MUNICH
Ufficio Stampa United International Pictures
Cristina Casati
Marina Caprioli
Riccardo Tinnirello
La DREAMWORKS PICTURES e la UNIVERSAL PICTURES Presentano
Una Produzione AMBLIN ENTERTAINMENT KENNEDY / MARSHALL BARRY MENDEL
In collaborazione con ALLIANCE ATLANTIS COMMUNICATIONS
Un film di STEVEN SPIELBERG
CON ERIC BANA DANIEL CRAIG CIARAN HINDS MATHIEU KASSOVITZ HANNS ZISCHLER AYELET ZURER e GEOFFREY RUSH
Tratto dal libro "Vengeance" di GEORGE JONAS
Prodotto da KATHLEEN KENNEDY STEVEN SPIELBERG BARRY MENDEL COLIN WILSON
Sceneggiatura di TONY KUSHNER e ERIC ROTH
Diretto da STEVEN SPIELBERG
La produzione
Nel settembre 1972 un attacco terroristico senza precedenti è stato seguito in diretta, in tutto il mondo, da 900 milioni di spettatori televisivi e ha inaugurato un 'brave new world' di inimmaginabile violenza.
Era la seconda settimana dei Giochi Olimpici estivi e a Monaco, nella Germania Ovest, i giochi, che erano stati soprannominati "le Olimpiadi della Pace e della Gioia", erano iniziati con il nuotatore Mark Spitz e la ginnasta Olga Korbut che avevano entusiasmato le folle. All'improvviso, un commando di estremisti palestinesi conosciuto con il nome di Settembre Nero ha invaso, senza essere visto, il villaggio olimpico uccidendo due membri della squadra olimpica israeliana e prendendone in ostaggio altri nove. L'attesa piena di tensione e il tragico massacro che seguirono sono stati ripresi e trasmessi in televisione, con una immediatezza sbalorditiva, davanti ad un pubblico internazionale, e sono terminati 21 ore più tardi, quando l'anchorman Jim McKay ha pronunciato le indimenticabili parole: "Sono tutti morti" .
Se il terrore di Monaco è stato visto e sentito in tutto il mondo, le conseguenze assolutamente segrete dell'evento sono rimaste per lo più sconosciute. Ora, dal regista STEVEN SPIELBERG arriva Munich, un avvincente thriller basato sugli eventi di Monaco 1972 e sulla pesante missione punitiva che ne è seguita - missione portata avanti dalla squadra segreta nota all'intelligence israeliana con il nome di "Operazione Ira di Dio", uno dei più coraggiosi e aggressivi piani di assassinio della storia moderna. Con dettagli tesi, vividi e umani il film porta il pubblico dentro un momento oscuro della Storia facendoci rivivere una serie di emozioni che, purtroppo, riconosciamo come ancora attuali.
Al centro della storia c'è il giovane patriota e ufficiale dell'intelligence israeliana Avner (ERIC BANA). Ancora in lutto per il massacro di Monaco e infuriato per la sua ferocia, Avner viene avvicinato da un ufficiale del Mossad di nome Ephraim (GEOFFREY RUSH) che gli chiede di partecipare ad una missione senza precedenti nella storia d'Israele. Chiede a Avner di lasciarsi alle spalle sua moglie incinta, di abbandonare la sua identità e di andare in incognito in una missione che deve stanare e uccidere gli 11 uomini accusati dai servizi segreti israeliani di aver architettato gli omicidi di Monaco.
Malgrado la sua giovane età e la sua inesperienza, Avner diventa presto il capo di una squadra di quattro reclute specializzate molto diverse tra loro: l'esuberante, tosto autista dei mezzi utilizzati per le fughe, il sudafricano Steve (DANIEL CRAIG); l'ebreo tedesco Hans (HANNS ZISCHLER), che ha un vero talento per la falsificazione di documenti; il creatore di giocattoli belga trasformatosi in un esperto fabbricante di esplosivi Robert (MATHIEU KASSOVITZ); e il silenzioso e metodico Carl (CIARAN HINDS), il cui compito è quello di cancellare le tracce dopo che gli altri hanno 'agito'.
Da Ginevra a Francoforte, Roma, Parigi, Cipro, Londra e Beirut, Avner e la sua squadra girano il mondo in totale anonimato, seguendo le tracce di ogni uomo che compare nella lista segreta di obiettivi che hanno ricevuto e portando a compimento degli assassini escogitati nelle maniere più complicate, uno per uno. Muovendosi al di fuori di ogni legge internazionale, alla deriva senza casa né famiglia, l'unico legame che hanno con il resto dell'umanità sono loro stessi. Ma anche questo comincia a scricchiolare nel momento in cui i quattro uomini iniziano a discutere tra loro sulle inquietanti domande che continuano ad assillarli: "Chi stiamo uccidendo esattamente? Si può trovare una giustificazione? Questo fermerà il terrore?"
Combattuta tra il loro desiderio di giustizia e i dubbi sempre più forti, la missione comincia a lacerare le anime di Avner e della sua squadra e diventa sempre più chiaro che più a lungo loro continuano a dare la caccia, più corrono il pericolo di trasformarsi nei cacciati.
Munich è diretto da Steven Spielberg, da una sceneggiatura del Premio Pulitzer e vincitore del Tony TONY KUSHNER (Angels in America), che è al suo esordio come sceneggiatore cinematografico, e ERIC ROTH (Forrest Gump, Insider - Dietro la verità), basato sul libro Vengeance (Vendetta) di George Jonas. I produttori sono KATHLEEN KENNEDY, Steven Spielberg, BARRY MENDEL e COLIN WILSON. Il cast internazionale include: Eric Bana (Black Hawk Down - Black Hawk abbattuto), Daniel Craig (The Pusher), Geoffrey Rush (Shine), Mathieu Kassovitz (Birthday Girl), Hanns Zischler (Camminando sull'acqua) e Ciaran Hinds (Il fantasma dell'opera).
Lavora con Spielberg alla creazione dell'atmosfera piena di suspense di Munich una squadra di esperti collaboratori di vecchia data, tra i quali: il direttore della fotografia due volte vincitore dell'Oscar JANUSZ KAMINSKI, il montatore MICHAEL KAHN tre volte vincitore dell'Oscar, lo scenografo candidato all'Oscar RICK CARTER, la costumista JOANNA JOHNSTON e il compositore, cinque volte premiato con l'Oscar JOHN WILLIAMS, che ha composto una colonna sonora sobria e minimalista che mette in risalto il dramma umano di questi eventi.
Rivisitare Monaco: Steven Spielberg esplora un momento decisivo della Storia
"I nostri più grandi timori si sono realizzati stanotte". Con queste parole, pronunciate il 6 settembre 1972, il cronista televisivo Jim McKay ha dato la schiacciante notizia che gli 11 atleti, gli allenatori e i giudici sportivi israeliani presi in ostaggio dai rapitori palestinesi nel villaggio olimpico di Monaco erano tutti morti; la maggior parte di loro era rimasta uccisa sulla pista dell'aeroporto Furstenfeldbruck alla periferia di Monaco nel corso di un raffazzonato tentativo di salvataggio messo in atto dalle autorità tedesche. Lo shock si è propagato, come un'onda, da un capo all'altro di un mondo già scosso dai conflitti. Con i tumulti che infuriavano in Vietnam, in Irlanda del Nord e nel Medio Oriente, per non menzionare le proteste e i disordini sulle strade americane ed europee, queste Olimpiadi erano state viste come un evento di cui si aveva estremo bisogno per ricordare a tutti l'unità mondiale e come una breve oasi di pace.
Ma questo non doveva essere. Il mondo ha presto saputo che gli uomini che erano entrati nel villaggio olimpico, vestiti con delle tute e armati di fucili Kalashnikov e di granate a mano, erano fedayin (letteralmente "uomini per il sacrificio"). Molti di loro erano stati reclutati in campi profughi in Giordania, Siria e Libano; il loro scopo era quello di portare la causa palestinese all'attenzione di tutto il mondo e di scambiare i loro ostaggi con 234 prigionieri palestinesi, e con i famigerati leader terroristici tedeschi Andreas Baader e Ulrike Meinhof.
L'irremovibile governo israeliano di Golda Meir ha rifiutato, sin dal principio, ogni negoziato, e la Germania ha rifiutato a una squadra militare speciale israeliana il permesso di operare a Monaco. La polizia tedesca si è invece lanciata in una serie di sfortunati tentativi per salvare gli ostaggi. Tutto è iniziato prima dell'alba del 5 settembre ed è andato avanti per 21 ore - con una serie di piani frettolosamente abortiti e con la caotica sparatoria finale nella quale sono morti gli ostaggi, cinque dei loro rapitori e un poliziotto tedesco. La polizia tedesca ha catturato vivi i rimanenti tre rapitori. Qualche settimana dopo, in quello che molti hanno creduto fosse un evento organizzato a seguito di un accordo concluso tra i palestinesi e il governo tedesco, i tre fedayin sopravvissuti sono stati rilasciati dalla prigione tedesca come da richiesta dei dirottatori di un volo della Lufthansa che ne esigevano la liberazione.
Dopo una funzione commemorativa, i giochi olimpici sono andati avanti, nonostante l'umore lugubre e afflitto. Nei media e in tutto il mondo ci fu un tentativo di ritornare alla normalità.
Quello che è successo dopo non è mai stato reso pubblico. Ufficialmente Israele ha risposto all'atto terroristico il 9 settembre, giorno in cui la sua Forza Aerea ha gettato delle bombe sulle basi dell'Olp in Siria e in Libano. Nello stesso tempo, il Primo Ministro Golda Meir e il top-secret "Comitato X" del Gabinetto hanno autorizzato un'altra missione della quale non si sarebbe mai parlato. Hanno escogitato un modo, assolutamente segreto, per instillare la paura nel cuore di tutti i terroristi che minacciavano Israele - l'eliminazione degli 11 sospetti operativi del Settembre Nero, necessaria a qualunque prezzo.
Questa fu l' "Operazione Ira di Dio", il programma di eliminazione degli obiettivi ancora controverso e fortemente dibattuto che, secondo molte fonti pubblicate, avrebbe ucciso almeno 13 uomini senza accusa né processo. La squadra internazionale di assassini anonimi, ma specializzati, che Israele ha creato, ha avuto un impatto fortissimo che echeggia ancora oggi. Sebbene né il governo d'Israele né i servizi segreti israeliani - il Mossad - abbiano mai riconosciuto ufficialmente l'esistenza di queste squadre della morte, un numero di libri e di documentari che utilizzano fonti interne hanno, da allora, fornito dettagli di come e perché l'"Ira di Dio" abbia portato a compimento i suoi obiettivi. Due generali israeliani hanno anche confermato pubblicamente l'esistenza di queste squadre: il generale Aharon Yariv in un documentario della BBC del 1993 e il generale Zvi Zamir in un'intervista a 60 Minutes nel 2001.
