SACCO & VANZETTI
Sono passati quasi 80 anni dal giorno dell' esecuzione di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti (23 agosto 1927), i due emigrati italiani accusati, negli Stati Uniti, di aver ucciso due persone durante una rapina, e giustiziati per questo sulla sedia elettrica, nonostante le prove evidenti della loro innocenza.
Una storia che dice molto dell'esperienza dell'emigrazione, duro cammino condiviso da tanti uomini, oggi come allora.
Una storia che dice, soprattutto, di un'ingiustizia folle e insieme ordinaria, una delle tante sopraffazioni ai danni degli umili della terra, che il tempo continua a registrare, alle più diverse latitudini e nei diversi periodi storici.
Il racconto dell'esperienza di Sacco e Vanzetti, però, eccede la cronaca di una tragedia annunciata, per porsi come una vicenda che ha valore universale, che non solo non è stata cancellata dalla memoria dei popoli (dopo 50 anni, nel '77, gli Stati Uniti hanno riabilitato ufficialmente la memoria dei due italiani), ma che è ancora in grado, oggi, di parlare alle nostre coscienze.
Il motivo per cui l'immagine di Sacco e Vanzetti è ancora viva e pulsante è che i due uomini non hanno permesso che lo strazio della loro sventura li schiacciasse a vittime sacrificali mute. Hanno saputo dare al loro calvario il senso di una testimonianza di vita irriducibile, dirompente.
Questo fermento di vita, questa voglia di giustizia che non si arresta, ci ha spinto a scegliere di raccontare oggi Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, come grandi testimoni di quell'impegno civile che la nostra linea editoriale vuole onorare.
Attraverso il recupero delle figure paradigmatiche del nostro tempo, vogliamo rendere omaggio agli uomini e alle donne che con il proprio esempio hanno scelto di opporsi alle ingiustizie, mantenendo accesa la fiducia nell'uomo.
Nel nostro film abbiamo scelto di privilegiare la prospettiva umana ed affettiva della vicenda, di raccontare i sogni e le emozioni con cui Sacco e Vanzetti sbarcarono in America; la complessità della vita quotidiana degli emigranti in quel periodo storico, faticosa ma anche eroica.
E di raccontare una grande storia di amore e di amicizia, di sentimenti nati per caso e radicati e difesi fino all'estremo sacrificio.
Infine, vogliamo dire che questa avventura non sarebbe stata possibile senza Goffredo Lombardo, con cui abbiamo condiviso ogni singolo aspetto del progetto e da cui tanto abbiamo imparato, in una condizione di armonia e entusiasmo assolutamente unica. A lui va il nostro pensiero e rimpianto.
Grazie a Guido Lombardo, agli autori, al regista, a tutto il cast e alla troupe per la passione che hanno messo in questo film.
Responsabile Produzioni Fiction R.T.I.
Francesco Pincelli
Pensieri e Parole di Fabrizio Costa
A Cura di CESARE BIARESE
Ricordi il momento in cui Goffredo Lombardo ti ha proposto di fare Sacco e Vanzetti?
"Facciamo Sacco e Vanzetti". Il modo di annunciare i suoi progetti era sempre secco e diretto. Goffredo Lombardo era un uomo che ammetteva poche repliche. Per questo mi piaceva. Ad ogni 'ma', rispondeva con un sorriso rassicurante. Ed io di 'ma' ogni volta ne avevo tanti. E lui aveva sempre lo stesso sorriso che un po' ti sfotteva e un po' ti rassicurava. Ed è con quel sorriso nel cuore che abbiamo cominciato tutti a lavorare su questo film. E quel sorriso mi ha dato il coraggio di raccontare di nuovo la storia di un mito della mia giovinezza di cinefilo imberbe e rivoltoso: il bel film di Giuliano Montaldo.
Il tuo film va al di là di della vicenda individuale di Sacco e Vanzetti per allargarsi alla storia dell'emigrazione italiana negli Stati Uniti...
Calderoni e Rosella fin dalla prima stesura del testo ci hanno dato grandi emozioni. La storia era nata. E stava prendendo proprio la direzione voluta: raccontare l'esperienza tragica dell'emigrazione italiana nei primi del '900 negli Stati Uniti, attraverso la storia, l'amicizia di due piccoli uomini, uno del nord e uno del sud, emblemi dell'Italia non unita ancora dall'idioma, incontratisi per caso in un porto americano a migliaia di chilometri da casa.
Quali criteri vi hanno guidato nella ricostruzione ambientale dell'epoca? Come vi siete documentati?
