malata e quindi deve cercare di darsi da fare e la sua ultima destinazione è proprio il call center. La nostra ambisce ad essere una piccola parabola amara sui giovani che hanno titoli di studio ma non appoggi familiari nè altri tipi di raccomandazione e che oggi in Italia non hanno la possibilità  di mettere a frutto i loro studi ed i loro titoli. La cosa interessante in questa storia è che non si basa su una contrapposizione classica tra sfruttati e padroni, la realtà è che quel sistema piramidale di business fa si che ad ogni livello ci sia qualcuno sopra di te che ti mette i piedi sulla testa”.  
 
 

“Sta parlando dei personaggi interpretati da Sabrina Ferilli e da Massimo Ghini?”

“Si, ma in realtà si tratta di due disgraziati, in modo diverso patetici, che non riescono ad assurgere al ruolo di veri cattivi. Quello di Sabrina lo amo moltissimo, secondo me ha delle radici nel cinema tipo “Viale del tramonto”, è una femmina folle e disperata, che ha puntato la sua vita sul sogno di una relazione con il titolare dell’azienda, che è in realtà una sua proiezione immaginifica, quindi è una donna inquietante, assolutamente “nera” che, secondo me Sabrina interpreta con grandissimo slancio e coraggio: è una disgraziata anche la sua Daniela, capiamo che anche lei deve mantenere degli standard produttivi e che il suo posto è costantemente a rischio se non lo farà. Il carattere di Ghini, poi, si è umanizzato progressivamente in fase di scrittura, all’inizio era una specie di cerbero disumano, ma alla fine rivela di essere anche lui uno che è sotto scacco di qualcun altro: dalla sede centrale gli mandano il prodotto che lui deve vendere, lo spingono a standard di vendita sempre più alti e lui deve indebitarsi con le banche per acquistare gli elettrodomestici e quindi è un poveraccio anche lui con una separazione “sanguinosissima” da sua moglie in atto ed un figlio che non riesce a vedere. Non ci sono i veri cattivi, insomma, c’è solo una logica terribile e schiacciante di sfruttamento piramidale, ma il vertice di questa piramide è molto lontano, addirittura dall’altra parte dell’oceano, non lo vedremo mai..” 

“E il personaggio del sindacalista interpretato da Mastandrea?”

“Nelle intenzioni di Virzì, doveva essere addirittura il protagonista della storia che andava in giro attraverso i luoghi di lavoro precario, cercando di portare il verbo dei diritti dei lavoratori e poi incrociava Marta e la sua storia ma alla fine abbiamo optato per mantenere il punto di vista della ragazza. Conforti è un sindacalista sincero e appassionato, che è abituato a prendersi schiaffi e sberleffi perché i lavoratori lo tengono a distanza, lo percepiscono come un elemento di disturbo in questo loro vicenda professionale apparentemente fortunata, perché ritengono che lui possa arrivare a mettere in crisi il loro rapporto con il datore di lavoro e quindi non gli danno nessuna confidenza. Per certi versi è un personaggio che fa molta simpatia e tenerezza, anche se poi ha un risvolto in parte negativo, perché utilizza a un certo punto le confidenze di Marta per mettere su un piccolo caso mediatico sulle tv locali, che finirà con l’avere anche un’eco sui giornali e poi conseguenze drammatiche sulle stesse telefoniste. E un carattere che ha sfaccettature complesse che derivano dall’idea iniziale di Paolo di farne il protagonista della storia che andava in giro attraverso i luoghi di lavoro precario, tentava di portare il verbo dei diritti dei lavoratori e come un Don Chisciotte che cercava donzelle da salvare incrociava Marta ma alla fine abbiamo optato per mantenere il punto di vista della ragazza”. 

“Per i ruoli di Elio Germano e Micaela Ramazzotti, invece?”

“Quello di Elio è un personaggio commovente per la sua totale mancanza di comprensione di quello che gli sta succedendo intorno. È un giovane venditore che noi troviamo all’inizio della storia super motivato e super gasato, perché è appena arrivato lì e si è convinto di essere un grandissimo talento della vendita perchè  ha piazzato subito gli elettrodomestici ai suoi familiari facendo indebitare tutti, e che poi progressivamente nella storia vediamo andare in crisi perché si rende conto che tutta questa costruzione professionale è una presa per i fondelli Il suo è un bellissimo personaggio perché ha un aspetto apparentemente baldanzoso, un po’ arrogante, che poi si smonta e rivela una fragilità emotiva fortissima. La Sonia così felicemente istintiva di Micaela Ramazzotti, invece, è la compagna di appartamento di Marta ed è una ragazza disperata ma vitale, che si butta nella vita in maniera sconsiderata:  ha una bambina, che ha cresciuto da sola pur senza essere in grado di farlo, si butta in tutte le relazioni, va a letto praticamente con tutti gli uomini che incontra, per cui si crea questa stranissima coppia tra Marta, la protagonista intellettuale e colta e lei che è ignorante e ingenua, anche qui con un esito finale abbastanza drammatico della sua vicenda. In conclusione penso che qui venga fuori abbastanza chiaramente che l’anima vera di Paolo (che condivido) è profondamente tragica: credo che questo sia il suo film più commuovente e straziante e che riveli una volta per tutte che lui in fondo è un regista drammatico, che riesce a rivestire storie amarissime di una veste divertente, per cui uno ride, ride ,ride e poi esce dal cinema con il groppo in gola.” 
 

