I VICERÈ
note di Roberto Faenza
Dopo le mie pellicole più recenti, avevo pensato al progetto di una nuova versione aggiornata
di Forza Italia!, il film la cui censura e la messa al bando ventennale avevano segnato la mia
carriera, se così posso dire, cinematografica. Mi accorgo ora di aver realizzato questa mia
intenzione portando sullo schermo I Vicerè.
Il primo quesito che ci si può porre, di fronte a questa avventura cinematografica, è come mai si sia dovuto attendere tanto tempo dalla pubblicazione del romanzo di Federico De Roberto (partenopeo per nascita e catanese di formazione), la cui stampa risale al 1894.
Proprio poco prima di lasciarci, alla domanda cosa desidererebbe per il suo 95° compleanno, Giancarlo Menotti, il mitico direttore del Festival dei Due Mondi, rispose: qualcuno che mi leggesse i brani più belli de I Vicerè. Anche Indro Montanelli, singolare coincidenza, poco prima di morire, in un articolo pubblicato sul <Corriere della Sera>, si chiedeva come mai un paese, che ha portato sullo schermo quasi tutta la propria letteratura e per ben quattro volte I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni (oltre a tre trasposizioni
televisive), non avesse neppure una volta prodotto un film ispirato a I Vicerè.
Da parecchi anni, ho coltivato il desiderio di portare sullo schermo questa storia. Sapevo dei tentativi di molti altri registi e mi sono chiesto perchè questo straordinario romanzo non sia arrivato prima al cinema (una curiosità: di recente il figlio di Roberto Rossellini, Renzo, mi ha parlato di una sceneggiatura scritta dal padre, poi rimasta nel cassetto). Sin dal secolo scorso, si pensò a una trasposizione cinematografica, ma per vari motivi e traversie non avvenne. Il che ha costituito certamente un torto non solo verso De Roberto, ma soprattutto nei confronti del pubblico italiano. Probabilmente ha nociuto a De Roberto
l’ostilità delle critiche idealiste di Benedetto Croce (che nel 1939 lo stroncò senza mezzi termini, definendo il suo romanzo, su <La critica>, “un’opera pesante, che non illumina l’intelletto e non fa mai battere il cuore”) e in tempi più recenti non aver riconosciuto al lavoro di De Roberto la primogenitura di molte pagine rielaborate da autori successivi. Tuttavia, più delle critiche, ha certamente nociuto al romanzo l’opposizione, per oltre un secolo, da parte dei due poteri forti del paese: la politica e la Chiesa, entrambi al centro del romanzo.
Come ben ricorda Margherita Ganeri nei suoi studi sull’opera derobertiana, negli anni in cui furono pubblicati I Vicerè, subito marcati dall’insuccesso editoriale, trionfavano gli scritti di Gabriele D’Annunzio, come Il piacere, mille miglia lontano dalla realtà del tempo, che il nostro romanzo andava invece descrivendo con tanta sagacia e profetica crudezza. La svalutazione di De Roberto, lo ricorda Vitaliano Brancati, altro scrittore catanese ( nel 1929 si laureò in Lettere proprio con una tesi su De Roberto e, non a caso, come lui conobbe ostracismi e censure), dipese dalla miopia della cultura italiana dominante, tendente per sua natura a incensare più il buonismo che l’analisi critica. Lo stesso Brancati protestò contro l’italica vocazione al conformismo scrivendo, nel 1935 su <Quadrivio>, un articolo eloquente,
intitolato “Uno scrittore dimenticato: Federico de Roberto”, dove si individuava nella piaggeria della cultura dominante uno dei nostri mali ricorrenti. Tant’è che -lo ricorda lo storico della letteratura Giuseppe Leonelli- Federico De Roberto, morto a Catania nel 1927, si considerava senza mezzi termini uno scrittore “fallito”. Iniquo giudizio su se stesso, mai mutato, neppure dopo aver scritto un altro mirabile romanzo, rimasto
incompiuto, L’imperio, di fatto il seguito de I Vicerè, con il medesimo protagonista Consalvo, che viene a Roma, dove da politicante oscuro diventa ministro grazie al bluff di un attentato e tale rimarrà a lungo, ineguagliabile nell’adeguarsi a ogni mutar del vento. Il racconto dello scrittore siciliano è un affresco feroce nei confronti dell’istituto cardine della nostra società, la famiglia, mettendo inoltre alla berlina i nostri classici vizi, a cominciare dal trasformismo, su cui successivamente Tomasi di Lampedusa costruirà anche la filosofia de Il Gattopardo (la cui grandezza risiede nell’averci raccontato uno straordinario personaggio, il principe di Salina, che guarda con nostalgia al passato, mentre nell’opera di De Roberto il
passato, ritratto al pari di una tentacolare mostruosità, s’innesta con singolare capacità profetica al nostro presente e, ahimé, anche al nostro avvenire).