Io cercavo il realismo, volevo far sentire gli odori e i sapori della fatica di vivere di quegli italiani. Quando Ennio (Fantastichini) e Sergio (Rubini) hanno cominciato a camminare nel cortile della prigione il primo giorno di riprese, ho avuto subito l'impressione che il lavoro svolto con lo scenografo Rubino e con il costumista Azzini aveva dato i suoi frutti. Virate in bianco e nero, le immagini che rivivevano davanti ai miei occhi erano le stesse che per mesi avevamo raccolto e catalogato nei molti libri consultati sull'immigrazione degli italiani in America tra il '18 e il '30.
E poi i volti degli altri attori e delle figurazioni, opportunamente selezionati dall'aiuto regista Giacomo Lesina, hanno contribuito a dare la credibilità necessaria.
Anche la fotografia contribuisce a restituire quell'epoca...
Il dolore e la sofferenza di quegli uomini con Fabrizio Lucci abbiamo cercato di restituirli anche nell'atmosfera fotografica, illuminando gli ambienti di Boston di una luce "densa", soffocante, "fumosa", un po' impressionista... Solo le scene d'amore, di Sacco con Rosina e di Vanzetti con Anita, sono raccontate in una luce dai contorni brillanti e definiti... E' la consolazione forte dell'amore.
Una domanda inevitabile: come si colloca il nuovo Sacco e Vanzetti rispetto al film di Montaldo?
E' forse proprio l'amore per l'ideale utopico, forte come l'amore per la donna, la caratteristica che distingue il nostro dal primo film su Sacco e Vanzetti. L'amore come elemento caratteristico della "condizione umana", di taglio romantico quasi ottocentesco, che tante volte è apparso in tralice nei bei film italiani degli anni 50-60-70, non riguardò il film di Montaldo, che rappresenta i due italiani come eroi non tanto casuali, ma coscienti e " illuminati" (soprattutto Vanzetti) e proprio per questo ingiustamente condannati a morte.
Nel nostro racconto abbiamo voluto dare a Nicola e Bartolomeo un'ideologia molto primitiva, semplice, fatta solo di sensibilità contadina e spirito di solidarietà cristiana, che suona come un pugno nello stomaco delle coscienze di tutti noi quando Vanzetti fa il suo monologo difensivo, nell'aula del tribunale prima della condanna. Insomma, i "nostri" Sacco e Vanzetti sono più "casuali" come eroi e più "tragici" come rivoluzionari. Mentre la macchina mostruosa della giustizia americana, gelida e implacabile, è la stessa in entrambi i film.
Come entrambi i film condividono una forte carica emotiva ?
Sì, è un film struggente, quasi ricattatorio dal punto di vista dei sentimenti e delle emozioni... Tutto teso a far riflettere sulla forza devastante del potere nei confronti della dignità, ultimo baluardo e ricchezza distintiva dell'uomo. Dignità che, se pur calpestata, ottiene riconoscenza nella "memoria" e dunque dà ragione ai "giusti" e conforta coloro che contribuiscono all'evoluzione della condizione umana. Questo tema ho voluto trattare, dominante per la generazione alla quale appartengo, e questo tema ha guidato il mio lavoro con Sergio, Ennio, Omero e la giovane Anita, tutti, fin dal primo momento, complici e autori di questo film.
P.S. Un ringraziamento particolare all'entusiasmo e alla competenza dell'Organizzatore Generale Alessandro Loy, senza il quale questo film non sarebbe esistito in questo modo.
Conversazione con Sergio Rubini ed Ennio Fantastichini
A cura di CESARE BIARESE
Come siete arrivati a Sacco e Vanzetti?
Rubini Conoscevo Goffredo Lombardo di fama, ma non l'avevo mai incontrato personalmente. Due anni fa, in occasione della consegna dei "Ciak d'Oro" (a lui per la carriera, a me per un film) mi venne incontro, con grande eleganza, e mi disse di avere un bel progetto che gli pareva giusto per me. Mi chiese chi fosse il mio agente, mi diede il suo biglietto da visita… poi Enrico Lucherini mi raggiunse: "Lombardo ti vuole offrire Sacco e Vanzetti"!
E come ha reagito Fantastichini alla stessa proposta?
Fantastichini La prima reazione è stata quella di scappare. Poi, la sera, nella mia casa di campagna, a Velletri, ho fatto una di quelle cose rituali che gli attori - un po' stregoni un po' sciamani - a volte fanno: ho acceso un cero accanto a un ulivo, che è dedicato a Gian Maria Volonté, un attore che ho avuto l'onore e il piacere di frequentare per un periodo della mia vita. E gli ho detto (sapete, io sono un po' animista, quest'ulivo che abbiamo salvato da morte certa è diventato per me Gian Maria...): "Questo è uno scherzo tuo, Maestro!". Quella notte non ho dormito molto. Ho dovuto fare i conti con me stesso. Quindi ho deciso che era il caso di non scappare, di affrontarlo. Con tutta la paura che questa scelta comportava.