PAOLO VIRZÌ (sceneggiatore e regista) 

“Non è facile parlare del proprio tempo, dell’Italia di oggi, di questo nostro particolare momento. Di quell’insopportabile scempio che è lo spreco dei talenti e delle intelligenze di tanti ragazzi meritevoli costretti alla fuga all’estero o alla nuova schiavitù della sottoccupazione. Di una società che sembra  immobile nel preservare i privilegi di generazione e di casta. Possono prevalere atteggiamenti moralistici, di sdegno, di indignazione a priori, che rischierebbero di trasformare l’ispirazione romanzesca di un film in un’invettiva, in un pamphlet, o in un volantino che si limita ad elencare rabbiose rivendicazioni. Noi invece volevamo fare un film che fosse anche pieno di curiosità, di spirito avventuroso e beffardo, nonostante certe aziende un po’ mascalzone, cresciute negli interstizi delle nuove leggi che consentono i contratti a progetto e quindi l’attività lavorativa precaria di tanti ragazzi e ragazze, e in generale certi odiosi aspetti della società italiana, sembrerebbero meritare la nostra condanna a priori, Raccontiamo le peripezie tragicomiche di una ragazza colta in questo mondo per lei sconosciuto, e glielo facciamo attraversare con occhio clinico e curioso, ma anche carico di compassione, specie verso quelle ragazze e quei ragazzi ignari che tutte le mattine si mettono in moto per andare a conquistare la loro manciata di euro, verso questa specie di paradigma allegorico del mondo di oggi che è l’azienda che abbiamo immaginato, la Multiple Italia.

Questo film è in fin dei conti l’occasione per cercare di raccontare lo spirito del tempo, la società odierna, la divaricazione tra cultura umanistica e i linguaggi contemporanei, la sottocultura pop di origine televisiva, che sembra essere diventata l’estetica e anche l’etica di questi nuovi luoghi di lavoro.” 

Una storia quasi vera

“Ci siamo ispirati a Il mondo deve sapere, il divertente reportage satirico di una giovane scrittrice ragazza sarda che si chiama Michela Murgia, che nasceva come un blog per far conoscere al mondo, per l’appunto, la realtà un po’ surreale dei call center di un’azienda che commercializza aspirapolvere col metodo outbound delle telefonate a domicilio. È stato per noi un materiale documentario molto prezioso, che ci ha trasmesso il desiderio di guardare a questa realtà penosa anche in un modo vivace e con lo spirito curioso di una ragazza intelligente e colta. E poi ci siamo sentiti liberi di inventare altri personaggi come il sindacalista Giorgio Conforti, la telefonista Sonia, il venditore esaltato Lucio 2, ma soprattutto di immaginare la vita della nostra protagonista Marta, con questo suo carattere spavaldo, pieno di orgoglio e di fierezza, però allo stesso tempo animata da una specie di compassionevole benevolenza verso le sue nuove compagne di lavoro. Lei che era stata per anni chiusa in biblioteca a studiare Heidegger e Hannah Arendt si ritrova in un mondo dove ci si entusiasma per gli accessori ultimo grido della capo-telefonista, dove si seguono con grande passione le gesta tv de “Il grande fratello”. Si avventura in questo mondo da clandestina, celando il proprio curriculum, con una specie di desiderio di conoscenza da filosofa, come in un viaggio emblematico, un’avventura dentro la contemporaneità”. 

