Black Dahlia
SINOSSI
Il regista Brian De Palma, famoso per classici come The Untouchables-Gli intoccabili, Scarface e Carlito’s Way, e per i thriller Carrie-Lo sguardo di Satana, Vestito per uccidere e Blow Out, dirige questo adattamento del romanzo di James Ellroy’s (L.A. Confidential, American Tabloid).
Black Dahlia racconta una storia di ossessione, amore, corruzione, avidità e depravazione basata sul brutale omicidio di una starlet di Hollywood nel 1947, che colpì e commosse la nazione in quegli anni e resta a tutt’oggi irrisolto. Due poliziotti ex-pugili, Lee Blanchard (Aaron Eckhart) e Bucky Bleichert (Josh Hartnett), sono incaricati di indagare sull’omicidio dell’ambiziosa attricetta Betty Ann Short (Mia Kirshner) detta “Black Dahlia”—un crimine così orrendo che non ne vennero mai mostrate le immagini al pubblico.
Mentre la relazione di Blanchard con Kay (Scarlett Johansson) viene messa in difficoltà dal crscente impegno dell’agente nelle indagini, il suo partner Bleichert finds si scopre attratto sempre più dalla enigmatica Madeleine Linscott (Hilary Swank, due volte premio Oscar), figlia di uno degli uomini più importanti della città—che si scopre avere un oscuro legame con la vittima.
LA PRODUZIONE
“Alzai lo sguardo, sentivo freddo dappertutto; respiravo a fatica.
Spalle e braccia mi sfiorarono e udii voci confuse: “Non c’è una dannata goccia di sangue” – “Questo è il peggior crimine commesso su una donna che ho visto in sedici anni…”
- James Ellory, “Black Dahlia”
Per quasi 60 anni, una storia ha affascinato e inorridito un’intera città, ha spinto giornalisti, scrittori e sceneggiatori a riflettere sugli impulsi più oscuri e diabolici dell’uomo ed è stata di ammonimento alle inesperte attricette che arrivano a Hollywood per inseguire i loro sogni. E infatti tutto è iniziato con una ragazza per niente speciale, ma avida di successo.
Si chiamava Elizabeth “Betty” Short, aveva 22 anni, era un’aspirante attrice che veniva dalla East Coast e amava portare un bel fiore tra i capelli corvini, ma era diventata molte cose per molte persone, amica cara, sorella amatissima, figlia lontana, fidanzata abituale e accusata di prostituzione.
Il 15 gennaio 1947 il suo corpo venne ritrovato in un luogo abbandonato nei pressi di Leimert Park, a Los Angeles: era nudo, tagliato in due all’altezza della vita, gli organi interni erano stati rimossi e il sangue fatto defluire, un crimine così orrendo che le foto non vennero mai mostrate al pubblico. L’assassino l’aveva presa a bastonate, sodomizzata e le
aveva tagliato la bocca da un orecchio all’altro, in una smorfia clownesca e ripugnante. Fra false accuse e confessioni, quello di Betty è uno degli omicidi più raccapriccianti rimasti insoluti nella storia della città di Los Angeles.
Dopo la sua morte, lei sarebbe sempre stata ricordata come “Dalia nera”.
Quarant’anni dopo, lo scrittore JAMES ELLROY (“L.A. Confidential”, “American Tabloid”) ha scritto “Dalia nera”, la storia dell’assassinio di Betty sullo sfondo della Los Angeles di quel periodo. Con un racconto che parla di ossessione, corpi usati nel cinema e persone segnate da quell’omicidio, Ellroy ha sperato di poter esorcizzare i demoni che avevano iniziato a perseguitarlo dopo lo strangolamento di sua madre, avvenuto nel 1958.
Ora BRIAN De PALMA, regista di classici come “The Untouchables- Gli intoccabili”, “Scarface” e “Carlito’s Way” e di thriller come “Carrie-Lo sguardo di Satana”, “Vestito per uccidere” e “Blow Out” ha girato l’adattamento del romanzo di Ellroy scritto dallo sceneggiatore JOSH FRIEDMAN (“War of the Worlds”). Famoso per le sfaccettature e la profondità dei temi e delle passioni che racconta, per la violenza e l’ossessione dei suoi lavori, elementi che condivide con Ellroy, De Palma è il regista perfetto per portare sullo schermo questa storia tragica e sinistra.
“Black Dahlia” parla di avidità, amore, corruzione e depravazione, e della morte di Betty Short nella Los Angeles del dopoguerra, in cui politici corrotti manovrano poliziotti disonesti che aiutano gangster spietati a trovare squallidi cineasti che sfruttano giovani attrici alla disperata ricerca di un posto in un mondo di illusioni.
Entrano in scena due agenti ex pugili, Lee Blanchard (AARON ECKHART) e Dwight “Bucky” Bleichert (JOSH HARTNETT), i ragazzi immagine della polizia di L.A. negli anni ’40, e il loro primo caso di omicidio inizia con una telefonata del loro supervisore, il detective Millard (MIKE STARR), che li incarica di indagare sull’assassinio della attricetta Betty Short (MIA KIRSHNER).
Blanchard e Bleichert, come del resto tutta la città, vengono coinvolti dal losco mondo della L.A. di Dalia. Mentre il crescente impegno di Blanchard nelle indagini mette in crisi il suo rapporto con la fidanzata Kay Lake (SCARLETT JOHANSSON), Bleichert si sente sempre più attratto dall’enigmatica Madeleine Linscott (la due volte premio Oscar Hilary Swank), figlia di uno degli uomini più influenti della città, che si scopre avere avuto un discutibile rapporto (e una somiglianza) con Dalia.
Per Blanchard il caso diventa un’ossessione, perché risolverlo significherebbe riscattarsi dall’aver fallito nel proteggere le altre donne della sua vita.
Anche Bleichert inizia a mettersi in discussione e non sa decidersi tra due donne molto diverse tra loro: l’apparentemente innocente Kay e la seducente Madeleine, la cui madre, Ramona (FIONA SHAW), si dimostra in possesso di più di una chiave del mistero.
Decisa a diventare famosa, e in effetti lo diviene, ma non come avrebbe voluto, Betty Short influisce sulla vita altrui molto più da morta che da viva. Sognava di essere fotografata per arrivare al grande schermo e invece sui tabloid sono finite le foto della sua autopsia.
Ora De Palma ci porta, con il suo stile inconfondibile e il suo istinto di regista, nel mondo di questa ragazza e di coloro che hanno avuto a che fare con la sua storia.
Quando “Black Dahlia” arriva sul grande schermo il vero crimine incontra la leggenda metropolitana.