Come vi siete accostati ai personaggi di Vanzetti e di Sacco, ruoli già occupati da presenze "ingombranti" come quelle di Volonté e di Cucciolla?
Fantastichini Mi sono avvicinato a Bartolomeo Vanzetti cercando di azzerare tutto quello che sapevo di lui. Sarebbe stato troppo pericoloso anche rivedermi il film di Montaldo, che infatti non ho rivisto prima di cominciare a girare. Durante le riprese, mi è successa una cosa molto bella. Subito dopo aver girato la scena del monologo di Bartolomeo durante il processo, ho chiesto il dvd del film di Montaldo e sono andato a guardarmi proprio la scena omologa. Ed è stato un piacere, un "piacere preoccupato" lo chiamerei, accorgermi di essere andato in una direzione diametralmente opposta a quella di Volonté. C'è una ragione, ovviamente. Nel film di Montaldo, il personaggio era assorbito dal tema processuale, nel nostro, che racconta anche il dramma dell'emigrazione, assume un altro colore. Mi è sembrato giusto che prevalesse l'aspetto umano su quello politico.
Rubini Del film di Montaldo davvero non ricordavo molto: l'ho visto in televisione negli anni '70, quando avevo 15-16 anni. E quando ho iniziato a studiare il mio ruolo nel film, a lavorare sulla sceneggiatura per poterla vivere al meglio, non l'ho voluto rivedere per non rischiare di rimanerne influenzato al punto da rifare qualcosa di troppo simile o, al contrario, di voler fare a tutti costi qualcosa di diverso da Cucciolla. Un grande film, dei grandissimi attori, troppo potenti per non sentirne il peso. Troppo alto il rischio di perdere la libertà d'espressione. Perciò, come dire, con leggerezza, mi sono messo a studiare il copione. Solo adesso a film finito, per curiosità, l'ho rivisto.
La vostra interpretazione, così partecipe, fa pensare che nomi come Bartolomeo Vanzetti e Nicola Sacco abbiano significato per voi qualcosa di più di una tappa importante nella carriera di un attore.
Fantastichini Che questi due ruoli siano stati qualcosa di più che una tacca nella carriera di un attore, è per me del tutto evidente. Tra me e Sergio c'è una fratellanza che va al di là delle tavole del palcoscenico e dei set frequentati insieme. È la fratellanza di una generazione che ha guardato avanti e lottato per molte cose in comune. Quando ci siamo ritrovati per Sacco e Vanzetti, i nove anni che erano passati dall'ultima volta insieme si sono azzerati completamente. Io la chiamo "l'estasi", che è una cosa che ogni tanto a noi attori capita: quando le relazioni con una persona sono così profonde che non vengono assolutamente lacerate né modificate dagli insulti del tempo. In questo senso Sacco e Vanzetti è stata un'esperienza fantastica. Per di più, essendo l'amicizia il tema stesso del film, è stato un po' come trovare delle cose - io le chiamo "la carta velina" - che erano già scritte dentro di noi. Questi sono i rari privilegi che ha un attore. Si dice in napoletano: "si o' ttene o' dà, si nunn'o' ttene nunn'o' dà ". In questo caso "o' ttene".
Venire dalla stessa terra può essere stato un punto a favore, ma dentro il "tuo" Nicola Sacco ci sono tante altre cose...
Rubini Molto mio nonno, la terra, le radici... Ho ripensato alla mia famiglia, ho cercato di ricordare i discorsi, le cose sentite, le foto... Tanto che ho voluto fare una ricerca nell'archivio che è dentro la Statua della Libertà, è un archivio che contiene i nomi di tutti gli emigranti sbarcati negli Stati Uniti. Lì ho trovato il nome di mio nonno, arrivato nel 1908. Aveva solo 12 anni. Sono quelli gli anni dei grandi sbarchi... E' una storia importante questa proprio per le considerazioni che ci porta a fare. La forza di questo prodotto è nel rievocare, nel farci rivivere questo passato tutto sommato recente.
C'è stato un momento nel quale ti sei sentito Bartolomeo Vanzetti, un momento nel quale l'identificazione con il personaggio è stata quasi totale?