Il call center

“Abbiamo immaginato il call center di un’azienda che abbiamo chiamato Multiple ispirandoci al sistema esistente in quelle aziende che adottano il multilevel marketing, cioè una specie di sistema piramidale dove il business dell’azienda è soprattutto assumere giovani ragazzi che portano in dotazione il loro portafoglio clienti, ovvero i loro famigliari, le loro zie, le loro mamme. L’azienda utilizza il ricatto psicologico e morale di piazzare delle vendite alle persone care del giovane neo assunto, per poi disfarsene non appena questo portafoglio clienti, questa cerchia ristretta di persone care si è esaurita. Questo mondo della Multiple ci è sembrato allo stesso tempo portatore di una specie di allegoria della nuova condizione umana del lavoro, delle aspettative e del palpito che c’è dietro questi sorrisi obbligatori di queste tante ragazze costrette a mostrarsi allegre al telefono e di questi venditori costretti a motivarsi come guerrieri senza scrupoli: in realtà sono creature indifese e innocenti in balia del mascalzone di turno, il quale a sua volta è sfruttato dai suoi capi oltreoceano. Ne viene fuori un ritratto per certi versi allarmante, buffo, ridicolo e toccante di un’umanità piena di sgomento verso il futuro, incapace di progettare una propria vita, i propri affetti con famiglia e figli, di una generazione in balia di uno sfruttamento insinuante e sottile che è più vicino al plagio psicologico che alla tradizionale esplicita arroganza padronale.” 

La commedia all’italiana e “Tutta la vita davanti”

“Abbiamo abbondantemente praticato il metodo della commedia all’italiana, con il rispetto e la passione verso un cinema ed un’estetica originalissima, che ci appartiene e che racconta il nostro popolo e la nostra gente con un linguaggio che non è né paternalistico né pietistico, ma che mette al centro della scena i protagonisti della nostra società e fa spesso narrare le vicende da loro stessi. Sentivamo però che per certi versi qualcosa di questa eredità, di questo bagaglio narrativo, di stile, di linguaggio, di humour e di tono non era più sufficiente per raccontare quel qualcosa di nuovo che c’è dentro lo spirito del nostro tempo, nella ferocia che cova dietro i sorrisi obbligatori dei tanti giovani lavoratori costretti ad attività di marketing, nel senso di sgomento e di desolazione che sembra propagare anche dal paesaggio di una Roma che può assomigliare di più alla periferia di Miami, e che stringe il cuore. C’era bisogno, quindi, di un mix di tenerezza e di ferocia, di compassione e di perfidia, di passione umana e civile, ma anche di uno spirito sinistro, da film noir, e in definitiva di una certa spudorata propensione all’allegoria e alla metafora” 

postato da: cinemotore alle ore 13:26 | Permalink |
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lunedì, 17 marzo 2008

 

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LE INTERVISTE  
 


RICCARDO SCAMARCIO  

Come è avvenuto l’incontro con Sergio Rubini?

La prima volta che ho conosciuto Sergio è stato quattro anni fa durante un provino per “L’anima Gemella”. In realtà, ancor prima di fare il Centro Sperimentale, lui era a Bari e aveva fatto una lettura in libreria e io ero andato a guardarlo; quella è stata la prima volta che l’ho visto di persona, ed è stato un momento forte perché per me lui rappresenta colui che ce l’ha fatta, un attore rispettato, un regista di successo, ma anche con un suo carisma, una sua personalità, molto precisa e indipendente. 

La nascita di questo progetto?

Sergio mi ha raccontato che voleva fare un film su un artista che si imbatte nel mondo dell’arte e che si ritrova poi a vivere tutta l’ambiguità e la difficoltà nella gestione dei rapporti umani e professionali. La scelta dello scultore è arrivata da un mio suggerimento sulla pittura che poi Sergio ha metabolizzato e indirizzato verso la scultura. Il film rappresenta proprio questo rapporto tra l’arte e gli ostacoli che un’ artista incontra nell’espressione di sé ed è un meccanismo molto interessante dal punto di vista umano. 

Cosa ti fa amare un progetto?

Primo su tutti il personaggio che devo interpretare; poi la storia e il regista. Considero questi tre elementi fondamentali; a seconda dei casi almeno uno di questi tre mi deve piacere.

In questo caso il motivo principale è stato Sergio Rubini. L’idea di lavorare con lui mi ha completamente rapito; ho visto tutti i suoi film, ero e sono un suo fan. Questo film è nato dopo che Sergio ha visto delle mie foto su Ciak e mi ha invitato da lui. Mi ha raccontato questa storia, che inizialmente era la storia di un musicista, ed io gli ho esposto liberamente la mia opinione rispetto all’arte, proponendo la figura di un pittore, forse perché mia mamma è pittrice. Mi ritrovo a fare questo film perché sicuramente mi interessava lavorare con Sergio e gli ho dato la mia disponibilità senza avere un copione scritto, da subito. 

Come giudichi il tuo personaggio?

Ci sono molti punti di contatto tra me e Adrian Scala, ma anche grandi differenze. Io ho un profondo rispetto per la vita e il mondo dell’arte, mentre Adrian è un’artista giovane che cerca di trovare canali che permettano alla sua arte di ottenere riconoscimento. C’è tutto un mondo di critici e giornalisti che  conferiscono il valore all’opera creata, e questo è l’elemento per il quale è stato deciso di optare per uno scultore e non un musicista; perché riconoscere il potenziale di una scultura è molto più complicato. Comunque il mio personaggio non è così pusillanime, anzi è un‘artista che semplicemente non può fare a meno di voler esprimere la propria identità attraverso l’arte, attraverso le sue sculture. 