Per il produttore del film Barry Mendel, gli eventi di Monaco 1972 sono sempre stati un ricordo vivido e straziante - e più ne sapeva, più questi lo sconvolgevano; è stato questo il motivo per cui ha iniziato a immaginare un thriller provocatorio e pieno di suspense sugli aspetti più sconosciuti e controversi di questa storia impossibile da dimenticare. Mendel ha un forte ricordo di quel tragico giorno in cui tutto ha avuto inizio e della sensazione che qualcosa nel mondo fosse cambiata per sempre.
"Ricordo Mark Spitz che vinceva tutte quelle medaglie, e ricordo il mattino successivo in cui ci siamo alzati, abbiamo acceso la televisione sulle Olimpiadi e c'era Jim McKay che diceva a tutti cosa era successo" dice Mendel. "Ed era questo. Tutta la mia famiglia era inchiodata davanti alla TV. Abbiamo trascorso tutto il giorno insieme guardando lo svolgimento degli eventi, ed è stato qualcosa che sapevo che il mondo non avrebbe mai dimenticato".
Mendel ha lavorato al progetto per quattro anni. Kathleen Kennedy ne ha sentito parlare da Mendel, con il quale aveva precedentemente lavorato all'innovativo thriller pieno di mistero Il sesto senso. Lei, dalla sua, ha portato la storia al regista Steven Spielberg, che alla fine ha deciso di portare avanti il progetto, sulla scia del successo del suo apocalittico La guerra dei mondi, tratto da un classico della letteratura fantascientifica, il romanzo di H.G. Wells.
Sin dal primo istante, Kennedy ha pensato che la storia fosse perfetta per la sensibilità eclettica, ma sempre centrata con la quale Spielberg racconta nei suoi film. "Steven ha la dote di essere un fantastico narratore di storie, e con un materiale del genere e un argomento di così grande importanza… mi sono subito entusiasmata al pensiero che potesse essere lui a realizzare il film" dice Kennedy. "Non riuscivo a pensare a nessun altro per questa storia".
Kennedy continua: "Oggi siamo bombardati da tantissime informazioni e ci sono molte cose che succedono ogni giorno; credo perciò che i narratori e i filmmaker possano andare indietro nella Storia e cercare di guadagnare una prospettiva, un quadro di riferimento generale - per non farci dimenticare dove e chi siamo stati. Credo che questa sia stata una delle motivazioni che hanno spinto Steven a fare il film. E' una vicenda che fa luce su un gran numero di fatti recenti e che ci permette di andare indietro nel tempo e di domandarci cosa è successo 33 anni fa e che cosa abbiamo imparato da questo. Nello stesso tempo, è un thriller che ti fa stare col fiato sospeso e che sarebbe coinvolgente anche se non si basasse su fatti realmente accaduti".
Spielberg ha già esplorato dei momenti importanti della Storia con film epici come L'impero del sole, Schindler's List - La lista di Schindler e Salvate il soldato Ryan. Anche la storia di Munich sembrava sollevare delle questioni fondamentali sul mondo del 2005 e oltre, e questo è uno dei motivi che hanno spinto il regista a esplorare l'avvenimento, accaduto 33 anni fa, concentrandosi, più di quanto sia mai stato fatto, sul piano umano.
Spielberg ha il suo personale intenso ricordo di quel 1972: "Ricordo esattamente dove mi trovavo, l'apparecchio televisivo sul quale lo stavo guardando, e come stessi guardando, come tutti, la trasmissione Wide World of Sports, quando l'incidente ebbe luogo" dice. "Ha lasciato su di me un'impressione indelebile, un'impressione che, anni dopo, quando ho visto il documentario One Day in September (Un giorno di settembre) è diventata ancora più intensa."
La strada istintiva del regista verso la storia è stata quella della suspense e delle emozioni umane. Spielberg ha cominciato ad interessarsi ad una domanda che, pubblicamente, non è stata mai fatta: che effetto ha avuto questa missione segreta sugli uomini che l'hanno portata a compimento? Per tentare di immaginare una risposta, Spielberg e Kennedy hanno fatto scrivere la sceneggiatura al drammaturgo, vincitore del Pulitzer, Tony Kushner, dopo che Eric Roth (Forrest Gump, Insider - Dietro la verità) ne aveva scritto una bozza ispirata dal libro Vengeance (Vendetta) del giornalista canadese George Jonas.
La piece teatrale di Kushner, che ha ricevuto consensi in tutto il mondo, Angels in America, aveva proposto un esame a più livelli delle questioni sociali, politiche, sessuali, razziali e religiose che la nazione americana si trovava ad affrontare alla fine del XX secolo, ma Kushner non aveva mai scritto una sceneggiatura cinematografica. Il drammaturgo ha incontrato Kathleen Kennedy e l'idea di fondo di Munich che lei gli ha presentato, ha suscitato il suo interesse. "Ho capito che quella che volevano proporre era una storia molto oscura, problematica e complicata, non sul massacro, ma sulle sue conseguenze e sulla politica che ha portato all'uccisione degli obiettivi prefissati; e questo mi interessava molto" ricorda Kushner.
All'inzio Kushner ha semplicemente scritto per Spielberg degli appunti sulla sceneggiatura esistente, declinando l'offerta di provare a scrivere per il cinema. Spielberg non gli ha dato tregua e Kushner ha accettato la sfida..
Per Spielberg, la partecipazione di Kushner è stata fondamentale. "Non ero ancora veramente sicuro di fare Munich fino a quando non ho letto le parole di Tony e, a questo punto, tutto mi è stato chiaro" dice il regista. Kennedy aggiunge: "Credo che Steven abbia sentito di essere in una partnership creativa con qualcuno che capiva veramente la complessità di queste tematiche. Sapeva di essere sulla buona strada per avere una sceneggiatura che si sarebbe sentito a suo agio a girare".
Kushner ricorda chiaramente la sua esperienza delle Olimpiadi del 1972, ricordo dal quale ha attinto all'inizio della sua esplorazione. "E' stato un momento di cambiamento" dice. "Avevo 17 anni ed è stata una cosa molto forte per me e per la mia famiglia. E' stata straziante, devastante. Ricordo tanto risentimento in America e soprattutto un bel po' di rabbia per come la situazione era stata portata avanti."
Kushner sperava tuttavia di avvicinarsi alla storia con la mente più libera possibile, arrivandoci senza nessun punto di vista specifico e con l'intento di sollevare degli interrogativi provocatori, più che con la pretesa di fornire delle risposte bianche e/o nere. "E' una storia piena di paradossi e contraddizioni" afferma. "E' anche la storia di una missione segreta, quindi non si sa niente di certo e, molto probabilmente, non lo si saprà mai. Per questo ci siamo presi la libertà di inventare e di occuparci di questi personaggi dal punto di vista umano. Credo che abbiamo creato un pezzo molto scrupoloso di quella che chiamerei 'fiction storica'".
Plasmare questi personaggi a un livello più profondo, più umano, ha creato una miriade di difficoltà. "Mi sono sempre piaciute le cose difficili" ammette Kushner. "E la grande difficoltà nello scrivere questa storia - cosa che avevamo chiara gia dall'inizio - è che i nostri principali agenti drammatici, i nostri protagonisti, sono cinque uomini che assassinano la gente. Dovevano essere credibili come agenti segreti, non nel senso di James Bond, ma nel senso che dovevano essere, sul campo, dei plausibili operativi che lavorano per l'intelligence - e nello stesso tempo c'è una domanda di fondo: 'Chi sono veramente questi uomini?'. E' stato davvero affascinante, per me, calibrare questi personaggi, specialmente Avner.".
Kushner continua: "Avner è il capo del gruppo, anche se non in una maniera convenzionale. Ma come arriva la sua coscienza a turbarsi? Come entra in gioco questa sorta di intersecazione tra la sua etica interiore e il suo istinto di sopravvivenza? E' diventata vieppiù la storia di un uomo la cui morale non gli permette di tirarsi fuori dai guai."
Per lungo tempo, il progetto è rimasto senza titolo, ma mentre Kushner scriveva si è innamorato di Munich, titolo che ha colpito anche Spielberg perché dà il giusto tono discreto e sobrio ad un film che presenta un evento specifico che si evolve in un continuo e persistente enigma morale.
"Mi piace la sua semplicità perché questo è un film che comincia con un fatto storico compiuto e poi mostra che non c'è assolutamente niente di semplice in ciò che è accaduto e che tutte le certezze che sembrano circondarlo possono essere messe in dubbio" spiega Kushner. "Nel nome Munich c'è anche un'eco immensa. E' la città in cui è nato il Nazismo e quella dove è successo quello che è successo nel 1972. Ha una specie di gravità che mi sembra appropriata per l'importanza della storia."
Anche se la collaborazione alla scrittura della sceneggiatura è stata intensa, Kushner era curioso e desideroso di vedere dove Spielberg avrebbe portato la storia nel filmarla. "Nessuno è capace di creare la suspense come Steven", commenta. "In tutti i suoi film sai che verrai gettato direttamente nel bel mezzo di quello che accade. La cosa interessante di questo thriller è che, al suo interno, vieni anche spinto intellettualmente a porti degli interrogativi che portano poi ad ulteriori interrogativi. Credo che lui abbia trovato il modo di miscelare un'amalgama di varie forme espressive che renderà il film davvero interessante."
La visione e la maestria di Spielberg, date dalla combinazione del suo amore per il cinema e dei suoi tanti anni di esperienza, gli hanno permesso di dirigere Munich con un approccio in qualche modo differente da quello dei suoi film precedenti. Avendo una visione assolutamente chiara della storia, non ci sono stati storyboard. Ha lavorato in maniera prettamente spontanea e organica, intuendo le necessità di ogni scena nel momento in cui queste si svolgevano davanti ai suoi occhi.
L'esperienza sul set è stata, di conseguenza, profondamente collaborativa sia per gli interpreti che per la troupe. Daniel Craig, che interpreta la parte di uno degli uomini della squadra sulla quale il film si concentra, riassume: "Steven è stato assolutamente fluido nel suo stile di regia. Quando vedeva che accadeva qualcosa cercava immediatamente di sfruttarla - un modo molto stimolante di lavorare. Che però fa anche paura. Ma se ti trovi in questa situazione, è bene che sia con Steven Spielberg, perché lui è in grado di trasmettere al processo di realizzazione di un film, una grande conoscenza di ogni suo singolo aspetto."