Fantastichini Tutta la mia vita è come quella di Bartolomeo Vanzetti [grande risata!]. Devo dire che non sono molto distante da quella che è la sua visione del mondo. C'è in lui una tale evidenza della realtà malata, delle cose sbagliate, anche un'ingenuità terrificante per certi aspetti, in un uomo così pieno di speranza, in un uomo così poco nichilista (al contrario di me!), per cui diciamo è stato abbastanza facile entrare nel ruolo. Forse, con molta ingenuità - ma io adoro essere ingenuo, detesto la premeditazione - voglio ancora credere che nella vita si possa scegliere una cosa soltanto per un'adesione etica istintiva. L'ingiustizia è una cosa che mi indigna profondamente e spero che questa indignazione verso l'ingiustizia, la sopraffazione nei confronti delle minoranze, della differenza... non mi abbandoni mai. In aula, Bartolomeo Vanzetti dice: "io cerco soltanto di battermi contro la supremazia dei più forti sui più deboli". Mi sembra che questo riconduca le cose a una tale semplicità che non possiamo che condividere.
In passato, pensiamo agli anni '60 e '70, era soprattutto il cinema a raccontare la nostra storia. Possiamo dire che oggi la stessa funzione di narratore dell'Italia di ieri e di oggi è passata alla televisione, e in particolare alla fiction?
Rubini I due mezzi si stanno modificando nel tempo. L'importante è che storie come questa vengano raccontate, non importa se dal cinema o dalla televisione, che non siano dimenticate o rimangano sommerse. Anche se è un peccato che il cinema italiano abbia perso la capacità di raccontare la realtà, di essere uno strumento di indagine e di denuncia. Il cinema forse oggi racconta di più ciò che non si vede, la tv ciò che è maggiormente evidente. Ma cinema e fiction, secondo me, non devono riprodurre la realtà: hanno il compito di raccontare gli eventi secondo una prospettiva precisa, significativa ed utile per chi guarda. La denuncia contenuta nella storia di questi due italiani, nel loro calvario processuale, di sicuro non passerà inosservata.
Fantastichini Io ho una visione rosselliniana della televisione. Credo che la televisione come strumento debba servire per "educare le masse", per usare un'espressione politicamente scorretta, ma che rende l'idea. Odio la cattiva televisione. Prima di Sacco e Vanzetti, ho avuto la fortuna di aver fatto parte di due progetti che amo profondamente: uno è Paolo Borsellino, l'altro Karol. Sono esempi di un uso intelligente della televisione. Peccato che poi siano interrotti dalla pubblicità. Ma questo è un altro discorso...
Pietro Calderoni e Gualtiero Rosella
I due Sceneggiatori
Sacco e Vanzetti per noi erano, innanzitutto, una canzone di Joan Baez.
E poi, naturalmente, il film di Giuliano Montaldo, con Riccardo Cucciolla e Gian Maria Volonté - Nick e Bart - che narrava il calvario giudiziario dei due anarchici italiani, immigrati negli Stati Uniti, e condannati alla sedia elettrica per un omicidio che non avevano commesso. Era…il 1971!
Eppure, nonostante siano passati ben 35 anni, quel film era rimasto nei nostri ricordi come l'emblema di un certo cinema di denuncia, asciutto, senza enfasi, che mescolava con sapienza passione politica e ricostruzione storica. Inimitabile, quasi.
Così, quando Goffredo Lombardo, un anno fa, ci convocò nel suo studio di via Sommacampagna e ci disse: "Voglio rifare Sacco e Vanzetti", ci domandammo subito se un film del genere si poteva "rifare". Se si poteva raccontare una seconda volta quello che già era stato sceneggiato in maniera così appassionata da Fabrizio Onofri, Mino Rolli e dallo stesso Montaldo.
Capimmo subito che il nostro Sacco e Vanzetti non doveva essere solo la storia di una grande ingiustizia, ma qualcosa di più. Ma cosa?
Ecco, avremmo dovuto raccontare anche i sogni, e le speranze, e le delusioni, e, perché no, gli amori, dei nostri emigranti di allora. Così, narrando l'odissea di Nick e Bart, avremmo potuto far rivivere la vita e i sacrifici di quell'Italia che, per cercare un tozzo di pane, era costretta ad attraversare l'oceano per cercare una vita migliore.
Quanti sogni, quante speranze nelle valigie di cartone di chi, all'inizio del secolo, si sobbarcava il peso di un viaggio che durava più di trenta giorni di nave. E quante delusioni, una volta giunti nella terra promessa. L'America di allora non accoglieva uomini, ma braccia da sfruttare. E bastava un niente - una piccola infezione agli occhi, ad esempio- per essere rispediti a casa, alla fame, alla disoccupazione.
Fra quelli che in America restavano, erano molti a non sopravvivere alla fatica di una vita, a volte, più dura di quella che avevano lasciato alle spalle.