Lulli e Adrian Scala. Personaggi che esistono anche nella realtà?

I personaggi alla Lulli esistono anche nel mondo del cinema, in maniera magari più estrema o meno estrema, però ci sono e possono essere vari. Personaggi che collaborano con gli artisti e molto spesso gli sono vicini, che vivono una frustrazione, conscia o inconscia, tale da farli diventare dei grandissimi manipolatori e da fargli dimenticare gli aspetti fondamentali dell’essere artista. Questo è un film dai molti colori e dalle molte sfaccettature; mi piace pensare che Lulli rappresenti il nero e Gloria il bianco, e che sia Gloria che Lulli siano due componenti di Adrian, la coscienza e il male.  

L’arte come protagonista del film?

E’ complicato riuscire a rappresentare il travaglio e la fatica dell’artista nel momento della creazione, però in realtà non è questo che noi vogliamo rappresentare. Ciò che è interessante sono le dinamiche che si scatenano nella storia d’amore; Adrian si ritrova a dover scegliere tra l’amore per questa donna e l’amore per la sua arte, tra i sentimenti e l’affermazione del proprio talento. Si tratta di una dinamica universale, non specifica, è una cosa che riguarda semplicemente l’uomo,  che sia un artista o meno.  

Ci sono scene particolarmente difficili?

Non ci sono state scene che veramente mi spaventavano, anche perché non mi è stato chiesto di fare le sculture. Mi sono soltanto allarmato in alcune scene dove il personaggio perde la propria identità e resta in balia di sé stesso senza trovare una via d’uscita. Sono stati toccati dei temi molto delicati, delle dinamiche psicoanalitiche abbastanza complesse 

Come è stato il rapporto con Gianni Dessì?

Gianni Dessì è l’artista che ci ha concesso le sue opere, che ha curato tutto  l’allestimento, è il nostro supervisor artistico. Con lui abbiamo passato due settimane nel suo studio prima di cominciare il film e mi ha dato delle preziose massime di arte per approfondire il mio personaggio.  Mia mamma dipinge e ho preso atto sin da bambino di essere completamente negato riguardo alle arti pittoriche, ma poi ho scoperto che c’è una tecnica specifica per gestire il pennello e la materia, un linguaggio vero e proprio. E’ cosa  che ho scoperto con mia madre diversi anni fa ed è molto interessante; molti non sanno che spesso l’immagine c’è già, che ti viene suggerita dalla materia stessa. Questa è una consapevolezza che ho acquisito col tempo.  

 

VITTORIA PUCCINI 

Gloria, Cassandra incompresa…

Gloria è un personaggio molto drammatico perché all’interno di questa storia è portatrice di una verità che all’inizio solo lei intuisce. Purtroppo è destinata a non essere creduta da nessuno e arriva al finale del film con una confusione tale dentro di sé per cui non riesce più a capire se quello che intuisce è effettivamente giusto o meno. Non posso spiegarlo meglio altrimenti rischio di svelare troppo. 

Dopo “Tutto l’amore che c’è” un nuovo film di Sergio Rubini…

“Tutto l’amore che c’è” è stato il mio debutto nel cinema. Si è rivelata un’esperienza un  pò a sé, proprio perchè lui aveva selezionato un cast di giovani non attori e l’intero impianto creativo aveva quasi la formula del gioco. Oggi, invece, faccio questo lavoro con una maturità diversa. Sono molto contenta di aver fatto parte di questo progetto, perché qui c’è una sorta di sintesi del percorso professionale di Sergio nella sua interezza. Il suo modo di lavorare sugli attori è molto forte perché ti spinge ad utilizzare corde diverse dalle tue, a cercare strade più difficili rispetto a quelle che sceglieresti normalmente, quindi molto appagante.  

Ci parli dell’ambientazione e della storia del film?

L’ambientazione è il mondo dell’arte, abbastanza inusuale nel nostro cinema. L’ho trovata una cosa molto originale; abbiamo girato in ambienti meravigliosi, dotati di grande impatto visivo ma anche di estrema forza simbolica. La storia in sé è un noir passionale con un colpo di scena finale per cui non è mai scontata. E anche ricca di emozioni vere e di personaggi in cui è facile identificarsi.   

Come è stato il rapporto artistico con Scamarcio?

Credo che ci sia stata alchimia sia con Sergio che con Riccardo. Riccardo è un attore molto generoso, nel senso che ti aiuta, costruendo con te la scena e non facendo riferimento esclusivamente a se stesso. È stato un lavoro molto bello. 