Insieme a De Palma un team di creativi che comprende il compositore MARK ISHAM (“Crash”), BILL PANKOV (“Carlito’s Way”) al montaggio, lo scenografo DANTE FERRETTI (“Ritorno a Could Mountain”), il direttore della fotografia VILMOPS ZSIGMOND (“Il cacciatore”). I produttori del film sono ART LINSON (“Fight Club”), AVI LERNER (“The Wicker Man”), MOSHE DIAMANT (“Tristan & Isolde”) e RUDY COHEN (“The I Inside”).
Il viaggio di Betty verso il cinema
“Chi sono questi uomini che si cibano degli altri?
Cosa sentono quando incidono il loro nome nella vita di un altro?”
- Detective Bucky Bleichert
Elizabeth “Betty” Short era nata il 29 luglio 1924 a Hyde Park, Massachusetts, e come tante altre aspiranti attrici inseguiva un sogno: sfondare a Hollywood. A 19 anni si era trasferita in California, passando dalla casa del padre a Vallejo prima a Santa Barbara e poi a L.A.
Durante la sua permanenza in città, la sua storia assomiglia a quella di tante altre. Si era presentata a una quantità di provini, aveva vissuto per un periodo ai Chancellor Arms Apartments e si dice che frequentasse posti come il Pig & Whistle sull’Hollywood Blvd, il Formosa Café sul Santa Monica Blvd e il Biltmore Hotel sulla Grand Ave. E comunque è proprio in questo albergo che il 9 gennaio 1947 si presume che abbia incontrato un amico. Quella è stata l’ultima volta in cui è stata vista viva.
I capelli corvini di Betty, la sua abitudine di vestire di nero e di mettere un bel fiore tra i capelli, oltre all’uscita nel 1946 del film “The Blue Dahlia” con Alan Ladd e Veronica Lake, la fecero soprannominare Dalia Nera, un nome che la infastidiva in vita e l’ha seguita dopo la morte. La gente rimase affascinata dalla sua sordida storia, che sembrava uscita dalla penna di Raymond Chandler o Dashiell Hammett. E comunque quelli coinvolti nel caso furono ossessionati dal salvare o condannare la reputazione di Dalia.
Nel 1947 l’orrendo assassinio della giovane donna travolse Hollywood e l’intero paese come una tempesta. La capitale del mondo dello spettacolo era piena di boss della malavita, dirigenti degli studios immorali, poliziotti corrotti e di gente pronta ad approfittare di una ragazza… e dei succosi particolari della sua morte. Per mesi, il L.A. Examiner, il Los Angeles Times e tutti gli altri giornali sparavano titoli in prima pagina del tipo “Chi ha ucciso Betty Short?”. La sua sarebbe diventata la storia di una leggenda di Hollywood… e avrebbe nutrito le fantasia di un ragazzo per una vita.
James Ellroy la conobbe a 11 anni, quando ricevette dal padre la raccolta “The Badge” di Jack Webb, che dedicava 10 pagine a Elizabeth Short. Sua madre, Jean Hilliker, era stata strangolata solo qualche mese prima e il responsabile non venne mai trovato, così la sua incapacità di elaborare apertamente la sua morte si trasformò nell’ossessione per la Dalia Nera.
Ellroy, come molti altri prima e dopo di lui, ha compiuto ricerche su questa ragazza per anni. Ricorda: “Sono andato alla Central Library, ho esaminato tutto il materiale esistente sul caso e mi sono immerso in una L.A. che non esisteva più. Ho viaggiato nel tempo, dal ’59 al ’47, e ho cominciato da allora a vivere nelle due L.A.”.
Ellroy ha aspettato a scrivere il suo settimo romanzo, il primo dei quattro su L.A., “Black Dahlia” è del 1987, dopo essersi ‘fatto i muscoli’ con “Brown’s Requiem”, “Clandestine”, “Blood on the Moon” e “Suicide Hill”. Lo scrittore ammette: “Dovevo prepararmi per vivere nella Los Angeles del ‘47”.
Per Ellroy la storia di Dalia non è finita con quel libro, perché nel 1996 ha scritto “My Darkest Places”, un ricordo dell’omicidio della madre, avvenuto nel 1958. “Ho dovuto affrontare un percorso molto lungo con Elizabeth Short e scrivere “Black Dahlia” prima di poter parlare di mia madre. Elizabeth era la controfigura narrativa di mia madre. Mia madre e lei si sono trasformate come d’incanto. Sono state una persona sola nella mia mente, per molto tempo”.
Lo sceneggiatore Josh Friedman aveva iniziato ad adattare le oltre 300 pagine del romanzo di Ellroy per il regista David Fincher, che doveva dirigere il progetto nel 1997, e i produttori Rudy Cohen e Moshe Diamant. “David ed io vi abbiamo lavorato per parecchi anni”, dice Friedman. “Io scrivevo un abbozzo e ne parlavamo… poi ci siamo dedicati a altri impegni”.
Quando Fincher ha lasciato, “E’ arrivato Brian De Palma, ed è stato un treno”, continua Friedman. “Su sollecitazione di Brian e Art (il produttore Linson), abbiamo apportato delle modifiche importanti alla sceneggiatura e siamo partiti”.
Del materiale su cui ha lavorato, dice: “Non lo considero un romanzo di genere, ma una fiction storica. Ho seguito il modo in cui Ellroy racconta questa storia coinvolgente… il suo intreccio è unico. Mi sono attenuto alla struttura e al comportamento dei personaggi nel libro”.
“James ha creato un intero mondo noir e il modo in cui racconta le sua sue storie è molto complesso”, aggiunge il regista De Palma. “Il suo linguaggio è così ricco. Josh è stato un barometro perfetto di ciò che si poteva o non si poteva fare con il suo lavoro. Aveva vissuto e respirato il romanzo per un decennio. Art ed io abbiamo lavorato con lui quasi un anno prima che lo script fosse completato”.
De Palma sapeva di non voler raccontare solo la storia della Dalia Nera, ma di voler esplorare il mondo di personaggi di fiction della Los Angeles del 1947, quelli segnati profondamente dal crimine. Era d’accordo con l’interpretazione di Friedman del “triangolo formato da Bucky, Lee e Kay. C’è una storia tra Bucky e Lee che risale allo Zoot Suit Riots e culmina nella prima parte quando Bucky perde deliberatamente un incontro per avere i soldi per mettere il padre in una casa di riposo”.
De Palma, famoso per gli intrecci del plot, ha amato anche il fatto “che tutti mentono. In ogni scena cruciale, in cui pensi che qualcuno stia rivelando qualcosa, invece rivelano l’opposto di quello che avevano detto prima. I personaggi sono tutti compromessi e vediamo Bucky venir risucchiato in questo inferno”.