Sacco e Vanzetti lo apprendono a loro spese: costretti a lavorare per paghe da fame, dormendo ammassati come bestie in stanzoni sporchi e fatiscenti, senza diritti, discriminati per il solo fatto di essere italiani (negli hotel, nei ristoranti, i cartelli parlavano chiaro: "No dogs, no niggers, no italians").
Quella era l'America…
Nicola Sacco si ritrovò presto solo (il fratello Dante rispedito in Italia per colpa di un glaucoma). Eppure, il giovane ciabattino pugliese, in America trovò l'amore, costruì la sua famiglia, si fece degli amici. Uno soprattutto, Bartolomeo Vanzetti. Fu lui a insegnargli che per i propri sogni bisogna lottare. Per i propri sogni e per la propria dignità.
Bart era arrivato negli Stati Uniti qualche anno prima, aveva un lavoro, e una passione politica. Era un anarchico, impegnato nella difesa dei diritti dei lavoratori: Un anarchico dall'aspetto gentile, che leggeva molto, amava la poesia, rifiutava la violenza e la guerra, quella guerra che allora soffiava in Europa e ben presto avrebbe travolto anche l'America.
Vanzetti insegnò a Sacco a non chinare la testa davanti al padrone, a lottare per i propri diritti ."E se non sarà oggi…", diceva all'amico "la nostra lotta servirà per i nostri figli" e gli insegnava a non mollare.
Nick e Bart. Uno meridionale, l'altro settentrionale. Uno introverso, l'altro passionale. Uno timido, l'altro irruento. Due amici che scoprirono di essere diversi e simili, e che insieme affrontarono il loro tragico destino.
Così, quasi presi per mano da Nicola e Bartolomeo, abbiamo scritto la nostra, anzi la loro storia. La storia di un'ingiustizia nata e coltivata in un'America che, per sconfiggere le sue paure, la crisi economica che l'attanagliava, la guerra che si portava via i suoi figli, aveva bisogno d'inventarsi un nemico a portata di mano, facile da sconfiggere e capace di far dimenticare tutto il resto. E per quell'America pervasa dal razzismo del Klu Klux Klan e terrorizzata dagli echi della Rivoluzione d'Ottobre, Sacco e Vanzetti, erano le vittime sacrificali perfette. Italiani. Anarchici. Incapaci di difendersi come si deve in un tribunale decisamente prevenuto nei loro confronti.
"Non ne staremo facendo due martiri?", si domanderà ad un certo punto il Governatore di Boston, Fuller, assalito dai dubbi. "Una volta morti non ne parlerà più nessuno", gli risponderà il Procuratore Katzman, loro implacabile accusatore.
La Storia, lo sappiamo, ha dato torto a Fuller e Katzman.
Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, (malgrado loro), sono infatti diventati due eroi (forse non sufficientemente conosciuti dai più giovani) del nostro tempo.
Ma la loro storia non appartiene più esclusivamente al passato.
Oggi, come all'inizio del secolo scorso, nuovi migranti percorrono le strade del mondo alla ricerca di lavoro, di una vita più dignitosa, di opportunità che permetta anche a loro di sognare…
Anche oggi - come nell'America di allora - le nostre città si popolano di gente che ha religione, lingua e cultura diverse dalla nostra. Ma, adesso (la Storia, a volte, gioca davvero brutti scherzi…), siamo noi a nasconderci nella paura, nell'indifferenza, persino nell'odio a volte.
E' anche per questo che abbiamo deciso di raccontare la vita di Sacco e Vanzetti, per ricordarci ciò che siamo stati, per ricordarci ciò che abbiamo passato.
Per ricordarci di tutti i Nick e Bart che, ogni giorno, attraversano le nostre strade.
STEFANO CAPRIOLI
Il compositore del film
La mia musica per "Sacco e Vanzetti": dalla "colonna effetti" alla ballata anarchica
Intervista tratta dal CD di prossima uscita "Sacco e Vanzetti", pubblicato da Edel per RTI su etichetta Image Music.
Ho ricevuto la sceneggiatura direttamente da Goffredo Lombardo, il compianto presidente della Titanus, ed ero talmente entusiasta del progetto che, la sera stessa del nostro incontro, avevo realizzato il tema principale con cui poi avrei realizzato i titoli di testa.