Qual è il tuo rapporto con l’arte?

Con l’arte io ho un rapporto molto stretto. Così come Gloria, anch’io sono stata educata all’arte fin da piccola; mio nonno paterno, infatti, è stato per tanti  anni Sovraintendente ai Beni

culturali di Firenze ed ha ristrutturato molti edifici, chiese e palazzi importanti sia nella città che nella provincia di Firenze. Sono cresciuta in mezzo ai libri di storia dell’arte e adoro andare nei musei ad osservare i quadri o le opere d’arte. Un rapporto molto emotivo, non dico di soffrire di sindrome di Stendhal, però mi è capitato di commuovermi davanti  ad una statua del Canova o a un quadro del Caravaggio. 

Le strade che portano al successo. Hai mai conosciuto personaggi come Pietro Lulli o Adrian Scala?

Il tema centrale del film è proprio la strada che conduce al successo senza  vendere l’anima al diavolo. Il personaggio di Adrian è tentato dai compromessi e dalle scorciatoie. Io ho vissuto una situazione simile,  quando il successo televisivo di “Elisa di Rivombrosa” mi è piovuto addosso all’improvviso ed io non ero preparata a tutta questa popolarità. Un conto, infatti, è arrivare al successo con una carriera solida, fatta di film piccoli e grandi, belli e meno belli, un altro è esserne sopraffatta quando ancora sei alle prime armi e totalmente impreparata.

Il mio Pietro Lulli è stato proprio Rubini. Ma un Pietro Lulli diverso, positivo! Con lui ho fatto il primo film e ho capito quello che volevo fare nella mia vita, che non c’era altro che volessi fare di più. In realtà a me non è mai capitato di mettermi nelle mani di qualcuno che poi condizionasse tutto il mio percorso, anche perchè ritengo che in questo lavoro affidarsi completamente ad una persona sia sbagliato e che l’unico modo per crescere veramente sia confrontarsi con persone con esperienze diverse. 

Quali sono state le scene più difficili e più belle per te ?

Sono tutte scene molto complicate ed emotivamente forti, piene di tante sfumature diverse. Per me tornare al cinema con  un film così ha significato grande partecipazione,  grande voglia di fare e grande coraggio. Non potrò mai ringraziare abbastanza Sergio per questa bellissima opportunità che mi ha dato. 
 

RICCARDO TOZZI (produttore) 

Come e quando è nato il progetto di “Colpo d’occhio”?

Sergio e' venuto da noi a raccontarci l'idea iniziale. Da tempo volevamo lavorare insieme e ancora non avevamo trovato un soggetto giusto.

In questo caso l'idea ci ha convinto e abbiamo avviato la sceneggiatura. Sul testo si e' lavorato molto, ma in armonia, senza contrasti di rilievo. 

Come avete lavorato alla scelta del cast?

Dall'inizio Sergio voleva Riccardo Scamarcio. Piaceva a lui, e oviamente a noi, come attore. Ma bisogna aggiungere che l'essere Riccardo "il nuovo bell'attore pugliese emergente" ne faceva per Sergio un rivale simbolico naturale: era dunque gia' nella materia del film!

Vittoria Puccini e' stata una scelta su cui ci siamo trovati subito d'accordo: il cast principale era quindi definito gia' all'inizio della scrittura. 

Quali suggerimenti e aiuti ha fornito Cattleya in fase di produzione? Soprattutto per l’aspetto riguardante il ruolo dell’arte raccontato nel film

Ci era chiaro dall'inizio che il film presentava il rischio che gli americani chiamano "buongiorno Stravinskji": la messa in scena dell'arte nel quotidiano. Il finto e il ridicolo sono dietro l'angolo.

Sergio ha avuto l'idea geniale di coinvolgere un artista per creare le opere di un personaggio artista-vero. Dessi' ha fatto un formidabile lavoro. Era pero' un po' seccato di dover produrre le opere del periodo in cui Adrian non ha ispirazione!! 

Colpo d’occhio è un film di genere (il giallo a sfondo passionale) che da tempo non si faceva in Italia. È un ritorno del genere?

Dell'idea di Sergio ci è piaciuto subito il suo essere "di genere" pur connotandosi con una forte cifra d'autore. E' una strada non facile, ma che ci tenta molto. Richiama certo cinema americano, popolare ma di grande classe. 

E’ vero che per non svelare il finale del film avete chiesto a Rubini di girarne due diversi?

Abbiamo deciso con Sergio di girare due finali, ma sapevamo gia' quale avremmo montato: non volevamo pero' che si sapesse da subito "come finiva". 
 
 

GIANNI DESSI’ (consulente artistico) 

Come nasce l’incontro con Rubini e come avete collaborato al progetto?