Poiché continuano ancora oggi, più o meno giustamente, i paragoni tra questi due romanzi, va notato come Tomasi di Lampedusa, egli stesso nobile, vedesse nella nobiltà il baluardo al decadimento morale e materiale dell’Italia unita, mentre De Roberto coglieva in essa i germi del corrompimento in fieri. A conferma di questa netta differenziazione, sociale e politica, basterebbe leggere una lettera di Tomasi di Lampedusa, indirizzata al cugino Casimiro Piccolo, scritta nel 1925 e pubblicata solo di recente, nella quale l’autore si dichiara eccitato per “la strigliata” che Giovanni Amendola aveva appena subito a opera degli squadristi fascisti, ammettendo che lo “aveva riempito di delicata voluttà”. Strigliata, dalla quale Amendola non si riprenderà, morendo mesi dopo in una clinica di Cannes. Fatto sta che la sorte del romanzo di De Roberto non ha visto la meritata riconsiderazione neppure dopo che Carlo Bo, già nel 1945, aveva messo in dubbio la consistenza delle critiche negative, in primis quella di Croce. Da notare che Bo, critico di tendenze cattoliche, ben conosceva la diffidenza nei confronti de I Vicerè da parte della Chiesa; eppure non temette di propugnarne con vigore la rivalutazione. Proposta, la sua, caduta nel vuoto.
Confinato all’oblio per troppi decenni, l’opera derobertiana si sta avviando finalmente alla giusta collocazione tra i nostri massimi capolavori. Di recente, l’interesse per i suoi scritti si è allargato anche fuori dall’Italia, tant’è che proprio quest’anno, prima a Malta e poi a Cambridge, si sono tenuti su di lui due interessanti convegni internazionali. Non sarà un caso che, da un po’ di tempo in qua, a ogni crisi politica nostrana e a ogni rimescolamento delle formazioni di governo, sulla bocca di molti torni la citazione de I Vicerè. Vedi ad esempio un articolo di Galli della Loggia, apparso il 29 luglio 2007 sul <Corriere della
Sera> ( giornale per il quale lavorò per un certo periodo lo stesso De Roberto), dove scrive che
I Vicerè dovrebbe essere reso obbligatorio nelle scuole. Nel romanzo, “c’è tutta l’antropologia del potere politico italiano: la sua articolazione infinita, la sua insaziabilità, l’inevitabile ipocrisia dei suoi riti, e per finire il ruolo decisivo degli ‘amici’ ”. Purtroppo, contro la diffusione nelle scuole italiane ha certamente giocato l’ostilità ecclesiastica, che ha messo all’indice (anche se non ufficialmente) soprattutto le scene ambientate nel Monastero dei Benedettini, ritenendole blasfeme. In proposito, va ricordato come De Roberto ben conoscesse le vicende “scabrose” di quel luogo, essendone stato bibliotecario per molto tempo dopo la chiusura del Monastero. Per quanto discutibili possano risultare quelle sequenze, spesso
accusate di anticlericalismo, io vi ravviso invece una dolorosa descrizione della degenerazione morale all’interno della quotidianità monastica, la cui origine è individuabile nella costrizione alla vita religiosa riservata ai figli cadetti dell’aristocrazia di allora, ovvero alla assoluta mancanza di vocazione. Proprio l’errore nel sovrapporre la costrizione alla vocazione, può avere indotto alle devianze descritte anche nel film, che mi auguro possa indurre a valutare sotto una diversa luce certe facili accuse.
Certo, corre un brivido a pensare che in ques to nostro paese, per essere considerati, si debba
attendere più di cent’anni! Comunque, meglio tardi che mai, come suggerisce un altro catanese, Antonio Di Grado, studioso emerito dell’opera derobertiana, il quale sottolinea come la sua “impavida curiosità a indagare le forme proto-novecentesche” della crisi permanente delle istituzioni e delle forme politiche italiane “congiura a consegnare De Roberto alla modernità”.