Seguendo la track-list, inizierei da Sacco e Vanzetti-titoli di testa. Qui si è immersi in uno stile 'gotico', ricco di percussioni molto pesanti e sonorità cupe. La mia è una grande ricerca di sonorità ed io, generalmente, amo avere a disposizione il prima possibile la 'colonna effetti', per poter sperimentare da subito come fondere sonorità e temi. Il cinema cui mi sono ispirato è quello delle atmosfere musicali che vanno da Zbigniew Preisner del cinema di Kieslowski a Terence Blanchard de 'La 25a ora' di Spike Lee, dove c'è una commistione di suoni e musica etnica che impasta vocalizzi arabeggianti con robusti impasti sinfonici. Quindi quel senso di cupo è cercato e voluto. Si passa, poi, a Il cantiere, in cui l'andamento ritmico viene cadenzato dall'udu-drum, percussione in terracotta di origine nordafricana, il cui suono, in questo caso, mi è servito a riproporre l'idea del lavoro, quello duro ed immane degli emigranti.
Due temi sono, invece, dedicati alle due importanti figure femminili del film. Il primo è Rosina, la donna che darà a Sacco un figlio, Dante. E' un tema molto lirico e dolce, molto efficace nella fase iniziale in cui Sacco, ciabattino pugliese, scopre i sentimenti grazie alla figlia del gestore del dormitorio per emigranti, per l'appunto, Rosina. Il secondo è Anita e il mare, dedicato alla donna innamorata di Vanzetti, uomo che ha sempre messo al primo posto la lotta anarchica e la difesa dei lavoratori. Anita vive in una casa sulla spiaggia di Portsmouth; il pianoforte richiama fin dall'introduzione il movimento delle onde del mare.
Con Fabrizio Costa è nata poi l'idea di creare una nuova ballata: 'La canzone di Nick e Bart'. Diversamente da Woody Guthrie o Joan Baez, che avevano dedicato canzoni forti, di denuncia e legate fortemente al loro tempo, abbiamo preferito affidarci ai versi di un poeta, Alessandro Fo, per creare una canzone popolare dedicata a tutti gli emigranti di quegli anni. La versione cantata da Donatella Pandimiglio è presente nei titoli di coda, ma ve ne sono altre due versioni. Una è denominata film score, la seconda, invece, è realizzata solo con la fisarmonica: strumento portante di tutta la colonna sonora.
Dedicato al figlio di Sacco è Dante, tema caratterizzato dal suono infantile ma estremamente drammatico di un pianino-carillon dell'inizio. Dante, finisce con il non credere all'innocenza del padre per alleviare la propria sofferenza. Successivamente, scappa nella notte per raggiungere il carcere dove è detenuto per chiedergli scusa. E' durante questa scena toccante di un bambino che cammina nella notte, che si sviluppa il tema nel suo intero. Due sono le tracce che preludono alla tragedia. La prima è Il processo, una fusione dei vari temi fin qui sentiti dove tuttavia la musica diventa minacciosa, lavorando contro i protagonisti, ed accentuando la solitudine in cui si trovano. La seconda è La sentenza, sorta di gelida fascia elettronica in cui il suono diventa fischio del vento ed in cui si inseriscono delle percussioni metalliche che rappresentano la reazione ed il desiderio di giustizia vera che lotta contro il verdetto. Le urla di disperazione che si levano nell'aula del tribunale fanno il resto.
Vorrei ringraziare oltre al regista Fabrizio Costa e a Guido Lombardo, Cosimo Andronico, prezioso montatore del film.
ANTONELLO RUBINO
Lo Scenografo
Occuparmi della scenografia di un film come "Sacco e Vanzetti" ha significato, sin dall'inizio, la netta sensazione di una responsabilità particolare, che andava oltre il semplice film in costume. Vuoi per l'illustre precedente col quale confrontarsi, vuoi per le grandi aspettative che sin dai primi passi hanno accompagnato il progetto, la sensazione era che comunque mi trovavo tra le mani qualcosa di diverso dal solito. Non ultimo, un motivo di grande rispetto nel trattare la storia di due grandi uomini come Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Una delle prime certezze è stata quella di dare al progetto assoluto rigore storico. Successivamente a questo, la domanda che mi sono posto è stata: "cosa si aspetta di vedere lo spettatore ?" Domanda non di poco conto, considerato che spesso una mera ricostruzione storica non ricalca per intero quelle che sono le aspettative di chi fruirà dell'opera, rimanendo fredda e distante. L'unione di questi due aspetti, miscelati in giusta proporzione, ha portato a quello che è oggi visibile sullo schermo: un'America credibile, in certi casi cruda, filtrata attraverso l'immagine che di essa ha maturato il pubblico in tanti anni di esperienza visiva.