Una telefonata di Angelo Pasquini (coosceneggiatore insieme a Carla e Sergio), un'invito a cena qualche giorno dopo poi quella serata a parlare di una storia che stavano scrivendo. Un importante e influente critico d'arte e un giovane artista esordiente in un mondo che l'altro detiene e plasma con le sue parole mentre lui è solo con il suo talento, le sue mani,le sue materie e la sua fisicità. Nel mezzo Gloria, nome che non e' stato scelto a caso, una ragazza che contesa e agognata dara' vita all'intreccio. Trovai, ma è meglio usare il plurale  perchè a quell'incontro  e a quasi tutti gli altri futuri venne anche Daniela Lancioni mia compagna nonchè critica d'arte, interessante e incuriositi cominciammo a vederci con una certa assiduita'. Erano serate molto divertenti, Sergio da grande attore mimava parti, diceva battute  offriva spiragli interpretativi insieme ad Angelo e Carla e noi a dare pareri sulla credibilità su un ambito particolare, su modi di fare e dire, come quello del mondo dell'arte.

Insomma vedevamo la storia prendere corpo... sino ad arrivare a porre la domanda fatidica... Ma questo artista che lavori fà? E  Sergio con molto garbo a dire " i tuoi". Panico! Ho messo un pò ad abituarmi all'idea e a niente è valsa l'idea forse un pò troppo velleitaria di inventare un artista o di proporre un giovane artista coetaneo del nostro Adrian. Alla fine ho accettato e la prima comune decisione è stata quella di calare tutta la storia in una realtà dove l'arte fosse presente, come cardine visivo, da quella antica a quella più contemporanea, quasi una sorte di testimone muta. Questo mi ha permesso di accorciare le distanze dal personaggio che quindi avrebbe potuto avere con assoluta naturalezza le mie opere intorno a sè.  

Come è stato il rapporto con Scamarcio?

Con Riccardo è nata da subito una simpatia reciproca, ha frequentato per un pò lo studio sempre molto attento e curioso, mi ha visto lavorare e alla fine abbiamo anche fatto delle cose insieme a quattro mani.  

Le opere create per Adrian Scala quanto hanno di Dessì?

Per quanto riguarda le opere ce ne sono alcune nate appositamente per il film, in stretta relazione con la sua scrittura, quali la " testa" della prima esposizione di Adrian una sorta di autopresentazione (autoritratto), quelle degli "abbracci" (nate nel pieno della relazione con Gloria, una splendida Vittoria  Puccini) e la sfera di Claudio l'opera che dannerà il protagonista di cui riconosco la paternità. Altre sono nate più per uno spirito di servizio e sono quelle opere, anche nel film, incerte quali la "fontana" e quella selva di intrecci che lui distruggerà. Anche un

altro personaggio è accostato alle mie opere (i quadri) ed è Svenson un artista autorevole e riconosciuto. Adrian è invece sculture in resina e i grandi fogli di vetroresina e Claudio perlappunto la grande sfera. 

L’arte, il plagio e il successo.. temi importanti

Personalmente penso all'arte come esemplarità, come ad un "fare", un "agire" che si  "compie", che trova il suo destino, il suo senso; questa moralità è ciò che la fonda e quindi è l'irrinunciabile.

Nell'arte tutto è di tutti, non c'è fortunatamente copyright, e l'arte si fà sull'arte ma proprio per questo paradossalmente l'idea di autenticità è fondamentale nell'oggetto (anche quando sembra quasi non esserci) e nell'artista. Il successo a darlo è poi la nostra società che riconosce riconoscendosi. 

Il progetto della sfera?

La sfera di Claudio/Adrian è nata veramente da un intreccio tra di noi; ho raccolto delle suggestioni della scrittura e ne ho colto l'idea di un nucleo/occhio/mondo dove visione cieca,  nero opaco e nero specchiante, fosse tutt'uno, luogo geometrico di una vocazione e di un destino. 

SERGIO RUBINI 

Come scegli i progetti? Come nasce l’idea del film?

Ogni volta è una storia diversa, una partenza diversa. Ho girato più pellicole nella mia terra d’origine, attingendo alla mia biografia e miscelandola poi con gli incontri, le letture fatte altrove. In questo caso, invece, è nato tutto grazie a Scamarcio e alla simpatia che sapevo nutriva nei miei confronti. Lo spunto stesso del film è nato a casa mia, mentre aspettavo di incontrarlo. Cosa succederebbe, mi sono chiesto nell’attesa di Riccardo, se anziché imbattersi in un padre, o comunque un fratello maggiore, una guida, un riferimento, questo giovane si ritrovasse di fronte uno che finge di essere tutto questo ma che di fatto, per invidia, rivalsa -dovute alla differenza di età, per tutto ciò che l’altro ha e che a lui manca - lo ammazzerebbe? E come andrebbe viceversa se io non sapessi, immaginassi affatto che dietro quel giovane sano, fresco si nascondesse uno che vuole solo portarmi via tutto, tutto fino agli amori più cari della mia vita?