Trovare gli interpreti per Munich: Un organico globale di 200 attori partecipa al progetto
La realizzazione di Munich è iniziata con una approfondita ricerca internazionale degli attori che avrebbero dovuto interpretare i quasi 200 ruoli dell'intricata sceneggiatura, ruoli che vanno da famose figure politiche a agenti segreti che operano nell'ombra. Armata solo di una descrizione generale della storia del film e della promessa di lavorare con Steven Spielberg, la responsabile del casting Jina Jay ha viaggiato in tutto il mondo alla ricerca di facce fresche e interessanti. Perché la storia del film funzionasse, la sua ricerca si è concentrata sul trovare personaggi visceralmente veri, più che sull'affidarsi al potere delle star.
Spielberg spiega: "Ci sono più ruoli che parlano qui, di quanti io ne abbia mai avuti in un film, incluso Prova a prendermi. Avendo così tanti personaggi in una storia complessa che copre un paio di anni e numerosi Paesi, era molto importante per me che anche il personaggio più marginale fosse interessante come quello centrale. Questa storia rappresenta una parte molto dolorosa e tragica della nostra storia collettiva e io volevo che a raccontarla fosse un ensemble straordinario."
"Siamo stati aiutati e facilitati in tutto il mondo da meravigliosi contatti con persone e società che si occupano di casting" dice la responsabile del casting Jay, il cui lavoro ha, alla fine, messo insieme attori provenienti da Paesi diversi come Algeria, Egitto, Grecia, Iraq, Iran, Israele, Giordania, Libano, Marocco, Siria, Tunisia, Yemen, Albania, Austria, Francia, Germania, Polonia, Romania, Spagna, Svezia, Regno Unito, USA, Canada e Giappone, oltre a attori locali sia di Malta che dell'Ungheria, dove il film è stato principalmente girato.
Il nucleo della ricerca degli attori era trovare la squadra protagonista - i cinque uomini, completamente diversi tra loro, che, subito dopo il massacro degli ostaggi alle Olimpiadi del 1972, hanno accettato di abbandonare le loro vite private, di rinunciare alla loro identità e di affrontare una missione segreta estremamente pericolosa nel nome di Israele.
Spielberg sapeva perfettamente cosa cercasse in ognuno di loro. "Ho sentito che era molto importante non solo trovare cinque uomini dall'aspetto differente, ma anche cinque modi diversi di recitare, cinque accenti differenti, cinque personalità uniche" dice il regista.
L'improbabile capo del gruppo, Avner, ne è anche il membro più giovane e l'unico nato in Israele. Avner è profondamente devoto al suo Paese, ma prima di questa missione non aveva mai ucciso nessuno. Per il ruolo di Avner, Spielberg ha sempre avuto in mente Eric Bana, che aveva visto nell'adattamento di Ang Lee di Hulk. "Quando l'ho visto in Hulk, ho visto calore e forza e anche una piccola punta di paura dietro i suoi occhi, che lo rende molto umano. Ero determinato a umanizzare il personaggio di Avner in questa storia, e per questo Eric è stato dall'inizio la mia prima scelta" afferma Spielberg.
Nell'autunno 2003, Bana si trovava a Los Angeles a completare le riprese di Troy quando ha ricevuto una telefonata in cui gli dicevano che Steven Spielberg avrebbe voluto vederlo. Dopo l'incontro con Spielberg nel cavernoso set di The Terminal, Bana è stato sorpreso di venire a sapere che Spielberg voleva che lui interpretasse il ruolo del protagonista di un intenso thriller sulle controverse squadre della morte israeliane. "Ero scioccato e sorpreso, emozionato e terrorizzato, naturalmente" dice Bana.
Anche se è nato e cresciuto in Australia, anche Bana, come molti membri del cast e della troupe, ha i suoi ricordi molto personali delle Olimpiadi di Monaco. L'attore dice: "Avevo solo quattro o cinque anni a quel tempo, ma ricordo sempre alcune delle immagini. E' stata una storia che mi è diventata familiare nel corso degli anni. E' un evento che continua a tornarti in mente, perché sembra ancora molto attuale".
Bana ha cominciato con grande impegno a fare delle ricerche per il suo personaggio, leggendo non solo dell'incidente di Monaco e della vita di agenti del Mossad, ma anche della storia complessa del conflitto mediorientale. Mentre studiava ha provato un sempre maggiore interesse per le crisi personali di Avner che lo affliggono quando la missione inizia a scuoterlo nelle fondamenta. "Avner ha una vera e propria evoluzione" osserva Bana. "Inizia come una persona, ovviamente, molto arrabbiata per i fatti di Monaco. Poi diventa un giovane al quale è stato assegnato un compito veramente schiacciante, che deve imparare molto velocemente come fare il capo. Inizialmente si chiede cosa stiano facendo, ma poi succede qualcosa: si indurisce. Mentre la determinazione del resto del gruppo si indebolisce, a Avner succede il contrario. Verso la fine del film lo vediamo diventare sempre più combattuto riguardo all'esperienza che ha vissuto e riguardo a chi ha permesso a sé stesso di diventare."
A Bana è piaciuta molto l'amicizia che, sul set, è nata tra i cinque attori che interpretano i membri della squadra di assassini. I cinque protagonisti, ognuno proveniente da un Paese diverso e con differenti background, sono arrivati insieme a Malta e hanno presto creato tra di loro un rapporto molto affiatato che ha sorpreso anche loro stessi. "Spero che questo speciale cameratismo venga fuori nel film, perché è genuino al 100 per cento" dice Bana. "Venivamo da parti diverse del mondo, avevamo punti di vista molto differenti e abbiamo intrapreso le discussioni più sorprendenti. Ma ci siamo anche rispettati l'un l'altro. E' stato bello vivere tutto questo."
L'attore britannico Daniel Craig - che ha recentemente riempito le prime pagine dei giornali di tutto il mondo con la notizia che sarà la nuova faccia del leggendario Agente 007, James Bond - ha partecipato al film nel ruolo di Steve, la recluta nata in Sudafrica che sembra il membro più duro, coraggioso e irremovibile del gruppo.
"Steve è un personaggio che, in apparenza, sembra molto forte e che sembra avere il suo destino sotto controllo" dice Craig. "Come tutti gli altri ragazzi, crede nel suo compito perché crede in Israele. E' convinto che si debba fare qualcosa contro questo terribile evento di Monaco. Ed è una persona che nella vita si è sempre comportata come un elefante in un negozio di porcellane - uno che si butta a capofitto nelle cose e si occupa solo dopo delle conseguenze. All'inizio Steve è quindi eccessivamente zelante, un fanatico, ma nel corso del film, soffre per i terribili atti che commettono. Ed è stato questo che mi è piaciuto nel fare il film; è un personaggio pieno di difetti che non si aspetta di provare il tumulto emotivo che, invece, ad un certo punto si trova a provare."
Craig era troppo piccolo per ricordarsi di aver visto le Olimpiadi del 1972, ma conosce da tanto tempo gli avvenimenti che hanno avuto luogo lì. "Penso che le ripercussioni di quel periodo abbiano influenzato tutte le nostre vite" dice. "E' stata come la fine dell'innocenza a livello mondiale - e noi abbiamo ancora a che fare con le sue conseguenze. E' una delle vicende più significative del XX secolo, e penso che Munich le dia finalmente un volto umano."
Mentre Craig è un inglese che interpreta il ruolo di un sudafricano, l'attore e regista francese Mathieu Kassovitz interpreta Robert, il membro belga della squadra. Talentuoso costruttore di giocattoli, Robert ha un uguale abilità nel costruire ordigni esplosivi mortali. Regista affermato, Kassovitz si era, apparentemente, ritirato dal mestiere di attore, e aveva detto al suo agente di non chiamarlo per dei lavori da attore a meno che non fosse per Spielberg. Con Munich ha avuto la sua occasione e, una volta letta la sceneggiatura, ha accettato senza esitare.
Kassovitz commenta: "Sono rimasto estasiato dalla sceneggiatura… dalla sua struttura, dalla finezza, dall'intelligenza, dalla forza e dal coraggio. Credo che sia un film molto intelligente sul tema della vendetta."
A Kassovitz è anche piaciuto molto il suo personaggio e il fatto che lui sia il membro più riluttante della squadra con la missione di uccidere. "Robert è un personaggio interessante, perché come tutti gli altri personaggi del gruppo, non è addestrato a uccidere" spiega l'attore. "E' più una persona che si è impegnata per la causa di Israele e per questo pensa di essere pronto a lottare per il suo Paese e la sua fede. E' entrato nell'esercito durante la Guerra dei Sei Giorni e, dato che è un costruttore di giocattoli molto bravo nei lavori di precisione meccanica, è diventato un disinnescatore di bombe. Ma non è facile per lui."
Robert viene, infatti, sconvolto emotivamente più degli altri dalla natura brutale del lavoro che stanno compiendo. "E' un po' più sensibile" osserva Kassovitz. "Non riesce sempre ad affrontare la violenza. Anche se è parte integrante della missione, ci sono cose che lui non riesce proprio a fare."
Ogni membro della squadra ha la sua serie di dilemmi e di conflitti interiori. Il prolifico attore tedesco Hanns Zischler interpreta il ruolo di Hans, un ebreo tedesco trapiantato che, come copertura, fa l'antiquario, ma che realmente è un agente del Mossad con un raro talento nel falsificare i documenti. Interpretare un ebreo tedesco che lavora per i servizi segreti d'Israele dopo l'incidente di Monaco è stato per Zischler particolarmente interessante - con tutte le complicazioni emotive che ne sono conseguite.
"Hans è probabilmente uno che ha lasciato la Germania con la sua famiglia negli anni '30, all'ultimo momento possibile" commenta Zischler. "E' cresciuto in Israele, che a quel tempo era Palestina, e sa parlare entrambe le lingue. Credo che gli sia chiaro il fatto di essere legato sia a Israele che alla Germania in un modo molto strano, cosa che si manifesta in maniera più forte dopo questi eventi. E' anche una persona che pensa molto. Non è mai stato veramente un attivista, per questo sente di avere ora, attraverso questa missione per il Mossad, la possibilità di mostrare la sua fedeltà a Israele e al suo Paese."
Nel 1972 Zischler aveva 25 anni ed ha dei ricordi evocativi di quel periodo che, in Germania, era pieno di energie. "Era un periodo in cui la Germania, grazie alla nuova generazione di giovanissimi, stava diventando più consapevole di sé. Si aveva l'impressione che, per la prima volta, la gente potesse parlare veramente del passato come di qualcosa che non fosse stato interamente risolto" ricorda. "Quello che accadde alle Olimpiadi è stato qualcosa di diverso. Qualcosa che veniva dal di fuori. E' stata come una meteorite che ha colpito il Paese. Ci siamo tutti improvvisamente resi conto che questo teatro dei Giochi Olimpici era diventato il palcoscenico di un dramma oscuro e orribile. E tutto è successo in televisione, davanti agli occhi di tutto il mondo. Per me, avere avuto la possibilità, in Munich, di esplorare questi eventi da un'angolazione diversa, è stato affascinante."