Un'America vera ma confortante, una realtà forte ma non spiazzante, che non costringa chi la vede a porsi troppi interrogativi. Un esempio calzante in tal senso è certamente rappresentato dall'aula processuale presso il tribunale. Rigorosa nella sua ricostruzione, sia negli spazi che negli arredi, verificata preventivamente con la Regia su un modello in scala, ammicca a tante immagini facenti parte della memoria collettiva di noi tutti, affinché sia istintivo non indagarla ma acquisirla come vera, lasciando concentrare lo spettatore sullo svolgimento della vicenda. Questo principio, filtrato ed assimilato attraverso tre mesi di ricerche storiche precedenti alla preparazione vera e propria del film, è stato utile a sintetizzare una realtà credibile se pure artificiale, tangibile anche se illusoria. Forse il vero segreto è questo; una scenografia che non vedi, ma che assimili come giusta e vera, e che ti accompagni nello svolgimento drammaturgico della storia.
L'uso del colore, mirato e concordato sin dall'inizio con Regia, Fotografia e Costume, è, a mio avviso, un altro elemento pensato che contribuisce a raccontare emozioni. Pochi sono i colori che emergono di tanto in tanto da un amalgama di grigi, neri e marroni bruciati, e quando lo fanno emergono con intento narrativo, a sottolineare precisi momenti ed emozioni. Così è, ad esempio, con il rosso delle bandiere che spiccano a contrasto nel grigio uniforme della città, chiusa su se stessa, avversa agli stranieri, fredda nei suoi marmi bianchi. Giocano a contrasto le calde tinte ocra all'interno della casa di Nicola e Rosina, una casa povera ma pregna di amore e di buoni sentimenti. O i verdi e gli azzurri della casa di Anita, sognatrice ma concreta, dove il mare gioca un ruolo fondamentale, penetrando con la sua essenza fino al suo interno. La scenografia di un film, se ben concepita e realizzata, consente di narrare in un secondo tutto questo; quello che in dialogo durerebbe minuti: una storia, un passato, una tradizione, un'emozione, un desiderio. Un desiderio di aiuto e di crescita è quello di "Don Mario e del suo centro d'accoglienza" così come l'ultima porta in fondo al corridoio del "Braccio Sette" rappresenta la fine di un percorso fisico e mentale, di una storia, e della vita di due moderni eroi, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti.
VALTER AZZINI
Il Costumista
Quando ho iniziato a raccogliere la documentazione per il film "Sacco e Vanzetti" ho avuto difficoltà a reperire immagini d'epoca che li ritraessero durante la loro vita quotidiana, mentre ho raccolto un ragionevole numero di fotografie d'epoca riguardanti principalmente il processo, quando oramai il loro caso si era costituito nelle immagini come: il caso.
Per ricostruire la vita quotidiana dei personaggi del film, ho dovuto piuttosto riferirmi a foto e filmati d'epoca che illustravano i differenti tessuti sociali degli Stati Uniti in quel periodo. La storia di Nicola Sacco e di Bartolomeo Vanzetti non si svolge solo in un preciso ambiente, quello cioè degli immigrati italiani ma, a causa dell'enorme scalpore che il caso suscitò, coinvolse l'attenzione pubblica delle più disparate classi sociali, non solo quelle degli anarchici o della gente più povera. Nelle scene di massa a favore della liberazione di Sacco e Vanzetti, non ho vestito solo dei socialisti o dei rivoluzionari ma anche comuni cittadini - alcune signore indossano perfino stole di pelliccia - perché la documentazione in merito ha dimostrato che vi fu per la loro causa una enorme adesione da parte di ogni tessuto sociale e non solo da parte degli immigrati in genere.
Molto interessante, anche per la documentazione a disposizione, è stato lavorare su gli abiti indossati al processo che, come ho letto, erano stati scelti accuratamente dagli avvocati per presentare al meglio i due imputati alla giuria. La scelta cadde su questi cappotti col colletto di velluto che erano tipici della classe impiegatizia americana e che, nell'ambito del proletariato, rappresentava maggiormente il senso di stabilità, serietà e integrazione ai valori del sistema americano. Ma anche una scelta utile per due immigrati italiani accusati di un delitto in quegli anni, gli anni venti, così difficili a causa delle forti discriminazioni sociali.
Emotivamente forte è stato analizzare le descrizioni del macabro momento in cui Sacco e Vanzetti furono giustiziati. Esisteva un vero e proprio rito preparatorio che prevedeva addirittura un abito particolare: pantofole, pantaloni neri e una casacca blu, il così detto abito della morte.