Il cinema consente di mettere in scena anche pensieri negativi - magari così uno evita di portarseli appresso nella vita…   

Quand’è che senti che la storia funziona? Quando la scrivi o quando la giri?

Di sicuro nella fase di scrittura. E’ allora che la storia prende corpo, allora che il racconto rivela la sua forza e i suoi punti deboli.  A volte bisogna avere anche la capacità di fermarsi. Se si incontrano ostacoli saldi forse si tratta di un percorso sbagliato e bisogna avere la forza di ricominciare daccapo.

Poi, nel corso della messa in scena, tutto va incontro ad una verifica ulteriore, spietata, se ci sono degli errori diventano tangibili. Ecco perché, con gli attori, non si può fare a meno di provare e provare e riprovare…  

L’idea di ambientare un film nel mondo dell’arte?

Sono approdato all’arte contemporanea per strani percorsi. L’idea iniziale era di fare un film che raccontasse il conflitto tra un uomo maturo e un giovane, tra un intellettuale, un ragionatore, e un istintivo, e così sono finito a un critico e a un artista; ma sulle prime pensavo a un musicista. È stato Scamarcio che mi ha fatto cambiare idea: sua madre  è una pittrice. Ma portare la pittura al cinema non è facile: si tratta di due superfici piatte - la tela, lo schermo. Così siamo passati alla tridimensionalità della scultura e, considerato che oggi lo scultore “classico” è una figura desueta, abbiamo costruito quell’artista “multiforme” e a tutto tondo a cui l’arte contemporanea ci ha abituato. Per raccontare credibilmente un ambiente così sdrucciolevole, ancor prima di cominciare a scrivere, con Angelo Pasquini e Carla Cavaluzzi, i miei co-sceneggiatori, abbiamo subito sentito il bisogno di individuare un “Virgilio” che ci facesse strada: Gianni Dessì. E’ grazie alla sua preziosa collaborazione che siamo riusciti a contestualizzare la storia. Il nostro intento comunque è rimasto sempre lo stesso: raccontare personaggi verosimili e dinamiche possibili senza però la pretesa di esprimere giudizi di sorta.

Man mano che il film prendeva corpo, abbiamo deciso che non solo le opere di Adrian Scala – il personaggio interpretato da Scamarcio – fossero realizzate dallo stesso Dessì ma che questi diventasse il curatore di tutte le mostre raccontate nella storia. È il curatore nel senso che ha scelto gli artisti con la coerenza con cui il curatore svolge il suo compito. Insieme al lavoro fatto - di ricerca di spazi e costruzione di ambienti - dallo scenografo che da sempre collabora con me, Luca Gobbi, ne è venuto fuori un risultato a mio parere molto efficace. Nel film appaiono solo opere vere, niente pezzi da laboratorio di scenografia. Dessì, in fase di preparazione, ha anche lavorato assiduamente con Scamarcio. In questo modo Riccardo ha potuto prendere dimestichezza con gli strumenti e i materiali usati dall’artista che poi avrebbe interpretato.  

L’aspirazione al successo. E’ un tema forte del film?

Raccontando la storia di un giovane artista di talento, ben si comprende come il tema del successo sia un tutt’uno con la condizione esistenziale del nostro protagonista. L’artista, di necessità, ha come obiettivo il riconoscimento da parte della collettività – in primis del mondo dell’arte – del proprio valore. Ciò implica la sua continua esposizione non solo al giudizio degli altri ma ai pericoli, agli intralci, a ciò che minaccia insomma il proprio progetto. Tutto questo si complica quando si ritrova di fronte a delle scelte che sono delle vere biforcazioni: da una parte una strada più difficile e lunga, dall’altra una più rapida e agevole ma scorretta, pericolosa anche. Il film racconta il conflitto lacerante che ognuno di noi vive con la propria ombra.   

Un film di genere?

Per un tema così - il doppio, l’ombra – ho subito pensato al noir, mi permetteva di raccontare non solo una storia, ma uno stato d’animo, l’accrescersi di una febbre che portata al paradosso può spingere un uomo fino al delitto. Mettiamoci sopra poi che questo conflitto va a consumarsi in un ambiente estremamente confortevole, in un salotto curato, ben illuminato, in cui l’abbrutimento è solo morale, non del costume... Insomma niente di dark o sanguinolento, solo un nero “luccicante”. Penso che, ad una prima lettura, lo spettatore possa accoglierlo come un film di genere, scoprendo, poi, in un secondo momento, i diversi livelli che si nascondono dietro.  