A concludere la squadra dei cinque c'è il meticoloso, organizzato e cauto Carl, interpretato dallo stimato attore irlandese Ciaran Hinds. "Hans e Carl appartengono ad un'altra generazione rispetto agli altri tre" osserva Hinds. "Questi cinque uomini sono molto differenti, hanno età diverse, background diversi, educazioni diverse. Alcuni sono cresciuti in Europa e altri in Israele. E sono stati selezionati proprio per queste loro diverse caratteristiche. All'interno del gruppo, Carl è quello che vuole essere assolutamente certo che gli obiettivi siano chiari, che non ci siano danni collaterali, che nessun innocente venga ferito. Lui crede veramente che ci sia un modo giusto per eseguire questo compito, per orribile che sia."
Essendo cresciuto a Belfast, dove i tumulti politici erano all'ordine del giorno, Hinds ha visto gli eventi delle Olimpiadi del 1972 come parte di un intero mondo in scompiglio. "Ero molto sportivo quando ero giovane, perciò guardavo sempre le Olimpiadi" dice. "Visto quello che succedeva in Irlanda del Nord, ero molto cosciente del fatto che questo tipo di violenza fosse una cosa globale. Per questo motivo, l'idea di Munich è stata molto interessante per me. Ha un modo di guardare la storia che non è bianco o nero. Credo che Steven presenti una storia che pone moltissime domande ma, nello stesso tempo, non serve le risposte su un vassoio d'argento, e questo è molto importante."
Alla squadra di assassini è permesso solo un contatto, quello con il misterioso ufficiale che si occupa del 'caso', Ephraim. Per interpretare Ephraim, i realizzatori del film hanno scelto il vincitore dell'Oscar Geoffrey Rush, l'attore australiano molto acclamato, venuto alla ribalta grazie al suo vivido ritratto del pianista australiano David Helfgott in Shine e che ha interpretato un gran numero di ruoli diversi che spaziano dall'infame libertino Marchese de Sade al genio comico Peter Sellers. La parte di Ephraim era qualcosa di ancora diverso per Rush, cosa che l'attore ha scoperto leggendo la sceneggiatura.
"Tony Kushner è un grande drammaturgo e si è concentrato sui meccanismi, molto complessi, che rendono il racconto un significativo pezzo di Storia" dice Rush. "Quando vedi il personaggio di Ephraim per la prima volta, potresti pensare che lui sia soltanto un'altro burocrate anonimo, mentre in realtà diventa un insolito mentore per Avner nel momento in cui quest'ultimo si trova ad affrontare le difficili prove che il fatto di essere un assassino comportano. Ephraim è una sorta di figura fantasma che viene fuori dal nulla per rispondere ai grandi interrogativi, sia morali che non."
Rush, che ricorda di aver visto il massacro di Monaco in televisione in Australia quando aveva 21 anni, ha trovato l'idea del film molto interessante. "Ho visto Munich come un thriller di spionaggio internazionale che si basa su eventi reali molto attuali e al quale si intrecciano degli interrogativi molto stimolanti mentre tutti i personaggi intraprendono uno straziante viaggio che li porta alla scoperta di sé" commenta Rush.
Per l'accento e le maniere del suo personaggio Rush si è ispirato a una serie di figure storiche. "La nostra televisione nazionale mi ha mandato delle riprese, tirate fuori dai notiziari, di Menachem Begin, solo come riferimento per il periodo e la cultura" dice Rush, "perché le linee generali delle loro storie (quella di Begin e quella di Ephraim) sono simili, e si muovono entrambe da un passato politicamente radicale fino a delle posizioni di governo più conservative."
Approfondendo l'aspetto esteriore del personaggio, Spielberg ha detto che aveva sempre pensato che Rush fosse un tipo alla Arthur Miller e gli ha suggerito di togliersi i capelli dalla fronte. Con un abbigliamento tradizionale, con spessi occhiali con la montatura di corno e con i capelli tirati indietro, Rush è diventato Ephraim. L'attore ha poi continuato a lavorare sulle sfumature del personaggio con la responsabile della dizione Barbara Berkery per trovare un accento in grado di riflettere al meglio la storia di Ephraim. "Nello specifico, volevo incontrare qualcuno di circa ottant'anni che avesse un background polacco-israeliano. Volevo sentire i toni distintivi di una voce del genere" dice Rush, "così siamo andati in giro, armati di registratore, come il Colonnello Pickering e il Professor Higgins." Rush ha trovato molto di più di quello che si aspettava. "Abbiamo finito con il conoscere gente capace di offrirci un enorme quantità di consigli, aneddoti e di Storia. Ho sentito che avevo la responsabilità di arricchire il personaggio con il maggior numero di dettagli culturali possibile."
Poi c'è Papà, il misterioso uomo francese che compra e vende informazioni alla squadra e che sviluppa con Avner un rapporto paterno, rapporto che il giovane agente segreto ha desiderato per tutta la vita. Il leggendario attore francese Michael Lonsdale, i cui prolifici crediti cinematografici includono il thriller politico Il giorno dello sciacallo, interpreta Papà. Lonsdale ha guardato lo svolgimento degli eventi di Monaco in Francia, una nazione, dice, che è rimasta sotto shock. Quando ha sentito che Steven Spielberg stava facendo un film su quell'incidente e sulle sue conseguenze, non ha avuto esitazioni nel voler prendervi parte. "E' stato un grande piacere e un enorme onore lavorare con Steven Spielberg" dice Lonsdale. "Papà non è un grosso ruolo, ma sapevo che avrei potuto dargli molto."
Si è unita al cast internazionale, come protagonista femminile, l'attrice israeliana Ayelet Zurer nel ruolo di Daphna, la giovane moglie che Avner deve lasciare nonostante lei sia incinta del loro primo figlio. Nel corso della sua missione segreta, Daphna funge come unico solido contatto di Avner con la vita reale, e il figlio non ancora nato resta l' unico e solo legame di Avner con le sue speranze per un futuro migliore. Zurer, che ha recentemente vinto il premio come migliore attice dell' Israeli Film Academy, del Jerusalem Film Festival e del Haifa Critics per la sua interpretazione nel film di Savi Gabizon Nina's Tragedies, è stata scelta per il ruolo della giovane donna in dolce attesa solo un mese dopo aver messo al mondo il suo proprio figlio, riuscendo a rendere, per questo, il viaggio emotivo del suo personaggio ancora più palpabile.
"All'inizio del film Daphna è molto naïf e felice" dice Zurer. "Pensa che la vita sarà bella e che il futuro le sorriderà. E' incinta, ovviamente questo significa una nuova vita. Ma poi Avner se ne va e lei sa che lui si troverà di certo in pericolo, ma io non credo che lei possa in alcun modo capire che cosa lui stia attraversando. Quando Avner ritorna da lei, è diventato un uomo chiuso, scioccato, fragile e vederlo così per lei è molto doloroso, specialmente per il modo in cui lui viene interpretato da Eric che ha, nel viso, una grande carica di umanità."
Alla fine, Zurer vede le lotte della coppia come il simbolo di qualcosa di più grande. "Avner e Daphna attraversano un risveglio molto doloroso" osserva l'attrice. "Credo che loro, ognuno a modo suo, rappresentino in qualche modo la perdita dell'innocenza della loro nazione e forse di tutto il mondo."
Riguardo all'interpretazione di Zurer, Barry Mendel dice: "Credo che lei sia il cuore e l'anima del film, perchè rappresenta, in modo molto chiaro, la lotta tra il patriottismo e la famiglia che Avner sta affrontando. Ayelet non è mai stata vista in un film fuori da Israele e trovarla per noi è stata una grande fortuna."
Sia che fossero veterani del teatro, divi cinematografici nazionali o al loro primo film, tutti gli attori hanno partecipato a Munich in parte per avere l'opportunità di lavorare con Steven Spielberg. Il richiamo di lavorare con l'acclamato regista è stato abbastanza forte da attrarre bravissimi attori a interpretare i ruoli secondari, tra questi: l'attore israeliano Moshe Ivgy, nella parte del leggendario agente del Mossad Mike Harari, e Makram Khoury, che interpreta Wael Zwaiter, il cugino di Yassar Arafat, che diventa il primo obiettivo della squadra di Avner a Roma. La famosa attrice palestinese Hiam Abbass interpreta il ruolo di Marie-Claude Hamshari, il cui marito è l'obiettivo della squadra a Parigi, e che per il film ha anche lavorato come consulente e supervisore alla dizione.
Un membro del cast aveva un legame particolarmente stretto con la storia - Guri Weinberg, un attore che è anche il figlio di Moshe Weinberg, l'arbitro israeliano di lotta libera, ed ex campione, ucciso a Monaco quando Guri aveva solo un mese. A 33 anni, la stessa età di suo padre al tempo della sua morte, Weinberg ha avuto,con Munich, la grande e rara opportunità di interpretare suo padre e di offrirgli così un tributo.
Weinberg ha trovato l'esperienza di ri-vivere gli eventi che hanno ucciso suo padre, difficilissima, ma anche profondamente terapeutica e significativa. "L'idea di percorrere le orme di mio padre e di quello che ha passato è stato molto importante per me, perché quando senti i racconti di quell'avvenimento tutto è frammentato e non ha alcuna completezza. Ma quando lo ri-percorri come in questo caso, tutto diventa reale."
L'attore continua: "Interpretare mio padre mi ha fatto provare un grande rispetto per quello che lui ha vissuto veramente. Ha rafforzato i miei sentimenti e le mie emozioni, perché non ho mai avuto un rapporto con lui. Il film mi ha dato finalmente la possibilità di avere un rapporto con lui."
Girare Munich: Steven Spielberg e Janusz Kaminski attualizzano i granulosi thriller anni '70
La storia di Munich si dipana all'interno di tre regni separati: gli eventi pubblici delle Olimpiadi di Monaco che hanno avuto luogo sotto lo sguardo penetrante dei media di tutto il mondo; il mondo segreto e pieno di ombre del Mossad e delle sue squadre non riconosciute che operano in tutto il mondo coperte da un mantello che li rende invisibili; e i mondi interiori degli stessi cinque diversi assassini che affrontano i conflitti psicologici derivanti dalla loro missione senza precedenti.
Per rendere tutto questo visivamente, Steven Spielberg si è rivolto ad uno dei suoi collaboratori più fidati e di vecchia data, il direttore della fotografia, due volte vincitore dell'Oscar, Janusz Kaminski, che ha lavorato con Spielberg in nove dei suoi film precedenti. Adolescente polacco nel 1972, Kaminski ha guardato gli eventi di Monaco da una prospettiva diversa - attraverso il velo della Cortina di Ferro. "In Polonia è stato certamente visto come un evento tragico, come in tutto il resto del mondo" dice, "ma le notizie che ci sono arrivate dalle fonti ufficiali rivelavano un evidente pregiudizio."