Una volta completata la sceneggiatura (e i finanziamenti per la distribuzione internazionale) il regista e i produttori hanno iniziato a cercare un partner per la distribuzione nazionale. Un incontro con il vice presidente (ora presidente) di Universal Pictures, Marc Shmuger, ha portato a siglare l’accordo.
Il produttore Art Linson dice: “E’ una tradizione di Hollywood che i film dark siano difficili da realizzare. Ciò che distingue questo da un omicidio tradizionale è l’effetto provocato sulle persone. Il film non è su che l’ha commesso, ma sull’ossessione e l’impatto che ha provocato sulle vite degli agenti della polizia di L.A e le donne a loro legate”.
“Sono pochi i registi che capiscono cosa sia un film noir”, continua. “Brian ha il tocco perfetto per questo materiale e le sue sequenze quel grande stile visuale di cui “Dahlia” aveva bisogno”.
Un altro problema che la produzione ha dovuto affrontare è stato quello di trovare gli attori giusti…. Ed ecco cinque giovani chiamati Josh, Scarlett, Aaron, Mia e Hilary.
“Sembra quella ragazza morta. Ti senti bene?
Finirai come Lee. Ma io no”.
- Kay Lake
Un gruppo di attori che potessero dar vita a un noir moderno, far ricordare i thriller degli anni ’40 e ’50, con le coppie Humphrey Bogart/Lauren Bacall e Fred MacMurray/Rita Hayworth senza farne una caricatura. De Palma e i produttori si sono rivolti a cinque attori giovani ma ben conosciuti e a un gruppo di esperti professionisti che potevano interpretare la varietà di personaggi della sceneggiatura di Friedman e del romanzo di Ellroy.
De palma sostiene di aver lavorato semplicemente con dei talenti, “I grandi attori creano qualcosa che ti lascia sorpreso”.
Josh Hartnett è stato scelto per il ruolo di Bucky Bleichert, il cui mondo inizia a essere sconvolto quando viene incaricato del caso. De Palma ha sentito che l’attore poteva esprimere facilmente le buone intenzioni di Bucky nello script. “Anche in quel mondo corrotto, Bucky è corretto”, osserva. “Come nei vecchi noir interpretati da Bogart, lui ha una moralità”.
“Josh è diventato un uomo”, afferma Linson. “Vedere il ragazzo di “Il giardino delle vergini suicide” trasformarsi in questo detective dalla vita molto complicata, innamorato di due donne e ossessionato da un omicidio, è fantastico”.
Hartnett è stato attirato dal ruolo perché “non è un racconto moralistico. I personaggi hanno dei difetti che si portano fino alla fine e nessuno se ne allontana”.
Il dialogo serrato di Friedman non è stato il solo problema che ha dovuto affrontare. La fisicità del ruolo ha richiesto infatti all’attore un allenamento di quattro ore al giorno per sette mesi, perché doveva interpretare un boxeur come Bucky (conosciuto sul ring come Mr. Ice).
I film di De Palma sono caratterizzati da un trio o un quartetto che si forma in modi insoliti. Questa volta insieme al triangolo Bucky-Kay-Lee troviamo l’attore Aaron Eckhart, che il regista definisce “un giovane Kirk Douglas”. E infatti ha dato la dimensione giusta a Mr. Fire, Lee Blanchard, il poliziotto testa calda, con le sue esplosioni di rabbia…Durante le indagini sul caso della Dalia Nera scopriamo che nella sua vita Lee ha tutta una serie di donne che non ha potuto salvare, compresa la sorella, morta a 15 anni.
Eckhart ha accettato il ruolo fisicamente impegnativo di Mr. Fire/Blanchard, perché il personaggio “parla velocemente, beve tanto, capisce al volo, è molto divertente da interpretare per un attore”.
Parlando del suo interesse per i noir degli anni ’40, dice: “La loro cadenza era più rapida di quella di oggi. Se guardiamo Cagney o Rdward G. Robinson, vediamo che parlano in modo velocissimo”.
Il suo partner nella lotta al crimine, Josh Hartnett, ride: “Aaron non esita ad andare sopra le righe, ha una grossa personalità e una forte presenza sullo schermo che rendono credibile che possa spazzare via chi intralcia il suo cammino”.
Con i ruoli al testosterone già assegnati, De Palma si è dedicato alla ricerca di tre ragazze che non apparissero le damigelle in difficoltà. Delle tre protagoniste il regista dice: “Le ragazze sono magiche, misteriose. C’è sempre in loro qualcosa di non detto”.
Per il ruolo di Kay Lake, De Palma ha voluto Scarlett Johansson, che aveva incontrato anni fa, quando aveva interpretato “L’uomo che sussurrava ai cavalli” e che l’aveva colpito tanto da aver desiderato di poter lavorare un giorno con lei.
Il produttore Linson trova che in Johansson ci sia qualcosa che ricorda il passato, “ha quel look che ti fa tornare indietro nel tempo”. E fotografata da Vilmos Zsigmond, Johansson evoca in modo sorprendente un’epoca con la sua fisicità.
“Quando ho letto la sceneggiatura di Josh, sono subito entrata in relazione con quella passione che c’è in Kay”, dice l’attrice. “Lei è una donna dolorosamente sola, romantica, che vuole solo stare al sicuro. Non capisce di aver trovato in Bucky l’opposto di quello che vede nel suo ragazzo, Lee”.
L’attrice canadese Mia Kirshner, diventata famosa con il ruolo di Jenny nelle due ultime stagioni di “The L Word” di Showtime, si era presentata per il ruolo di Madeleine Linscott, ma De Palma era stato così colpito dalla sua performance che l’ha voluta per interpretare Dalia e, insieme a Friedman, ha ampliato le scene in cui era coinvolta. “E’ sorprendente”, afferma il regista. “Quando ho visto il suo provino ho detto, Mia, devo averti in questo film. Stiamo creando il personaggio di Dalia e sarai tu a interpretarla”.
“Quando ero bambina a Toronto, dice l’attrice, mi piaceva andare in biblioteca e sfogliare libri sui vecchi film e guardare le fotografie di Vivien Leigh e Hedy Lamarr. Mio padre e io guardavamo i vecchi film il sabato sera e sono cresciuta nutrendo una grande ammirazione per il noir”.