L’arte e il plagio…

Un confine molto labile. Ma dentro di noi sappiamo bene cosa ci appartiene e cosa no. È ciò che avviene dentro di noi l’aspetto che mi interessava approfondire.  

Ti sei vagamente ispirato a qualcuno?

Mi è stata di aiuto qualcuna delle “ombre” che vivono dentro ognuno di noi nonché Faust, Otello...   

Interpretare la cattiveria…

È un’esperienza compensativa “fare il cattivo” in scena: ti apre, ti completa, ti fa conoscere  - senza grandissimi rischi! – parti di te più estreme, di cui magari eri all’oscuro, ma che pure ti appartengono. E poi ti aiuta a guardare il tuo doppio con distacco e quindi con una certa ironia e forse ad esserlo di meno nella vita. 

Nei tuoi film scegli per te un ruolo da coprotagonista.

La razionalità del regista e l’irresponsabilità dell’attore sono due “modi d’essere”  che a fatica coesistono - a meno che non ci sia un’inclinazione di tipo schizofrenico… In passato ho cercato di ritagliarmi ruoli che fossero sempre più piccoli per sottrarmi a questa malattia. Questa volta  mi è andata male: Lulli è un personaggio molto presente nel racconto e per di più complesso.  

Ci parli allora del tuo protagonista, Riccardo Scamarcio?

Scamarcio oltre ad essere un bravo attore è estremamente versatile. Sul suo volto, nel suo modo d’essere sono presenti più sfumature: non solo quell’immediatezza tipica della gioventù che lo ha portato al successo coi suoi film d’esordio, ma anche una malizia, una consapevolezza. Lo sguardo – proprio dell’adulto - di chi sa già sostenere scelte e responsabilità. Inoltre lo ritengo una vera occasione per la nostra cinematografia: può “traghettare” parte del suo pubblico verso un cinema meno “settoriale” - com’è quello generazionale o giovanilistico - ma più ampio ed eterogeneo.  Infine mi sembra che Riccardo, con il suo modo di porsi, sdogani definitivamente la figura del meridionale con la valigia di cartone.  

Dialetto pugliese sul set e complicità con Scamarcio?

A volte. Avere in comune una lingua - nel caso mio e di Scamarcio il dialetto – ci poneva in una condizione privilegiata rispetto agli altri. Quando volevamo potevamo comunicare senza essere compresi: una sorta di magia,  un segreto. Un gioco da ragazzi molto divertente ma anche molto intimo, che ci ha uniti ancora di più.  

E Vittoria Puccini? Dopo averla fatta debuttare al cinema in “Tutto l’amore che c’è” l’hai l’hai scelta di nuovo.

Vittoria è un’attrice molto solida che pur mantiene una grande naturalezza. Con la sua bellezza fredda e composta e la sua aria da ragazza perbene, mi è sembrata poter incarnare a dovere il personaggio di una giovane e raffinata studiosa d’arte dalla personalità complessa e profonda - peraltro oggetto del desiderio di due uomini di età diverse. La totale mancanza di volgarità nella sua fisicità e nei suoi modi, mi ha permesso anche di mostrare nel film la sua nudità lasciando intatte l’idea estetica di una femminilità eterea, e quella etica di un personaggio spirituale. 

  

Le scene più emozionanti e quelle più difficili?

Quando ho girato alla Biennale – si trattava di un inseguimento – è stato molto emozionante. Poter girare proprio nel capannone delle Corderie è stata un’esperienza unica. Un set perfettamente “scenografato” e già perfettamente illuminato: un vero regalo! Quanto alle scene difficili: non esistono scene facili.  

Il tuo rapporto con la tecnica cinematografica?

È lo strumento con cui scrivi ciò che hai immaginato, su cui hai ragionato; è bene approfondirla, ma con misura per non esserne fagocitati.  Delle volte sarebbe anche vitale presentarsi sul set senza avere un’idea precisa di cosa fare - per lasciarsi andare, improvvisare. Fellini raccontava che è proprio quando hai immaginato una scena con le nuvole e il caso vuole che ti ritrovi a girarla ahimè col sole, che il film ti si rivela, ti mostra la sua identità. Il compito di un regista è anche quello di assecondare il suo film. Insomma è come se i film esistessero  da qualche altra parte chissà dove e il regista avesse il compito di catturarli, di imbrigliarli e dargli una forma.  

Qual è il tuo rapporto con la critica?

Sto attento a quello che scrivono e mi interrogo su quello che faccio. A volte, se ci riesco, provo a dimenticarmene…  
 
 
 

postato da: cinemotore alle ore 11:34 | Permalink |
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