Il direttore della fotografia pensa che uno degli elementi più affascinanti nel trasformare gli eventi che hanno seguito e circondato Munich in un film, sia che quasi tutti ne hanno un ricordo assolutamente personale. "Abbiamo tutti la nostra esperienza di questo avvenimento" dice. "Anche chi non era ancora nato, ne ha visto spezzoni in televisione o ne ha letto nei libri di storia; oppure sono stati gli avvenimenti recenti a farcelo arrivare. In qualsiasi modo ci si arrivi, questo è un evento molto attuale."
Lavorando alla maniera solita che contraddistingue la loro speciale collaborazione, la prima cosa che Kaminski ha fatto è stata girare una serie di test fotografici per trovare una chiave visiva che sia lui che Spielberg sentissero appropriata al carattere intenso e alla struttura piena di suspense del film - un look che speravano ricordasse qualcuno dei classici thriller paranoici degli anni '70, con un taglio contemporaneo.
"Io e Steven siamo arrivati ad un punto nel nostro rapporto in cui dobbiamo discutere molto poco delle cose" afferma Kaminski. "Lui conosce e si fida dei miei giudizi e io conosco molto bene la sua sensibilità estetica. Conversiamo un po', per lo più di quello che proprio non dovremmo fare, ma lo stile visivo lo determino, per la maggior parte, io. Perciò nel 2004 sono andato a Parigi e ho cominciato a fare esperimenti con vari schemi di colori, con vari filtri, obiettivi diversi, con diverse luci e con vari procedimenti chimici."
Continuando a sviluppare la concezione e lo stile visivo del film, Kaminski lo ha guardato attraverso il prisma di una mappa del mondo. "Nel film ci sono 8 Paesi diversi e io ho deciso di dare ad ognuno un aspetto differente - ma non in maniera vistosa - e di usare per ognuno una tavolozza di colori in qualche modo diversa. Così ogni Paese ha la sua individualità, anche se la maggior parte del film è stata girata a Malta e in Ungheria" dice. "Tutto quello che succede in Medio Oriente è più colorato, caldo, soleggiato. Ma quando lasciamo questa parte del mondo per Parigi, Francoforte, Londra e Roma i colori diventano più freddi e meno saturi. E anche ognuna di queste città europee ha il suo proprio carattere e i suoi colori."
Kaminski fa notare, per esempio, che per le scene a Cipro ha usato tonalità di giallo più vibranti, calde, mentre ad Atene la tavolozza dei colori vira verso i blu dell'Egeo, e poi a Parigi i colori diventano più morbidi con un'atmosfera da cieli piovosi. Anche la luce si trasforma nel corso del film, iniziando con un tono più amichevole quando i membri della squadra iniziano a conoscersi l'un l'altro durante un cena intima e mutando in un procedimento foto-chimico più duro, pieno di ombre scure che rispecchiano i conflitti interiori dei personaggi nel momento in cui la loro missione diventa più spaventosa e piena di dubbi.
Anche ognuno degli assassini è girato in una maniera specifica, modo questo in cui Spielberg ha immaginato il dipanarsi della storia e del film. "Volevo che ogni assassinio fosse diverso, perché quando la squadra fa esperienza di ciascuno di essi, la sua visione di cosa stia facendo cambia, le dinamiche di gruppo si trasformano, cambiano i sentimenti che provano nei confronti di loro stessi e degli altri, e cresce lo stress, l'ansia, la pressione" spiega Spielberg. "Così ogni missione ha il suo carattere personale."
L'uso degli obiettivi è stato influenzato dal desiderio di Spielberg di tornare allo stile sgranato degli anni '70. "Steven ha insistito, e a ragione, per usare gli zoom" osserva Kaminski. "Riteneva che il cinema degli anni '70 fosse pieno di zoom e che se inizi a zoommare dentro e fuori permetti allo spettatore di credere di stare vedendo un film fatto in quegli anni. E' un modo molto efficace per creare l'atmosfera del periodo storico." Kaminski, come modelli ai quali si è ispirato per Munich, cita thriller realistici quali Il braccio violento della legge, Perché un assassinio e I tre giorni del condor.
Una delle cose più difficili per gli interpreti e per la troupe, Kaminski incluso, è stata ri-creare la situazione degli ostaggi delle Olimpiadi con accuratezza e con suspense. Le scene delle Olimpiadi di Monaco aprono il film ma vengono poi rivelate più dettagliatamente attraverso delle sequenze di flashback che fondono ri-creazioni drammatiche e scene prese da documentari dell'epoca.
Spielberg ha pensato che i flashback avrebbero tenuto vive, per tutto il corso del film, le motivazioni emotive che sono dietro a tutti gli eventi. "Ho pensato che ci fosse bisogno di ricordare continuamente quello da cui la storia dipende, per non dimenticare che cosa ha dato il via a questa situazione di sangue per sangue" afferma il regista.
Girare questa ri-costruzione dei fatti è stato molto commovente e doloroso. "Potete immaginare quanto sia stato difficile" dice Spielberg. "Ho usato attori arabi per fare i palestinesi e israeliani per gli israeliani… e loro se la sono presa molto a cuore. E' stata una catarsi emotiva e io non ho pensato tanto alla tecnica quanto al fatto di tenere gli interpreti e la troupe insieme e di mantenere tutti in equilibrio. Sono state due settimane difficili."
Per la sequenza iniziale, Kaminski si è concentrato su un realismo emozionante e disadorno - "è un po' piatto, quasi privo di colore" spiega - ma per i flashback ha utilizzato un procedimento conosciuto come "skip bleach" (effetto 'sbiancante', visto recentemente nel film sulla guerra del Golfo Jarhead) che dà alle scene un'apparenza molto ruvida, granulosa, dai colori saturi. "I flashback sono più scuri, granulosi, lasciano presagire di più. Volevo che fossero molto diversi dal tempo presente" spiega il direttore della fotografia.
Spielberg commenta: "Lo 'sbiancamento' è particolarmente efficace in questo film perché spezza e si interseca con i toni più rosei di un'illuminazione e di un'ambientazione standard. Ti dice che stai andando da un'altra parte, dentro la mente di Avner e indietro nel passato."
Kaminski ha capito che Spielberg, quando nel film si arriva alla violenza, non voleva nascondere la brutalità di nessuno degli eventi coinvolti. "Penso che in questo film, la violenza venga di proposito presentata al pubblico senza alcuna astrazione" dice. "Se pensate a Salvate il soldato Ryan, anche quello era un film estremamente preciso e vivido, ma il pubblico ha capito che questo serviva a trasmettere la tragedia, l'orrore di quegli avvenimenti storici".
Kaminski continua: "Credo che questo sia un film che cerca di occuparsi, in un modo oggettivo e maturo, di un tema molto serio. Ma è anche un film pieno di suspense e anche questo ha creato la necessità di rappresentare le scene in una maniera insolita. Il modo in cui Steven ha creato alcune scene è stato grandioso perché è riuscito a trasmettere la suspense con solo tre inquadrature. Usa gli zoom, i riflessi, usa automobili che escono dall'inquadratura rivelando un'altro pezzo della scena. E' un regista molto abile e esperto quando si tratta di girare."
Kaminski si è anche lasciato ispirare dalla squadra delle scenografie. "Il mio lavoro viene sempre influenzato da quello che crea lo scenografo e dal reparto costumi - e Rick Carter, con il quale ho fatto molti film, è sempre bravissimo" riassume.
Progettare Munich: Portare alla luce un mondo nascosto
Munich è veramente un film su scala internazionale, vola, nel corso della storia, tra 14 Paesi europei e mediorientali, da Tel Aviv a Francoforte, da Haifa a Parigi, tutto nei primi anni '70. Girato esclusivamente in esterni, il film ha richiesto la creazione di più di 120 set, per questo è stato essenziale per i realizzatori trovare un Paese base in grado di offrire loro una varietà di aspetti e paesaggi.
Spielberg e il suo scenografo, candidato all'Oscar, Rick Carter, hanno trovato quasi tutto quello di cui avevano bisogno all'interno dei confini di due dei nuovi Paesi membri dell'Unione Europea: l'elegante nazione est-europea, l'Ungheria, e l'isola mediterranea di Malta. Malta ha fornito le location capaci di sostituire tutti gli ambienti del Mediterraneo e del Medio Oriente, mentre l'Ungheria ha fornito i set ideali per le città nord europee - più di una mezza dozzina - in cui la storia di Avner e della sua unità di assassini si dipana.
Piccola nazione-isola poco lontana dalle coste della Sicilia, Malta si trova in un punto d'incrocio tra l'Europa del Sud e l'Africa del Nord e, malgrado il suo piccolo territorio, si è ritrovata coinvolta in molti degli eventi storici più importanti. Dalle guerre di Roma alle battaglie dei Crociati, fino ad arrivare alla Guerra Fredda, la storia ha lasciato il suo segno su tutta l'isola, rendendola una risorsa e un sostituto geografico ideale di moltissimi luoghi. In Munich, Malta è stata capace di sostituire Israele, Cipro, Libano, Grecia, Italia, Palestina e Spagna con lo scenografo Rick Carter che ha costruito qui circa 40 set.
"Malta è un miscuglio di culture dove abbiamo potuto trovare, in alcuni punti, delle aree che sembravano luoghi dell'Europa meridionale e, in altri, zone che sembrano Israele o Beirut" spiega Carter. "Ci ha infatti dato la possibilità di dividere il film, dal punto di vista visivo, tra l'aspetto dei paesaggi caldi e soleggiati del Sud e quello completamente diverso delle località Nord-europee."
Le riprese a Malta sono iniziate a Buggiba, sulla costa nordorientale. Qui, un piccolo cafè sul mare sfoggiava una bandiera israeliana, sotto la quale le comparse, vestite con gli abiti tipici degli ebrei ortodossi, sono state riunite intorno ad un apparecchio televisivo a guardare il playback del telegiornale originale sulle Olimpiadi del 1972. Da qui la compagnia si è spostata all' "Hotel Olimpic", passando da Haifa a Cipro all'interno di un paio di strade.
Sull'isola sono state utilizzate molte location reali: lo storico Forte Riscoli del XVII secolo e i suoi baraccamenti sono stati trasformati in un campo profughi palestinese fuori Betlemme; una piazza di La Valletta, la capitale di Malta, è diventata il bar di Roma dove Andreas presenta Tony ad Avner; un bacino di carenaggio è stato utilizzato per la Beirut cosmopolita degli anni '70; e case private dell'isola hanno sostituito sette case sicure, l'appartamento che Avner divide con sua moglie Daphna, la casa del padre di Avner, l'appartamento di Golda Meir e la villa in Spagna in cui Avner e Steve cercano Salameh.