Kirshner aveva sentito parlare dell’attrice che avrebbe dovuto interpretare, ma ha voluto analizzare personalmente la donna che era Elizabeth Short. Sentiva che era importante umanizzare la tragica storia di Betty. “Ho cercato di cogliere la sua essenza”, dice Kirshner, “ho letto molto su di lei e la considero una donna intelligente, romantica, delicata”.
Per il ruolo di Madeleine Linscott, De Palma ha voluto un’attrice che non solo potesse interpretare la femme fatale, ma che assomigliasse anche a Mia Kirshner. Il romanzo di Ellroy è molto chiaro sul fatto che Dalia sia stata uccisa non per chi era ma a chi somigliava.
Hilary Swank, che ha vinto due Oscar, aveva appena terminato “Million Dollar Baby” di Clint Eastwood quando ha accettato la parte di Madeleine, una donna che non sa cosa significhi la parola ‘coscienza’. De Palma, da tempo ammiratore di femmes fatales, voleva un’attrice che potesse gestire il ruolo complicato di ‘una povera ragazza ricca che abbandonerà quei tipi al loro destino’. “Credo che Hilary sia la classica donna ragno”, dice il regista, riesce a interpretare un personaggio che è contemporaneamente estremamente vulnerabile e estremamente perfido”.
Della scelta di Swank, lo sceneggiatore Friedman dice: “Avere qualcuno che ha vinto due Oscar per interpretare il 25% del tempo del tuo film, è la realizzazione di un sogno per uno scrittore”.
Swank è stata anche felice di poter interrompere l’intenso allenamento cui si era dovuta sottoporre per interpretare la campionessa di boxe Maggie Fitzgerald. “Madeleine non berrebbe mai otto chiare d’uovo per colazione”, dice ridendo l’attrice.
Swank ha accettato il ruolo perché “Madeleine è così diversa dai personaggi che ho interpretato fino ad ora. Viene da un ambiente dell’alta borghesia, fa quello che vuole, è una figlia di papà viziata. Ma è anche una persona inquieta, che cerca l’amore”.
A interpretare la madre di quell’insieme di stravaganti che compongono la famiglia Linscott è la famosa attrice inglese Fiona Shaw. De Palma ricorda una delle scene del film, il pranzo durante il quale Bucky viene presentato ai Linscott: “Fiona lancia a Josh uno sguardo disgustato che dice, ‘Cosa fa questo poliziotto in casa mia?’. La sua interpretazione mi ricorda quella di Vanessa Redgrave, rende il personaggio veramente divertente”.
De Palma e “Black Dahlia”
“Non mi sparerai mai. Non dimenticare a chi assomiglio.
Perché quella ragazza… quella poveraccia morta… lei è tutto ciò che hai.”
- Madeleine Linscott
Conosciuto per tratti stilistici molto precisi, temi hitchcockiani ricorrenti, strane rassomiglianze, femmes fatales, esplosioni di grande violenza, il regista è il primo ad ammettere ridendo di essersi inconsciamente chiesto all’inizio delle riprese ‘Come posso girare questo film ancora di più alla Brian De Palma?’. “Non è qualcosa di cui ti rendi conto. Non so perché ci si sente attratti da qualcosa”, dice. “Semplicemente ti afferra e ti intriga”.
E così ci sono temi ricorrenti, ad esempio ha esplorato spesso il tema del doppio, esterno e interiore, personaggi con personalità spezzate che trasferiscono la colpa su un altro. Non è insolito che un personaggio di De Palma assuma la personalità e le caratteristiche di un altro. Da “Omicidio a luci rosse” a “Vestito per uccidere” e “Raising Cain-Doppia personalità”, ha spesso affrontato questo territorio.
De Palma ha trovato interessante che molti dei suoi temi ricorrenti si trovino nel linguaggio velocissimo e livido del mondo di Ellroy. Ad esempio Madeleine si fissa sul conoscere (e andarci a letto) una ragazza che le assomigli, si imbatte in Betty e comincia ad assumere il suo atteggiamento seduttivo. Usa perfino l’ossessione di Bucky per il caso per farlo tornare nel suo letto.
Ma, come in tutti gli adattamenti, ci sono tagli e modifiche. Nella scena in cui si scopre l’omicidio di Dalia, De Palma concentra l’attenzione del pubblico su un evento (lo scontro tra Lee e Baxter Fitch) che si svolge contemporaneamente al ritrovamento del cadavere, in antitesi con ciò che succede nel libro di Ellroy.
De Palma ha pensato che sarebbe stato ironico se il grande crimine fosse in realtà dietro quello piccolo. “Ho voluto inserire la scoperta di Dalia in uno sfondo in cui ci sono altre cose”, afferma il regista. “Abbiamo compresso altri intrecci e ci siamo mossi su quattro tracce. Poiché gran parte della storia è raccontata in modo indiretto, si pensa ‘questa è la cosa importante”. E invece non è così”.
Anche se era importante per lo sceneggiatore e per il regista trasferire il linguaggio e gli intricati subplot di “Black Dahlia” nella versione cinematografica, sapevano anche che il medium visivo richiede alcuni elementi che il romanziere non può usare. Ad esempio Ellroy dice che il killer di Betty per incidere sul suo volto quel sorriso grottesco si è ispirato al tragico personaggio di Victor Hugo, Gwynplaine. Nel romanzo del 1869, “L’homme qui rit”, Hugo parla di Gwynplaine, che ha sul volto la cicatrice di un ghigno, un taglio infertogli dal Re per vendicarsi del tradimento del padre. Questo personaggio ha ispirato molti artisti, anche Bob Kane, che l’ha usato per Joker, il perfido antagonista di Batman.
“Nel romanzo di Ellroy, l’immagine di “L’uomo che ride” è molto presente nella mente dell’assassino”, dice il regista, “e Dalia viene sfregiata proprio in quel modo”. Poi De Palma ha chiesto al suo team: “Qual è il modo migliore per mostrare questo particolare? C’è un film? Certamente… c’è stato”. E ha inserito una scena in cui Bucky, Lee e Kay vanno a vedere il film del 1928 di Paul Leni “L’uomo che ride”. (Per coincidenza il film era stato prodotto dalla Universal Pictures ed è stato uno dei primi film a inserire elementi di sonoro).
Pochi registi hanno usata la gamma di colori e i complessi movimenti di macchina per cui De Palma è famoso. Fino alla scena dello scontro finale tra i due poliziotti il regista usa colori saturi, poi passa a contrasti molto forti per raccontare la storia, accompagnata da flashback desaturati. “Il film è fondamentalmente una discesa all’inferno”, dice il regista. “Con il noir cerchi di usare contrasti forti, ombre e angoli stretti”.