E’ proprio la modernità de I Vicerè, a farci assistere alla saga di questa singolare famiglia, con sarcasmo e lugubre divertimento. E’ la metafora di una certa Italia, la quale si è formata appena sancita l’unità del paese e che viene raccontata, cito ancora Di Grado, come “una galleria barocca, o peggio, come un carrozzone di freaks girovaghi”. Freaks, termine quanto mai appropriato, per descrivere una genìa composta da ex patrizi, ex monaci, borghesi, piccolo-borghesi, commercianti, avvocati, politicanti, sindaci, preti, cardinali, mestieranti e servizievoli intellettuali, sempre pronti a prostrarsi ai potenti di turno,
salvo salire sul carro dei vincitori appena cambia il vento. E’ il trionfo dei più forti, una specie di “selezione dei peggiori” di darwiniana memoria, come ricorda lo storico Giuseppe Giarrizzo, a lungo Preside della Facoltà di Lettere di Catania, nel palazzo un tempo sede del Monastero benedettino. All’ottimismo di Massimo D’Azeglio, che contava, una volta fatta l’Italia di poter forgiare gli italiani, il duca d’Oragua, uno dei potenti protagonisti de I Vicerè, oppone un concetto (subito fatto suo dal nipote, il principe Giacomo), destinato a rimanere memorabile: “ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri”. Questo, il principio seguito da molti nel trapasso dal regno borbonico all’unificazione e di nuovo fatto proprio dai ceti dominanti nel passaggio dal fascismo all’antifascismo, per non parlare del trasformismo in voga in tempi più moderni, con l’avvento della cosiddetta seconda Repubblica.
Per tutti questi motivi, considero il mio un film che parte da lontano, per avvicinarsi al nostro sentire e per offrire materia di riflessione. Si dirà che il nostro lavoro conduce a un disarmante pessimismo, visto il quadro atroce che rappresenta. Niente di più sbagliato.
Una radiografia non può mai essere intesa come lenimento del dolore, anzi. Così come è preferibile il medico che fotografa la realtà, a quello che, per compiacere il paziente, si sforza di occultare i risultati delle analisi. Il film si accinge, con la dovuta umiltà e rispetto, a colmare un vuoto e a pagare un tributo.
Ciò che siamo stati e ciò che siamo, i vizi che ci affliggono, la resistenza a ogni cambiamento e, per contro, la vocazione al conformismo, la tempestività a chinare la schiena di fronte ai vincitori… tutto ciò è stato magistralmente narrato da De Roberto. Il suo è un dipinto che rappresenta la fotografia più impietosa del nostro DNA, tratteggiata con le armi dell’ironia e del grottesco. Purtroppo, come ricordava Indro Montanelli, il nostro paese ha sempre rifiutato, per “quieto vivere”, di discutere quello che è il nostro più importante racconto storico laico. Non a caso, Leonardo Sciascia ha collocato I Vicerè al vertice della letteratura italiana, insieme a I promessi sposi. Con la differenza che, mentre Manzoni è stato giustamente
diffuso dalla saggezza della cultura cattolica, non altrettanto è stata capace di fare la cultura laica, sempre pavida e timorosa di essere se stessa. Pensando al passaggio dal romanzo al cinema, mi è venuto in mente il film di David Griffith Nascita di una nazione. Anche qui si affronta il passato per capire il presente e, soprattutto, le nostre origini. Con in più, nei Vicerè, una valenza oscura, da romanzo “nero”, tipicamente
italiana.
Con I Vicerè, torno per la terza volta in Sicilia, dopo le esperienze dei miei film precedenti,
Marianna Ucria, ispirato al romanzo di Dacia Maraini, e Alla luce del sole, sull’omicidio di don
Puglisi per mano della mafia.
I Vicerè è la storia travolgente del finire di un secolo -come in Guerra e Pace o in Via col ventoche
oggi si ripropone in circostanze diversissime, eppure sorprendentemente rassomiglianti.
Una grande lezione di pathos, un affresco a forti tinte, cui lo schermo può prestare carne e
sangue, ambientazioni e costumi, volti e gesti indimenticabili.Quello che più colpisce di questa saga è che il tragitto di Consalvo, il protagonista della storia, ha davvero una straordinaria attinenza con il nostro presente. Al punto che la maggior parte degli spettatori, vedendo il film, sarà indotta a pensare che i dialoghi riguardanti la parte politica della vicenda, sorprendentemente attuali e lungimiranti, siano stati scritti da noi e non già da De Roberto.