Più tardi, la produzione si è trasferita a Budapest, la meravigliosa città sulle rive del Danubio, ricchissima dal punto di vista architettonico. I luoghi di Budapest hanno fornito a Carter e al suo team delle location che loro hanno potuto trasformare in una strada di Londra, un boulevard di Parigi, una casa galleggiante di Hoorn, un cafè di Roma e una piccola capanna in campagna in Belgio, solo per menzionarne alcuni. Se viaggiare da Roma a Parigi in auto dura molte ore, Rick Carter è stato capace di fare questo tragitto in soli pochi minuti all'interno di Budapest. "Questa strada di Budapest-Andrassy Boulevard, davanti all'edificio dell'Opera- è stata la location che più somigliava a Parigi che siamo riusciti a trovare. Quello che è interessante è che, proprio mezzo isolato più in là, c'era la Roma migliore!" riflette Carter.
I due Paesi non hanno solo fornito una grande varietà di paesaggi, ma anche una finestra per tornare indietro nel tempo. Carter spiega: "La storia è ambientata negli anni '70, un'era ancora post seconda guerra mondiale in cui c'era molta più sporcizia e polvere nelle strade di Parigi e di Londra. Budapest sta vivendo ora il suo periodo post-comunismo e, per questo, presenta molte similitudini con un Paese dell'Europa occidentale che ancora, nei primi anni '70, stava uscendo dalla guerra. A Budapest abbiamo trovato il look di 30 anni fa."
Per prepararsi alle riprese, Carter ha realmente viaggiato in ognuna delle città in cui si svolgono gli assassini, per cogliere le atmosfere di quello che avrebbe dovuto ri-creare. Collaboratore di vecchia data di Steven Spielberg, a Carter le tematiche principali di Munich sembravano proseguire i temi più forti del regista. "Penso a questo film come parte di una serie di film che Steven ha fatto sul tema della guerra e delle sue conseguenze" osserva lo scenografo. "Lui guarda sempre ai modi in cui noi ci troviamo in un conflitto."
Ma Carter era assolutamente cosciente di una differenza nell'approccio di Spielberg - il fatto che il regista volesse mettere a nudo i profondi conflitti interiori dei personaggi. "In questo film tutta l'attenzione è concentrata sull'elemento drammatico e tutto comincia con i cinque protagonisti e con chi sono veramente" osserva. "Credo che Steven abbia trovato questo approccio fresco e liberatorio. Sembrava quasi che lui fosse un regista negli anni '70."
Nelle sue scenografie Carter ha cercato di allontanarsi dai clichè visivi standard degli anni '70 e si è invece concentrato sulla rappresentazione di ognuna delle culture locali attraverso cui la squadra viaggia. "Quello che abbiamo tentato di fare" spiega Carter, "è stato mettere qualcosa in ogni scena che permettesse di capire non solo dove ci trovavamo in termini geografici o cronologici, ma che desse anche un senso del periodo culturale. Siamo in un luogo che è stato influenzato dalla politica del tempo - parlo specialmente dei movimenti estremistici che esistevano in tutta Europa - o in un Paese che è rimasto immutato, tipo un villaggio di pescatori di Cipro che è sempre stato uguale a sé stesso? Ricreare le atmosfere di queste aree molto differenti tra loro è stata la nostra preoccupazione maggiore."
Per restare in sintonia con la concezione visiva generale del film, la tavolozza di colori di Carter cambia continuamente insieme alle scene che si muovono da un Paese a un altro. Lo scenografo aveva però un importante colore metaforico in mente: "C'è la presenza del rosso nel corso di tutto il film, solo per ricordare, in maniera subliminale, il sangue che viene versato in tutto il film da entrambe le parti in oggetto" commenta.
Nella ri-creazione dell'Europa degli anni '70, le scenografie di Carter fanno un omaggio al cinema - con poster dei film Roma di Fellini, The Other (Chi è l'altro) di Robert Mulligan, The Hot Rock (La pietra che scotta) con Robert Redford e L'Assasinat de Trotsky (L'Assassinio di Trotsky) con Alain Delon che appaiono nelle scene. Un altro accenno al cinema degli anni '70 lo troviamo in una scena in cui Avner e Louis camminano in un mercato di frutta e verdura parigino. La scena è stata girata sotto all'appartamento reso celebre dal classico di Bernardo Bertolucci L'ultimo tango a Parigi.
Mentre Malta e l'Ungheria sono state le location più importanti del film, delle scene supplementari sono state girate nell'inimitabile atmosfera di Parigi. C'è stato anche un altro posto che Carter non è riuscito a sostituire: New York, il cui emozionante skyline chiude il cerchio del film. "Nella ricerca di una patria, Avner trasferisce alla fine sua moglie e sua figlia appena nata a Brooklyn" spiega Carter, "che è come una nuova frontiera, un posto dove lui vuole cominciare la sua vita da capo lasciandosi alle spalle tutto quello che ha vissuto. Non potevamo ricreare questo in nessun altro posto - dovevamo andare a New York."
Nel frattempo, il responsabile dei veicoli del film Graham Kelly, il cui lavoro è stato visto nell'acclamato thriller The Bourne Supremacy, aveva altri problemi. Con in mano un programma che richiedeva 1.500 auto per il film, Kelly ha dovuto trovare e organizzare taxi, autobus, Vespe e automobili d'epoca del periodo. Solo per una breve scena in cui Avner fa una passeggiata notturna su una strada di Parigi, Kelly ha dovuto mettere insieme 60 automobili, cinque autobus e molti taxi parigini - il tutto a Budapest.
"Gli anni '70 sono un periodo particolarmente difficile dal punto di vista delle automobili" spiega Kelly. "In quei tempi i costruttori facevano le auto con acciaio di scarsa qualità e la maggior parte di queste sono state rottamate oppure sono finite nelle mani di collezionisti, e quindi diventate troppo care per i nostri budget." Kelly e il suo team hanno acquistato 60 automobili in tutta Europa, verniciandole e riverniciandole secondo le richieste delle scene. Per essere in sintonia con l'immagine generale del film, il suo team ha utilizzato veicoli di colori più chiari per le scene nei Paesi meridionali e tonalità più scure per gli ambienti del Nord.
Il problema più grande, in ogni caso, non è stato possibile risolverlo con la pittura. Kelly ricorda: "Avevamo bisogno di auto a Malta, per scene in quattro differenti Paesi. Malta ha un gran numero di automobili degli anni '70 ma tutte hanno la guida a destra, come in Gran Bretagna. E, fatta eccezione per Cipro, gli altri tre Paesi hanno la guida a sinistra! Quando siamo arrivati in Ungheria è successo il contrario. L'Ungheria ha la guida a sinistra e noi avevamo bisogno di essere a Londra per alcune scene, che ha la guida a destra." Con solo un pizzico di inventiva, volanti 'falsi' e un autista extra per auto, Kelly e il suo team sono usciti dall'empasse.
Anche la costumista Joanna Johnston ha dovuto affrontare delle sfide stimolanti -creare cinque look differenti, uno per ognuno degli uomini della squadra segreta, in grado di rappresentare il background individuale, la personalità e l'età di ogni personaggio. "Ognuno di loro ha il suo carattere" dice Johnston. "Carl, che è ordinato, lucido e pratico indossa pantaloni con la riga ben stirati, colori dolci e porta i capelli lisci e con la riga da una parte; ha un aspetto rispettabile e non lo perde mai. Robert, che è un tipo più poetico, artistico e sensibile, indossa colori caldi con motivi e tessuti morbidi e ha un look più arruffato. Hans è il più vecchio del gruppo ed è un antiquario, per questo ha uno stile più demodè e tradizionale. Steve è il più 'cool' del gruppo, segue la moda ed è molto attento e sexy nel vestire con giacche di pelle e camicie attillate. Il punto di riferimento di Spielberg per lui è stato Steve McQueen."
Il carattere del look di Avner si trasforma nel corso della storia. "Per dare il senso di Avner che perde il controllo della situazione, all'inizio del film lui si veste, con precisione quasi militare, con abiti giovanili dalle linee ben definite, ma poi i contorni sfumano, i colori caldi del Paese dal quale proviene lo abbandonano" spiega Johnston. "Prende le ombre più lunghe del Nord e un'aura di sospetto. Finisce con i tessuti denim di New York, il nuovo mondo, che prima non avrebbe mai indossato."
Oltre a creare delle tavolozze di colori per ogni individuo, Johnston ha anche forgiato delle tavolozze geografiche per ogni Paese, in accordo con il lavoro di Rick Carter. "Ho usato disegni e toni caldi a Tel Aviv, ma più si andava verso Nord più l'abbigliamento diventava freddo e piatto" dichiara. "Ogni paese e ogni città vengono identificati attraverso lo stile e il colore. E' stato tutto pensato fin nei particolari."
Avendo realizzato dal nulla circa l'85 percento dei costumi con il suo team a Monaco, Johnston ha messo l'enfasi su un'estetica della moda più europea e meno influenzata dai clichè degli anni '70. "I clichè degli anni '70 sono pazzi e originali, ma in Europa sono stati meravigliosi e in qualche modo eleganti. Steven mi ha detto che li ho resi 'sofisticati con un tocco di follia'" ricorda Johnston.
"I costumi che Joanna ha realizzato sono notevoli" dice uno dei protagonisti di Munich, Ciaran Hinds, "perché lei non ha soltanto definito l'identità di questi uomini, ha in qualche modo anche dato il senso del loro modo di pensare." Il personaggio di Hinds, più riservato e filosofico, Carl, indossa sempre un abito e una cravatta, spesso con l'aggiunta di una pipa e di un cappello. L'abbigliamento di Hans ricorda la sua copertura come antiquario, con la giacca di tweed, la camicia e i gilet - accompagnati talvolta, per la gioia dell'attore Hanns Zischler nei giorni più caldi di Malta, da una camiciola molto pesante. Steve, interpretato da Daniel Craig, è l'unico ad avere un'inclinazione per la moda del tempo. "Joanna pensava che lui dovesse essere l'unico personaggio a indossare qualcosa di molto anni '70" dice Craig. "E io ho pensato, 'Va bene, facciamo così'. Porto i collettoni, i jeans e i medaglioni, ma tutto resta alquanto sobrio."
Per la produttrice e collaboratrice di vecchia data di Spielberg, Kathleen Kennedy, le scenografie e i costumi di Munich erano essenziali per realizzare la missione centrale del film: portare alla luce alcuni fatti rimasti segreti che sollevano una serie di domande provocatorie e complesse sulla natura della vendetta e del castigo.