De Palma ha scelto di lavorare con un team che comprende collaboratori di vecchia data, lo scenografo di Fellini e del teatro dell’opera Dante Ferretti e il famoso direttore della fotografia Vilmos Zsigmond. “Guardo una scena e mi chiedo quale sia la posizione migliore della macchina da presa per una certa azione”, dice il regista. “Poi massimizzo la visuale e progetto le locations per le sequenze”. Infatti De palma è famoso per creare modelli a tre dimensioni per capire esattamente ciò che vuole girare prima di far partire la macchina da presa.
De suo stile di regia dice: “Non mi interessa se non parla visivamente. Dirigere è abbastanza semplice. Se hai buon gusto e sai guidare gli attori, girerai un buon campo medio o un primo piano. Purtroppo la maggior parte della gente è cresciuta davanti alla tv e molti registi presentano dialoghi a due o a tre e riprese in steadicam”.
Nel film, De Palma tiene le immagini di Dalia sullo sfondo fino alla fine, con la macchina da presa lontana da primi piani del corpo, instillando curiosità nel pubblico. Invece ci mostra Betty viva attraverso i suoi provini.
De Palma continua: “E’ come se qualcuno stesse lavorando a una opera d’arte grottesca dicendo ‘guardate cosa ho fatto’. Quelle foto ti fanno pensare che abbia scolpito nella carne, entrano nel tuo subconscio. La mia idea è stata tenere quell’immagine sullo sfondo fino alla fine del film”.
“Brian elabora visivamente le sequenze e poi viene il dialogo”, dice il produttore Linson. “Ci racconta la storia di Dalia attraverso i provini, in cui ha anche un suo cameo (alla Hitchcock).
La voce fuori campo del regista che cerca di dirigere Betty nell’audizione è quella di De Palma, usata inizialmente come traccia temporanea, ma poi conservata quando i realizzatori si sono accorti che funzionava bene con Kirshner. “Quello che si vede con Mia durante i provini è in gran parte improvvisato. Abbiamo analizzato il rapporto tra me, un cineasta indifferente e insensibile, e Mia, una ragazza disperata, che si illude di essere un’attrice”, dice il regista. “Poi Vilmos ha messo tutto in bianco e nero. Questo rende Elizabeth Short un vero essere umano e il film più coinvolgente”.
Il rapporto diretto con il pubblico è un’altra caratteristica del regista, che appare anche in “Black Dahlia”. La prima volta che gli spettatori entrano nella residenza dei Linscott, Swank guarda in macchina come se li accogliesse insieme a Bucky. “E’ una vecchia regola di guerra”, dice De Palma. “Era il momento di farle interpretare la sua follia guardando in macchina e tirando dentro il pubblico”. E per contrasto, quando Bucky/spettatori si accomodano a tavola, la macchina da presa torna a una inquadratura in terza persona.
De Palma ha voluto usare le parole di Ellroy in questa scena, notando: “Ho diretto mettendo in risalto le sue intenzioni. E’ il pranzo più folle cui si possa partecipare, ma tutti sembrano pensare che le cose siano come devono essere. Solo in seguito vediamo le conseguenze mortali di questa famiglia Addams. Ma quando li conosciamo sembra una commedia del periodo della Restaurazione”.
La posizione della macchina da presa e le angolature permettono al pubblico di guardare dal punto di vista del cadavere il viso di Bucky, chiamato dal detective Millard a osservare la scena. Poi, ancora una volta, il pubblico è Bucky nella scena in cui è seduto alla scrivania del procuratore Loew.
Le scelte di De Palma e Zsigmond ci fanno entrare nel mondo di Betty, prima e dopo la sua morte. I complessi movimenti di camera necessari per seguire il combattimento tra Mr. Ice e Mr. Fire non solo hanno dimostrato l’impegno fisico profuso da Hartnett e Eckhart, ma anche quello del direttore della fotografia Zsigmond. Quando Bucky abbassa il destro e si prende un gancio sinistro da Lee, seguito da un uppercut che gli spezza i due incisivi, la macchina e la coreografia si armonizzano perfettamente. In questa e in altre scene, De Palma usa il suo classico split-screen e riprese split-diopter.
“Con l’obiettivo anamorfico (tradizionale) vedi una grossa faccia in primo piano e qualcuno a 30 piedi di distanza, poi tutti e due sfocati”, dice Zsigmond. “Dal punto di vista ottico è impossibile averli a fuoco entrambi, così noi usiamo obiettivi split-diopter”. E’ una caratteristica di De Palma che ritroviamo anche in “The Untouchable-Gli Intoccabili”, “Blow Out” e “Carrie-Lo sguardo di Satana”.
Alla fine, per Dalia stessa, si è deciso di conservare l’immagine del suo cadavere tagliato in due ritrovato in un luogo che sarebbe poi diventato Leimert Park fino alla fine del film. “Abbiamo capito che dovevamo creare un’immagine vivente di Dalia. Tutte le immagini di lei sono quelle del ritrovamento del cadavere e su tavolo d’autopsia. Era una ricostruzione molto accurata del corpo, ma l’abbiamo mostrata solo nell’ultima scena sul prato”.
“Sono queste immagini che la fanno continuare a vivere nella nostra immaginazione, nei nostri sogni e nei nostri incubi. Bucky ne rimane ossessionato, c’è qualcosa di inconscio che ti afferra, come Carrie che ti afferra dalla tomba”.
Locations, costumi e musiche
“Voglio dire che sono molto fotogenica”
- Elizabeth Short
Ellroy descrive il lato oscuro di Los Angeles come “crimine, sesso e patologie stravaganti”.
Per ricreare la Hollywood del 1947, la produzione si è trasferita a Sofia, Bulgaria, nell’aprile del 2005. “E’ stato grande avere una troupe che controllava la duplicazione di Hollywood, vedi le Hollywood Hills e invece sono le colline di Sofia”, dice Linson.
Lo scenografo Dante Ferretti ha ricostruito Hollywood e le strade durante lo Zoot Suit Riots nella zona di Lic Pier/Venice… che non esiste più a Los Angeles. Il regista aggiunge che non è stato un problema per lui girare in posti così lontani dalla vera Los Angeles. “E’ successo anche per “Scarface”, che abbiamo girato solo per due settimane a Miami, non ti rendi mai conto di non essere a L.A.”.
Nel romanzo, Lee Blanchard scompare per un periodo in Messico, con grande dispiacere di Kay e del suo partner Bucky. Per affrontare questa ulteriore sfida, pur conservando gli elementi del racconto, De Palma ha riportato la scomparsa di Lee a Los Angeles, la città che ha ricreato nel cuore dell’Europa.