Non a caso, ho scelto di finire il film con una citazione tratta da L’imperio, il romanzo postumo di De Roberto, con Consalvo divenuto onorevole, che si accinge a entrare nella nuova aula di Montecitorio, in preda alla gazzarra dei deputati in lotta tra di loro, subissati dalle urla (per le quali ho volutamente ri-usato le grida finali di Forza Italia!). Più volte, nello spiegare l’abitudine a cercare nei romanzi la fonte di ispirazione per i miei film, ho cercato di chiarire la convinzione che tra cinema e letteratura non sussiste
consanguineità, nel senso che si tratta di linguaggi incompatibili (l’una evoca, l’altro mostra) e,
soprattutto, di autori diversi (lo scrittore e il regista, che in realtà hanno in comune solo la trama e l’impianto della narrazione). Nel caso de I Vicerè, sono stato attratto dall’idea di raccontare la genesi del nostro paese attraverso il conflitto interno e generazionale di una famiglia, apparentemente portatrice di una morale e di un’etica, in realtà capace solo del contrario.
La storia si muove su due piani, la sfera privata e la sfera pubblica, retti dalle medesime logiche di potere, le cui manifestazioni esteriori sono proprio il trasformismo e la sopraffazione, che portano i personaggi a intrecciare alleanze e a coltivare inimicizie destinate a mutare di continuo.
La narrazione spinge lo spettatore a togliere il velo alle apparenze. A essere indagate sono, inesorabilmente, le istituzioni su cui poggiano le nostre origini: la famiglia, lo Stato, la Chiesa
Il matrimonio di interessi è il loro punto di congiunzione. Uno degli aspetti della modernità di
questa storia sta proprio nella lucidità con cui vengono analizzati i rapporti sentimentali tra i
vari personaggi, fatti a pezzi dalla prepotenza dei più forti.Due parole sulla scelta degli interpreti.
La loro scelta era in parte già “scritta” nel romanzo: ho puntato su attori italiani e spagnoli, vista l’origine iberica della famiglia Uzeda. Lando Buzzanca, non solo per essere di origine siciliana, era l’interprete ideale per il personaggio del principe Giacomo: sono certo che il pubblico rimarrà colpito dalla sua interpretazione in un ruolo assolutamente diverso da quelli affrontati nella sua lunga carriera. Era giusto, nel conflitto generazionale fra Giacomo e il figlio Consalvo, che quest’ultimo fosse interpretato da un attore con un’esperienza teatrale alle spalle, in grado di “tenere testa” a Buzzanca. Il successo ottenuto in televisione da Alessandro Preziosi ha fatto dimenticare a molti le sue “nobili” origini sul palcoscenico e le sue notevoli capacità nel cambiare registro. Nel personaggio di Consalvo, a dimostrazione dell’attualità del romanzo, ho rivisto “la trasformazione” di molti giovani del ’68, la loro incapacità di perseguire gli ideali di un tempo, spinti dalla necessità di scendere a patti con la realtà. Cristiana Capotondi era l’interprete ideale per far rivivere la fragilità e la passionalità ferita di Teresa, un personaggio con il quale De Roberto ha anticipato sentimenti e difficoltà comuni a molti giovani del nostro tempo. Terribile la scena della sua prima notte di matrimonio con lo sgorbio Michele, che segna l’evoluzione del suo personaggio, costretta a cedere al volere paterno. La sfida è stata quella di affidare i ruoli principali ad attori, da Lucia Bosè a Franco Branciaroli a Vito a Giselda Volodi a Sebastiano Lo Monaco a Paolo Calabresi a Guido
Caprino e a tanti altri meno noti attori italiani, oltre agli spagnoli Assumpta Serna (protagonista indimenticabile di Matador di Pedro Almodovar), Pep Cruz e Jorge Calvo, per lo più chiamati a uscire dai loro schemi abituali e a mettersi in gioco. Come è giusto che sia in un affresco corale, dove ogni personaggio, anche il più piccolo, è chiamato a svolgere un ruolo di rilievo, proprio perché ciascuno rappresenta il simbolo di un paese ferito fin dalla nascita.
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