"Rick Carter e Joanna Johnston hanno fatto un lavoro davvero straordinario per catturare il periodo e l'ambientazione di questo film" dice Kennedy. "Il loro lavoro viene fuori in un modo molto discreto e autentico che mette in forte risalto il realismo che Steven voleva dare alla storia. Steven voleva, più di ogni altra cosa e come in Schindler's List e in Salvate il soldato Ryan, trasmettere la sensazione che questo non è soltanto un film, ma una storia che si basa su fatti realmente accaduti. Se Munich porterà la gente di tutto il mondo a discutere, allora vorrà dire che siamo riusciti nel nostro intento."
GLI INTERPRETI
ERIC BANA (Avner) è stato visto nel ruolo del protagonista Mark "Chopper" Read nel film Chopper, presentato al Sundance Film Festival nel 2001 e distribuito negli USA, dopo il successo riscosso in Australia, con grandi consensi di critica. Per la sua interpretazione di Chopper, Bana ha vinto il premio dell'Australian Film Critics Circle e dell'Australian Film Institute.
Nel 2001, Bana ha interpretato, accanto a Josh Hartnett, Ewan McGregor e Tom Sizemore il film di Ridley Scott Black Hawk Down nei panni del Sergente Norm Hoot Gibson, membro di una truppa speciale dell'esercito americano. Questo film epico, prodotto da Jerry Bruckheimer per la Sony, è tratto da un resoconto scritto dal giornalista Mark Bowden - che ha venduto milioni di copie - della missione USA del 1993 a Mogadiscio, in Somalia. L'attore ha anche partecipato al film australiano The Nugget, uscito nel 2002.
Bana ha anche interpretato il ruolo del protagonista Bruce Banner in Hulk , del regista Ang Lee per la Universal Pictures, ispirato al personaggio dei fumetti creato dalla Marvel Comics; ed è stato recentemente visto nei panni di Ettore il Principe di Troia, accanto a Brad Pitt e Orlando Bloom, nel film della Warner Bros, tratto dall'Iliade di Omero, Troy, per la regia di Wolfgang Peterson.
Bana sarà presto nelle sale con il film del grande regista di Hollywood Curtis Hanson, Lucky You.
A primavera inizierà le riprese di Romulus, My Father, ispirato al libro di memorie di grande successo di Raimond Gaita.
Bana vive in Australia con sua moglie e due bambini.
Ad ottobre di quest'anno, DANIEL CRAIG (Steve) è stato confermato dalla Eon Productions e dalla Sony Pictures come il sesto James Bond. Inizierà le riprese del suo primo film nei panni dell'Agente 007 il prossimo anno, con Casino Royale. Craig sta attualmente girando The Visiting, un thriller con Nicole Kidman, diretto da Oliver Hirschbiegela. All'inizio di quest'anno, ha finito di girare Have you Heard? un film sullo scrittore Truman Capote (alias Every Word is True), diretto da Douglas McGrath con Sandra Bullock e Gwyneth Paltrow.
Sempre quest'anno, Craig ha supportato Adrien Brody e Keira Knightly in The Jacket, un film diretto da John Maybury, ed è stato visto nel film in due episodi della BBC Archangel, tratto da libro omonimo di Robert Harris.
Nato nel 1968 a Chester e cresciuto a Liverpool, Craig ha iniziato a lavorare in teatro al The Liverpool Everyman. Trasferitosi a Londra per entrare al National Youth Theatre ha interpretato, da allora, numerosi ruoli in televisione, in teatro e al cinema… diventando uno degli attori britannici più bravi e considerati.
I primi crediti cinematografici di Craig includono: Lara Croft: Tomb Raider, Elizabeth, Hotel Splendide, Sognando l' Africa, Love and Rage, Obsession e La forza del singolo. Nel 2002, ha riscosso caldi consensi di critica per la sua interpretazione nel film di Sam Mendes Era mio padre.
Nel 2003, Craig è stato visto nel ruolo del protagonista in The Mother, tratto da una sceneggiatura di Hanif Kureishi e diretto da Roger Michell. L'anno successivo ha recitato, accanto a Gwyneth Paltrow, nel ruolo di Ted Hughes in Sylvia, film che racconta la vita dei due poeti Ted Hughes e Sylvia Plath. Lo scorso anno è stato visto nel film, esordio alla regia di Matthew Vaughn, The Pusher, oltre che nel film di Roger Michell, acclamato dalla critica, L'amore fatale (tratto dall'omonimo romanzo di Ian McEwan).
Rinomato e apprezzato attore teatrale, i crediti di Craig includono ruoli da protagonista in: Hurlyburly con la Compagnia Peter Hall messo in scena all'Old Vic, Angels in America al The National Theatre e A Number al Royal Court Theatre al fianco di Michael Gambon.
Craig ha al suo attivo molti crediti televisivi, tra i quali importanti progetti come l'adattamento della BBC del dramma di Michael Frayn Copenhagen, e Our Friends in the North, Sword of Honour, The Ice House, The Fortunes and Misfortunes of Moll Flanders, Kiss and Tell e Sharpe's Eagle.
CIARÁN HINDS (Carl) ha iniziato la sua carriera al The Glasgow Citizens Theatre ed è stato membro di questa compagnia teatrale per molti anni. In Irlanda ha lavorato al Lyric Theatre di Belfast, al Druid Theatre di Galway e al Project e all'Abbey di Dublino, dove recentemente è apparso nel ruolo di Cuchulain in The Yeats Cycle. Al Gate Theatre, Hinds è apparso nella produzione della Compagnia The Field Day di Antigone, de La scuola delle mogli e di The Yalta Game di Brian Friel.
Ha girato il mondo in tournee con la compagnia di Peter Brook con il Mahabharata e ha interpretato ruoli da protagonista al Royal Shakespeare Company, al Royal Court, al Donmar Warehouse e al National Theatre, dove, di recente, ha recitato il ruolo di Larry nello spettacolo di Patrick Marber Closer, che si è poi trasferito a Broadway.
I suoi crediti cinematografici includono: Il cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante di Peter Greenaway; December Bride; Amiche di Pat O'Connor; e Titanic Town, diretto da Roger Michell. Altri film degni di menzione comprendono: Una scelta d'amore, Oscar e Lucinda di Gillian Armstrong, Il figlio perduto, Il mistero dell'acqua e Mary Reilly.
I suoi lavori più recenti includono: Era mio padre per la regia di Sam Mendes, Al vertice della tensione di Phil Alden Robinson, Jonjo Mickybo, Calendar Girls con Helen Mirren e Julie Walters, Tomb Raider: la culla della vita con Angelina Jolie, Caccia all'uomo di Norman Jewison e Veronica Guerin - Il prezzo del coraggio e Il fantasma dell' Opera, entrambi diretti da Joel Schumacher. Quest'anno ha girato Miami Vice per la regia di Michael Mann.
In televisione appare attualmente nel ruolo di Giulio Cesare nella co-produzione della BBC e della HBO di Rome. I suoi altri numerosi crediti televisivi includono ruoli da protagonista in: The Mayor of Casterbridge; Jane Eyre; Jason and the Argonauts; Seaforth; Ivanhoe; Rules of Engagement; Sherlock Holmes; Soldier, Soldier; Prime Suspect 3 e nel film, vincitore di molti premi, tratto dal romanzo di Jane Austen Persuasione, nel quale ha interpretato il ruolo del Capitano Wentworth.
MATHIEU KASSOVITZ (Robert), uno dei più importanti registi francesi degli ultimi dieci anni, ha unito al suo successo europeo una sbalorditiva carriera negli Stati Uniti. Dopo aver lavorato con star americane del calibro di Jodie Foster e Nicole Kidman, Kassovitz ha diretto, per la Warner Bros, il suo primo film in lingua inglese, Gothika, un thriller soprannaturale con Halle Berry, Robert Downey, Jr. e Penélope Cruz. Dirigerà prossimamente il thriller fantascientifico, di cui ha anche scritto la sceneggiatura, Babylon A.D., per la Twentieth Century Fox, la Legend Films e la sua società di produzione, la MNP.
La rivista Newsweek ha riconosciuto Kassovitz come "una delle sette personalità che plasmeranno il futuro". Kassovitz ha ricevuto ampi consensi dalla critica come regista/sceneggiatore del film drammatico francese L'odio (La Haine) che ha vinto il premio per la migliore regia al Festival cinematografico di Cannes del 1995 oltre a Premi César (l'Oscar francese) per la migliore sceneggiatura e il miglior montaggio. (L'odio è stato distribuito negli Stati Uniti dalla Egg Pictures di Jodie Foster attraverso la Gramercy Pictures).
Dopo aver realizzato tre cortometraggi per Canal Plus, Kassovitz ha scritto, diretto e interpretato il suo primo film, la commedia romantica interrazziale Metisse. Ha continuato con L'Odio e con il provocatorio Assassin(s), che interpreta insieme a Michel Serrault. Nel 2000, ha diretto il thriller I fiumi di porpora, con Jean Reno e Vincent Cassell. Il film è stato distribuito dalla TriStar Pictures.
Come attore, Kassovitz è diventato famoso nel ruolo del protagonista, accanto a Audrey Tautou, del successo internazionale di Jean-Pierre Jeunet, Il favoloso mondo di Amélie.
All'inizio della sua carriera da attore, Kassovitz ha vinto un César come miglior attore esordiente per la sua interpretazione nel film diretto da Jacques Audiard Regarde les hommes tomber. E' anche apparso in film come Il quinto elemento (Luc Besson), Jakob il bugiardo (Peter Kassovitz) e, al fianco di Nicole Kidman in Birthday Girl (Jez Butterworth). Nel 2002, Kassovitz ha ricevuto una nomination al César come miglior attore per la sua interpretazione di un prete in lotta con i suoi conflitti interiori nel dramma sull'Olocausto di Costa-Gavras Amen.
Kassovitz e la sua MNP stanno attualmente lavorando a un gran numero di film, sia in francese che in inglese, che lui dirigerà o produrrà.
La carriera cinematografica di HANNS ZISCHLER (Hans) è iniziata nel 1975 con il film di Wim Wenders, presentato a Cannes, Nel corso del tempo. Negli anni '80 è stato visto da un numeroso pubblico europeo nel film fantascientifico di Christan de Challonge Malevil, tratto dal bestseller di Robert Merle.
Liliana Cavani gli ha poi offerto, nel 1985, la possibilità di esordire in Italia con Interno berlinese. Negli anni successivi Zischler è apparso in numerosi film sia tedeschi che internazionali, tra i quali opere degli importanti registi Chantal Akerman, Robert van Ackeren e Jean Luc Godard - con il quale ha lavorato in Germania nove zero - un film per la televisione sulla storia, rivelatoria dal punto di vista politico, della pregiudiziale riunificazione della Germania divisa.