La produzione ha poi completato il lavoro girando alcune sequenze chiave a Los Angeles. Nel giugno del 2005, il team ha filmato alcuni scorci della città per avere il look giusto per gli sfondi e immagini che si possono avere solo lì. Quindi hanno ripreso la City Hall a Spring Street per le sequenze in cui i due agenti si battono con la LAPD per continuare a seguire il caso.
Per vestire il cast, la costumista Jenny Beaver ha portato i costumi da Londra in Bulgaria, in particolare molti completi per Swank, Johansson e Kirshner. Beavan definisce così le donne che indossavano capi di quel periodo: “erano il concetto stesso di glamour… anche quando avevano il rossetto sbavato”.
Swank, che spesso veste Alexander McQueen, Giambattista Valli e ha ricevuto l’Oscar con indosso un Guy Laroche scollato sulla schiena, ha amato i costumi ancora prima di salire sul set. Avendo lavorato con Calvin Klein come modella di lingerie, ha gusti molto chiari e dei costumi di Beavan dice: “Jenny è molto accurata nei dettagli, mi sentivo elegantissima… come Judy Garland o Rita Hayworth”.
“Scarlett, Mia e Hilary sono vestite (e fotografate) magnificamente. Si è senza difese davanti a loro”, dice De Palma.
Beavan ha scelto per Dalia fiori di seta e abiti di satin nero e Kirshner è conosciuta per la sua passione per la moda francese, da Louboutin a Lanvin.
Johansson ha scoperto che anche Kay Lake indossava begli abiti e commentando i completi e i giri di perle dice ridendo: “Come fai a non sentirti sexy così?”. In particolare, quando Bucky va a casa sua, Kay apre la porta e sembra un angelo vestito di bianco, un contrasto stridente con il cadavere macchiato di nero di Dalia, minacciata anche da morta da un corvo, come lo era stato in vita.
Gli uomini non sono da meno. Con le loro larghe cravatte, le giacche doppiopetto e i cappelli in stile Miller Raider, Eckhart e Hartnett hanno espresso la moda del tempo. Il regista De Palma aggiunge: “Ecco le cose che mi sono piaciute di “The Untouchables-Gli intoccabili”. I completi, i cappelli, le macchine, il linguaggio… era tutto così stilizzato”.
Anche la musica era fondamentale per De Palma, come gli ambienti e i costumi. Dalle trombe che entrano quando Bucky e Madeleine fanno l’amore per la prima volta alla sequenza di jazz quando Bucky rivela una difficile verità a Kay, la colonna sonora è stata una creazione evocativa del compositore e trombettista (e studioso di film noir) Mark Isham.
“Mark Isham è un grande trombettista”, dice di lui il regista. “Ho sempre sentito una tromba triste in questo genere di film. E’ la voce di Bucky. Ti rendi conto di avere un grande compositore quando sostituisce una musica temporanea che tu avevi dimenticato completamente”.
Per sottolineare i momenti in cui Dalia si rilassa, da Laverne, ci si è rivolti a K.D. Lang, l’artsta pop che Linson ha convinto a cantare “Love for Sale” per la colonna sonora. “Abbiamo creato un momento alla Busby Berkeley”, afferma De Palma. “Abbiamo girato una notte intera ed è stato la nostra ultima ripresa a Sofia”.
E cosa sarebbe un nightclub degli anni ’40 senza ballerine dalle lunghe gambe? Mia Frye, la stessa coreografa con cui De Palma aveva lavorato per “Femme fatale”, ha scelto ballerine francesi, bulgare e inglesi per ricreare l’atmosfera del Laverna. “Quelle ragazze hanno ballato fino all’alba”, dice ridendo il regista.
Il 30 agosto 2006 “Black Dahlia” aprirà la Mostra del Cinema di Venezia nella Sala Grande e finalmente, dopo sessant’anni, la storia che lo ha ispirato arriva sul grande schermo.
Il percorso di Elizabeth Short nel mondo del cinema è stato dei più tragici. Per tutta la vita aveva sognato di diventare un’attrice che potesse commuovere il pubblico. Non sapeva che sarebbe diventato un incubo.
Il regista conclude: “Come ha fatto quella bella ragazza a finire così? Chi le ha fatto del male e perché? Dalia Nera ha continuato a vivere per decenni. E’ uno di quei crimini che non saranno mai risolti”.
Concludiamo questo capitolo della saga di Dalia Nera con le parole di Ellroy su Betty e sua madre: “Sono morte cercando un’opportunità a Los Angeles e io ho voluto che restassero immortali”. Cherchez la femme, Bucky, Cherchez la femme.
Universal Pictures in associazione con Millennium Films presenta una produzione Signature Pictures per Equity Pictures Medienfonds GmbH & Co. KG III e Nu Image Entertainment GmbH: un film di Brian De Palma, interpretato da Josh Hartnett, Scarlett Johansson, Aaron Eckhart e Hilary Swank, “Black Dahlia”, con Mia Kirshner, Mike Starr, Fiona Shaw. Il casting è di Johanna Ray, CSA, le musiche di Mark Isham, i costumi di Jenny Beavan, le scenografie di Dante Ferretti, al montaggio Bill Pankow, ACE, la fotografia di Vilmos Zsigmond, ASC; Il line producer è Michael P. Flannigan, i coproduttori esecutivi sono Samuel Hadida e Victor Hadida. I produttori esecutivi James B. Harris, Danny Dimbort, Boaz Davidson, Trevor Short, John Thompson, Andreas Thiesmeyer, Josef Lautenschlager, Henrik Huydts e Rudy Cohen. “Black Dahlia” è prodotto da Art Linson, Avi Lerner, Moshe Diamant e Rudy Cohen ed è tratto dal romanzo di James Ellroy, da una sceneggiatura di Josh Friedman.
James Ellroy su “Black Dahlia”
I film pervadono la cultura molto più ampiamente e rapidamente dei libri. E’ una progressione di pubblicità e tempo passato davanti allo schermo. Il mio romanzo ora è diventato un film importante che forse porterà a un incremento senza precedenti delle vendite del libro. Leggeranno questo commento più persone di quante abbiano fino ad ora letto i miei altri libri. Questo mi offre una opportunità narrativa importante. E io la sfrutterò qui. C’è una storia personale dietro il romanzo e il film “Black Dahlia”. Che mi lega indissolubilmente a due donne massacrate a undici anni di distanza. Due donne che sono figure mitiche della mia vita. Voglio che questo lavoro renda loro onore. Voglio che questo lavoro corregga gli squilibri delle cose che ho scritto in precedenza su di loro. Voglio accompagnare il loro mito con un’elegia. Voglio che abbiano finalmente pace e non dire più una parola in pubblico su di loro.
Mia madre si chiamava Geneva Hilliker. Non volle più chiamarsi Ellroy quando lasciò mio padre. Sono d’accordo sulla separazione e sul suo desiderio di vivere senza l’appendice del cognome del marito. Lei mi ossessiona in modo profondo e impossibile da spiegare. Spesso ripercorro la sua vita velocemente o lentamente e dolorosamente. Inizio nelle campagne del Wisconsin e finisco in una strada di L.A. Le parti mancanti vengono riempite con ipotesi. Sono vissuto con lei per dieci anni. Lo scorrere del tempo rende fragili la mia memoria. Più tardi le ho fornito uno status drammatico molto forte e ho distorto ancora di più i ricordi. Non l’ho conosciuta in vita. Ho deciso di conoscerla da morta. Sono sufficienti i suoi quarantatre anni. La brevità esalta il mio processo di rifrazione.
E’ cresciuta ai confini del Minnesota, a Tunnel City. Mio padre era un alcolista, faceva la guardia forestale ed era un violento. La madre di mia madre era fragile e dolce, la sorella più piccola la adorava. Accanto alla casa in cui è nata c’è un cimitero e una chiesa che lei frequentava. L’ho visitata parecchie volte. I nomi dei miei antenati sono scolpiti sulle pietre tombali. Hilliker, Woodard, Linscott, Pierce, Smith. Agricoltori e preti protestanti. Sangue anglo-americano che non conoscerò mai e che avrò sempre nel mio codice genetico.
Aveva i capelli rosso scuro. Era la ragazza più bella di Tunnel City. Sua zia, Norma Hilliker, era la donna più bella. Ha lasciato Tunnel City a diciannove anni. Zia Norma la mise in una scuola per infermiere di Chicago. Fu presa dalla vita di città e si arrese alle tentazioni. Beveva troppo. Ebbe una serie di relazioni. Vinse un concorso di bellezza e un provino a Hollywood. Tornò a Chicago. Si accorse di essere incinta. Cercò di abortire da sola ed ebbe una emorragia. Ebbe una relazione con l medico che la curò.
Da Geneva divenne Jean. Si legò i capelli, si sposò e divorziò altrettanto rapidamente. Girava con amiche lesbiche molto più grandi di lei. Si trasferì a Los Angeles e provocò la rottura del primo matrimonio di mio padre. Si misero insieme. Vivevano a tre miglia dal luogo in cui fu trovata Dalia nel 1947. Sentirono parlare di Betty Short, pensarono a Betty Short e parlarono di Betty Short in un modo che io non saprò mai.
Io sono nato nel 1948. Mia madre lavorava come infermiera e manteneva la famiglia vista l’instabilità del lavoro di mio padre. Hanno divorziato nel 1955. Lei considerava mio padre debole, bizzarro e disonesto sotto certi aspetti. Aveva ragione. Lui considerava lei un’alcolista e una puttana. Non vedeva la sua competenza e il suo senso del dovere. Lei era la rettitudine calvinista del Midwest e il sabato sera si scatenava. Viveva questa duplicità, che le provocava una infelicità disperata e l’ha uccisa.
Incontrò un uomo. Lo incontrò un sabato sera, o forse lo conosceva da prima. Era ubriaca. Disse “si” o “no” o “forse” o una combinazione indistinta. Alla fine ha detto “no”. Lui l’ha violentata e uccisa. Era il 22 giugno del 1958.
Il mio lutto è stato complicato e ambiguo. Vivevo sotto il suo controllo intervallato dalla permissività di mio padre. Lei era severa. La chiesa era un impegno preciso. L’ho trovata a letto con degli uomini. La odiavo e la desideravo.
La sua morte ha corrotto la mia immaginazione. Le mie letture si sono concentrate sulle storie poliziesche. Mio padre mi comprò “The Badge” di Jack Webb per il mio undicesimo compleanno. Cera un capitolo sull’assassinio della Dalia Nera. Jean Hilliker e Betty Short, una si trasformava nell’altra.
Non potevo provare apertamente dolore per Jean. Potevo provare dolore per Betty Short. Potevo dirigere il desiderio incestuoso su di lei. Chiusi il mio cuore a Jean e lo aprii a Betty.
Jean mi ha portato a Betty. Betty mi ha portato a Jean. La fusione iniziale durò poco. Il processo si attenuò. E’ una canzone senza crescendo. E’ un passaggio di circa cinquant’anni che richiede questa spiegazione.
Ho passato i seguenti sette anni con mio padre. Parlavo male di mia madre per compiacerlo. Crebbi affamato di donne. Osservavo i vicini ricchi e spiavo le famiglie felici che vivevano in grandi case. Vivo le fantasie di Betty Short, mi ritaglio ruoli di vendicatore e salvatore. Sono nato per pensare autonomamente e vivo ossessivamente. Jean. Betty. Sesso. Crimine e sue conseguenze sociali. Le unioni di grande amore romantico, senza speranza e piene di speranza, in uomini e donne crudeli.
Mio padre è morto nel 1965. Ho passato i seguenti dodici anni in una spirale quasi insana. Ho smesso a ventinove anni. Ho scritto sei buoni romanzi e parlato di Betty e Jean in “dalia Nera”.
E’ stata un’ode a Elizabeth Short e un abbraccio frettoloso a mia madre. Sapevo che la sovrapposizione Jean-Betty sui media avrebbe influito sulle vendite del libro. Ho tagliato fuori mia madre dai commenti e l’ho messa da parte completamente. Ho capito il mio comportamento anni dopo.
Lei mi possedeva. Mi voleva. Io volevo raffigurarmi come un uomo superiore al complesso edipico. Avevo creato una finta Elizabeth Short perché prendesse il posto di mia madre. Ha funzionato nel romanzo. Ha venduto molto. Jean Hilliker era morta a un lato della strafda, senza la benedizione dell’amore. Il mio debito morale con Jean resta. Anche quello con Betty.
Ho visto il file dell’omicidio di mia madre nel 1994 e ho scritto un pezzo, che poi ho ampliato ed è diventato una autobiografia intitolata “My Dark Places. Era la biografia di mia madre, la mia autobiografia e la storia della mia ricerca senza successo di chi l’ha uccisa. L’ho sfruttata e l’ho consegnata al mondo con delicatezza. E’ stata un’espressione d’amore e un riconoscimento a lungo rimandato. Ho sbagliato solo una cosa. Non ho doni profetici. Non posso prevedere quanto mia madre potrebbe cambiarmi interiormente. Non posso prevedere l’influenza di due donne straordinarie.