Negli anni '90, il regista e sceneggiatore Andrew Birkin ha voluto che Zischler partecipasse al peculiarissimo film inglese, vincitore dell'Orso d'argento a Berlino Il giardino di cemento, tratto dal romanzo di Ian McEwan. Zischler ha avuto per ben due volte il piacere di lavorare con Istvan Szabo (in Sunshine, con Ralph Fiennes, e in A torto o a ragione, con Harvey Keitel). Non deve poi passare sotto silenzio l'esperienza condivisa con il 'cinéma engage' di Costa-Gavras (Amen, con Mathieu Kassovitz).
Con Paradiso, del regista tedesco Rudolf Thome, lui e altri attori del film hanno vinto, nel 2000, l'Orso d'oro a Berlino.
Tra un lavoro televisivo o cinematografico e l'altro, Zischler si è fatto strada - all'ombra della sua carriera cinematografica - come traduttore (Jacques Derrida, tra gli altri), critico e studioso indipendente (di letteratura e storia del cinema degli esordi) Tra le recensioni, gli articoli e i libri che ha pubblicato ci sono saggi sulla poetessa ebrea tedesca Gertrud Kolmar, su Franz Kafka (Kafka Goes to the Movies, Chicago University Press, 2003; sul suo amore per il cinema) e su Jorge Luis Borges (e l'intricato rapporto di Borges con il cinema).
Al momento, Zischler sta portando avanti la sua ricerca su James Joyce e il cinema ambulante, ed è autore di uno studio molto approfondito, apparso su DVD, del Museo di Storia Naturale di Berlino.
GEOFFREY RUSH (Ephraim) è uno degli attori più stimati dei nostri tempi. Ha iniziato la sua carriera in teatro in Australia ed è apparso, da allora, in più di 70 produzioni teatrali e in più di 20 film.
Rush ha vinto un Emmy, un Golden Globe, e uno Screen Actors Guild Award per la sua accattivante interpretazione del protagonista Peter Sellers nel film per la HBO Tu chiamami Peter. Sta attualmente girando l'attessissimo sequel del film della Disney, La maledizione della prima luna, in cui riprenderà il ruolo del Capitano Barbarossa del primo episodio. Sta anche lavorando alla pre-produzione del film della Universal Studio Elizabeth: The Golden Age.
Rush ha catturato l'attenzione di pubblico e critica con il suo ruolo da protagonista nel film di David Helgott Shine, che gli è fruttato un Oscar come migliore attore. Per questa interpretazione ha anche vinto un Golden Globe, un SAG, un BAFTA, un Film Critics' Circle of Australia Award, un Broadcast Film Critics, un AFI e Premi della critica di New York e Los Angeles. Rush ha anche ricevuto una nomination agli Oscar per la sua performance nel film di Phillip Kaufman Quills - La penna dello scandalo e per Shakespeare in Love, per il quale è stato nominato anche ai Golden Globe.
I suoi altri crediti cinematografici includono: Prima ti sposo, poi ti rovino, Alla ricerca di Nemo, Ned Kelly, Lantana, Frida, Il sarto di Panama, Il mistero della casa sulla collina, Mystery Men, Elizabeth, I miserabili, Con un po' d'anima, Children of the Revolution, On Our Selection, La dodicesima notte, Oscar e Lucinda e Starstruck.
Rush si è laureato in Inglese all'Università del Queensland e ha poi continuato a studiare alla scuola di Mimo, Movimento e Teatro Jacques Lecoq di Parigi. Tornato in Australia ha recitato Re Lear in varie produzioni teatrali ed è apparso, accanto a Mel Gibson, in Aspettando Godot.
Nei primi anni '80 è stato membro del pionieristico Lighthouse Ensemble del regista Jim Sharman, e ha interpretato ruoli da protagonista in numerosi classici del teatro. Il suo lavoro teatrale gli è valso numerosi riconoscimenti, tra i quali il Sydney Critics Circle Award, il Variety Club Award come migliore attore e il Victorian Green Room Award nel 1990 per la sua lodata interpretazione in Il diario di un pazzo di Neil Armfield. Ha anche ricevuto delle nomination come miglior attore per i suoi ruoli da protagonista in L'ispettore generale di Gogol, Zio Vanya di Chekhov e Oleanna di Mamet. Nel 1994, per il suo lavoro per il teatro, Rush ha ricevuto il prestigioso Sidney Myer Performing Arts Award.
Rush risiede a Melbourne, in Australia, con sua moglie e i loro due figli.
I REALIZZATORI
STEVEN SPIELBERG (Regista) ha vinto tre premi Oscar, due dei quali per la migliore regia e miglior film con Schindler's List - La lista di Schindler e il terzo per la migliore regia con Salvate il soldato Ryan. E' stato anche candidato all'Oscar per E.T.- l'Extraterrestre, I predatori dell'arca perduta e Incontri ravvicinati del terzo tipo.
Nel 1994, il film di Spielberg, acclamato in tutto il mondo, Schindler's List - La lista di Schindler è stato il film più premiato dell'anno, con un totale di sette Oscar tra i quali i già menzionati per la migliore regia e il miglior film. Il film ha collezionato molti premi come miglior film da molte delle più importanti associazioni di critici, oltre a sette BAFTA, due dei quali per Spielberg. Ha anche vinto un Golden Globe e ha ricevuto un Directors Guild of America (DGA) Award.
Il dramma di Spielberg sulla Seconda Guerra Mondiale, acclamato dalla critica, Salvate il soldato Ryan, con Tom Hanks, è stato il film che, nel 1998, ha registrato i maggiori incassi (in America). Il film ha vinto cinque Oscar, tra i quali uno per Spielberg per la miglior regia, due Golden Globe Awards per miglior film (drammatico) e migliore regia, e numerosi premi della critica. Spielberg ha inoltre vinto un DGA Award e un Producers Guild of America (PGA) Award. Quello stesso anno, il PGA ha premiato Spielberg con il prestigioso Milestone Award per il suo importante contributo all'industria cinematografica.
Spielberg ha vinto il suo primo DGA Award per Il colore viola e ha ricevuto nomination ai DGA Award per E.T. - L'extraterrestre, I predatori dell'arca perduta, Incontri ravvicinati del terzo tipo, L'impero del sole, Lo squalo e Amistad. Con nove in totale, Spielberg ha ricevuto più nomination ai DGA di ogni altro regista nella storia del cinema e, nel 2000, ha ricevuto il riconoscimento del DGA alla carriera.
Il regista ha anche vinto il premio alla carriera dell'American Film Institute e il prestigioso Irving G. Thalberg Award dell' Academy of Motion Picture Arts and Sciences. Nel 2000, Spielberg ha vinto lo Stanley Kubrick Britannia Award per la sua Eccellenza nei Film. Più recentemente Spielberg è stato insignito in Italia del Premio speciale alla carriera dall'Ente David di Donatello.
Sulla scia di Salvate il soldato Ryan, Spielberg e Tom Hanks hanno prodotto esecutivamente la miniserie per la televisione Band of Brothers per la HBO e la DreamWorks Television. Tratto dal libro omonimo di Stephen Ambrose, il progetto, basato su fatti realmente accaduti nella Seconda Guerra Mondiale, ha vinto un Emmy e un Golden Globe come migliore miniserie. Spielberg e Hanks stanno attualmente lavorando ad una miniserie sulla Seconda Guerra Mondiale, ancora senza titolo, che si concentra sulle battaglie che hanno avuto come teatro il Pacifico.
Di recente, Spielberg ha lavorato come produttore esecutivo per Into the West, una originale serie limitata di western, andata in onda sul network via cavo TNT all'inizio di quest'anno. Nel 2003, Spielberg ha vinto un altro Emmy per la migliore miniserie con Steven Spielberg Presents Taken, un dramma per lo Sci Fi Channel sui rapimenti da parte degli alieni, che ha anche prodotto esecutivamente.
Nato a Cincinnati, nell'Ohio, Spielberg è cresciuto nelle periferie di Haddonfield, nel New Jersey e a Scottsdale, in Arizona. Ha iniziato a fare film amatoriali quando era ancora un adolescente e ha poi studiato alla California State University, a Long Beach. Nel 1969, il suo cortometraggio della durata di 22 minuti, Amblin, presentato al Film Festival di Atlanta, lo ha portato a chiudere un contratto con la Universal, facendo di lui il più giovane regista che abbia mai firmato un contratto a lungo termine con una major di Hollywood.
Quattro anni dopo, ha diretto il telefilm pieno di suspense Duel, che ha conquistato l'attenzione del pubblico e della critica. Ha esordito come regista cinematografico con The Sugarland Express da una sceneggiatura che lui stesso ha collaborato a scrivere. Oltre ai film già citati, i suoi crediti come regista includono: Indiana Jones e il tempio maledetto, Indiana Jones e l'ultima crociata, Always - Per sempre, Hook - Capitan Uncino, Jurassic Park e Il mondo perduto: Jurassic Park.
Nel 2001 ha scritto, diretto e prodotto A.I. Intelligenza artificiale, progetto già tentato da Stanley Kubrick e che ne evoca il potere immaginifico. I suoi altri crediti recenti includono: il thriller futuristico Minority Report, con Tom Cruise; Prova a prendermi, con Leonardo Di Caprio e Tom Hanks; The Terminal, con Tom Hanks; e La guerra dei mondi, con Tom Cruise.
Nel 1984, Spielberg ha creato la sua società di produzione, la Amblin Entertainment. Sotto il marchio della Amblin, ha lavorato come produttore o produttore esecutivo in più di una dozzina di film, compresi dei grandi successi come Gremlins, I Goonies, Ritorno al futuro I, II, e III, Chi ha incastrato Roger Rabbit?, Fievel sbarca in America, Alla ricerca della valle incantata, I Flintstones, Casper, Twister, La maschera di Zorro, Men in Black e Men in Black II. La Amblin Entertainment produce anche, insieme alla Warner Bros. Television, la serie di grande successo ER - Medici in prima linea.
Nell'ottobre 1994, Spielberg si è associato a Jeffrey Katzenberg e a David Geffen per creare la nuova società DreamWorks SKG. Da allora, i successi della società hanno compreso tre Oscar consecutivi nella categoria miglior film con American Beauty, Il Gladiatore e A Beautiful Mind, gli ultimi due prodotti in collaborazione con la Universal.
Spielberg ha anche devoluto il suo tempo e il suo denaro a tante cause filantropiche. Il forte impatto della sua esperienza nel lavorare a Schindler's List - La lista di Schindler lo ha portato a istituire, usando tutti i suoi proventi del film, la Righteous Persons Foundation. Ha anche fondato la Survivors of the Shoah Visual History Foundation, che ha video-registrato più di 52.000 testimonianze di sopravvissuti all'Olocausto. Spielberg ha inoltre prodotto esecutivamente The Last Days, terzo documentario della Shoah Foundation, che ha vinto l'Oscar come miglior film documentario.