Mi hanno cambiato. Mi hanno fatto allontanare dalle mie ossessioni. Mi hanno insegnato ad amare con un tocco più lieve. Mi hanno convinto a mettere da parte Jean dal mio arco drammatico, pur tenendola sempre nel mio cuore.
“Cherchez la femme , Bucky. Ricordatelo”.
Una profezia. Le parole di un poliziotti ossessionato a un amico e rivale. La celebrazione dell’ardore maschile. Un sospiro .
Jean. Betty. Helen e Joan? Piano, ora piano.
Baby, dove sei? Come saresti cresciuta e come avresti amato?
Elizabeth Short era nata a Boston nel 1924. Aveva quattro sorelle. La vita in famiglia non funzionava e lasciò la città come Jean Hilliker, e tornò raramente.
Andò a sud e a ovest e si fermò nella Los Angeles del dopoguerra. Curava le ferite dei soldati. Era molto più dignitosa di quanto James Ellroy immaginasse spiando dalle finestre.
Non era un’attrice porno o dipendente dai film noir. Era una ragazza irlandese lentigginosa, con brutti denti e con l’asma. E’ morta a ventidue anni. Il Los Angeles Herald Express l’ha definita “alla ricerca di romanticherie”. Ha passato i suoi ultimi mesi alla ricerca di se stessa e dell’amore. La stimo per questo. Nel mio libro ho sottovalutato il suo desidero d’amore. Non lo potevo sentire, allora. Il mio stesso desiderio d’amore soffocava il suo. Non ho capito la forza della sua pura e caparbia gioventù.
Io sono sopravvissuto alla mia gioventù. Betty no. Questa differenza segna il mio debito verso di lei. La mia identità e la mia cautela mi hanno salvato dall’abisso. Betty aveva un animo semplice. Smania e buonafede giovanile l’hanno rovinata. Nel mio libro ho cercato di bilanciare squallore e bontà. I lettori decideranno l’equilibrio, in un modo che io non posso determinare. Ora credo di conoscere meglio Betty e credo che il suo equilibrio penda in verso la bontà. Nella mia descrizione c’è una sproporzione. Ho filtrato una Betty immaginaria attraverso una mia insistente bramosia. Questa bramosia è aumentata e diminuita nei 20 anni che sono passati tra il libro e il film. Betty Short era indistruttibilmente piena di speranze e da qui la sua distruzione. Questa è la sua tragedia.
I film permeano la cultura molto più rapidamente dei libri. Betty impazziva per il cinema, aveva sogni da attrice. Vestiva e si acconciava in maniera teatrale. Ammazzava il tempo nei cinema di Hollywood e si sosteneva con gli snack. Diceva enormi bugie senza la minima eleganza. Mescolava grandi storie d’amore con piloti segnati dal destino e bambini appena nati. Le sue storie la fanno apparire come il punto focale di vite violente e così compiva la profezia. Faceva incantesimi, si vedeva al centro di una tempesta e rendeva vere le sue bugie.
Ho seguito il suo cammino. Ho raccolto semplici fatti e li ho abbelliti. Ho strutturato una Los Angeles del ’47 come una zona di passione sottomessa a Elizabeth Short. Ogni personaggio entra in contatto con Dalia e Betty li segna definitivamente. L’oscurità definisce la sua vita e la celebrità la sua morte. La sua terribile fine ci dice che non c’è scampo dall’orrore umano. Lei si ramifica in circuiti ossessivi. Realtà e finzione si fondono. Io ho seguito il suo percorso. Brian De Palma ha brillantemente seguito il mio. Il mio racconto, il suo film. Le mie parole come testimonianza visiva. Dalia come attrazione e campo magnetico e arbitro di una ambigua redenzione.
I film di De Palma circoscrivono il mondo dell’ossessione. Sono rigorosamente costruiti e non esiste altro mondo nei suoi fotogrammi. I colori brillano stranamente. Il movimento ti blocca. Perdi il controllo e guardi solo quello che lui vuol farti vedere. Ti manipola in nome della passione. Capisce l’abbandono. Lo spettatore soccombe. I suoi film sono autoritari. Controlla la reazione. Le sue storie virano verso il caos. E’ in piedi e poi cade, è coerente e incoerente, resiste e cede alla passione. Era il regista ideale per girare “Black Dahlia”.
Ora il mondo di Betty Short e il mio mondo sono il suo mondo. Un mondo che nessun altro regista potrebbe aver creato. Pericoloso e corrotto. Una città popolata da storpi disadattati reduci della Seconda Guerra Mondiale. Un posto del diavolo. Dahlia doveva morire qui e non altrove. I protagonisti del suo dramma conoscevano l’abbandono. Capivano che lei era più grande di loro e che toccando il suo spirito lei avrebbe garantito loro la trascendenza. Questa dinamica si applica a me e a Brian De Palma. Lei è più grande di noi. Ci ha tentato, sedotto e sottomesso. Ci ha dato la tensione della sua storia senza fine.
Ha toccato due uomini e ha dato loro il suo mondo .
Bucky Bleichert è il poliziotto del racconto e il doppio del regista scrittore. E’ l’uomo che ha scritto la grande avventura della sua vita e il voyeur che riprende il sesso con una telecamera. Io sono Bleichert. Bleichert è De Palma. E’ fuori dagli eventi, perso in una indagine accurata. Vuole controllare. Vuole arrendersi. La sua vita è un caos. Desidera imporre un ordine esterno per annullare il suo stato mentale. Investigazione Criminale come Arte. Vuole prendere il male e impossessarsene.
Ecco dove Bleichert è come me. Porta una torcia e non gli importa se si brucia. C’è qualcuno la fuori. E’ Lei. La sento. Devo risolvere questo crimine e svelare questo enigma, così lei mi amerà.
Pazzo. Sciocco. Pericoloso, fiducioso, arrabbiato. La ragione per cui ho scritto questo racconto. Furia misogina codificata. La ragione per cui Betty Short è stata uccisa e per cui io scrivo racconti di riscatto per le donne.
E perché io sono un Hilliker più che un Ellroy.
“Cherchez la femme, Bucky. Ricordatelo”.
Josh Hartnett ha capito le regole. Il suo Bucky Bleichert raccoglie la torcia per qualcuno là fuori. Carnet è la mia descrizione di Bleichert e di me. E’ alto, allampanato, capelli neri e piccoli occhi castani. La recitazione di Hartnett non ha nessun eccesso istrionico. Bucky Bleichert è misurato e pensoso. E’ circospetto, intelligente, vigile. E’ persistente,