Tutti i costumi dei protagonisti sono stati realizzati nella sartoria della Titanus. Ho vestito quasi 5000 persone tra cast fisso e figurazioni utilizzando oltre 10.000 metri di tessuti vari fra lane, velluti, fino al tulle per le ballerine ispirate a Degas. Per i colori ho prediletto tinte che dessero al film una tonalità seppiata che secondo me più si adattava all'atmosfera del film e allo stato d'animo dei personaggi. Ho preferito far tingere appositamente molte stoffe per ottenere gamme precise di colori in modo da orchestrarli al meglio nel loro complesso. Divertente è stato sicuramente creare gli oltre 300 cappelli, sia maschili che femminili, per cui spesso ho utilizzato accessori originali dell'epoca. Infine, per quanto riguarda le scene per me più suggestive, direi sicuramente quelle dello sciopero generale.
Il Contesto Storico
Fra il 1880 ed il 1915 quasi quattro milioni di Italiani approdano negli Stati Uniti. Circa il settanta per cento arriva dalle province meridionali e, nel complesso, l'impatto con il Nuovo Mondo è traumatico.
Tutti gli immigrati, dopo settimane di viaggio in nave, ammassati negli edifici di Ellis Island o di qualche altro porto fra Boston, Baltimora e New Orleans, affrontano l'esame, di carattere medico amministrativo, dal cui esito dipende la possibilità di rimanere in America. La severità di questi controlli ribattezza l'isola della baia di New York come L'Isola delle Lacrime.
Una serie di molteplici circostanze sono alla base del boom dell'emigrazione verso gli Stati Uniti. Per quanto concerne l'Italia occorre sottolineare: il processo di differenziazione sociale relativo allo sviluppo capitalistico, la crisi della piccola proprietà, il declino dell'artigianato, delle manifatture rurali e la crisi agraria.
In corrispondenza al fenomeno italiano di quegli anni vi è lo sviluppo capitalistico degli Stati Uniti fino alla Prima Guerra Mondiale che prevede un piano di massima immigrazione. Inoltre, il costo dei viaggi in questo periodo, tocca il minimo storico: navi che trasportavano merci verso l'Europa ritornano con una carico di emigranti per i quali, visto lo sviluppo dei trasporti transoceanici, l'America è più raggiungibile del Nord Europa.
Parallelamente all'emigrazione nasce il fenomeno della catena migratoria: parenti, amici, compaesani raggiungono gli immigrati grazie a tutte le informazioni ricevute tramite le lettere inviate. Gli scambi epistolari fra gli immigrati ed il proprio Paese sono, in sostanza, il principale veicolo di propaganda per l'emigrazione. Uno dei principali strumenti per il finanziamento dell'espatrio è il biglietto prepaids allegato alle lettere, oppure denaro ricavato dalla vendita di appezzamenti di terra per chi può o il credito. Ma il credito è alla base dello sfruttamento dell'emigrato. L'immigrato è costretto a versare quote aggiuntive sul costo del biglietto prima e per trovare alloggio e lavoro poi.
Alcuni delgi americani nativi non nascondono il loro disgusto per questa nuova ondata di arrivi, tollerando malvolentieri soprattutto le abitudini rurali dei contadini italiani. Perlopiù viene attribuita alla massa di immigrati una scarsa intelligenza unita ad una insufficiente forza fisica, motivi questi che spingono il pensiero antropologico americano del periodo a temere l'integrazione con gli immigrati come il maggior rischio di modificazione degenerativa. Le paure scatenate dalla grande immigrazione, oltre quella di perdere una supremazia culturale anglosassone, sono principalmente nel versante politico il timore dei sovversivi e sul piano sociale la paura della delinquenza.
La Chiesa Cattolica si mobilita per prima sia creando vere e proprie missioni negli Stati Uniti che offrono assistenza materiale agli emigrati e sia sollecitando leggi a loro tutela. L'assistenza per gli immigrati viene svolta da privati, da religiosi o laici che operano nell'ambito progressista. Tutti costoro assistono gli immigrati fin dal loro arrivo nei porti statunitensi; li aiutano nella ricerca di un casa, di un lavoro e, soprattutto, a muoversi nella complicata legislazione in tema d'immigrazione.
Durante gli anni del primo dopoguerra, gli Stati Uniti si confermano Paese Modello con una popolazione in maggioranza urbana, salari in netto incremento ed un mercato invaso da una straordinaria offerta di prodotti accessibili alla maggior parte dei consumatori.
Tuttavia, sono gli stessi anni in cui il "Ku Klux Klan" registra la sua massima espansione e vanta una vera e propria base di massa. Il movimento tocca il suo apogeo intorno al 1924 con circa quattro o cinque milioni di aderenti. Temi centrali delle loro battaglie: opposizione contro ogni affermazioni di eguaglianza, difesa dei valori americani, supremazia dei bianchi nativi e protestanti contro tutti gli stranieri e cioè i nuovi immigrati. Parte una vera e propria crociata patriottica che getta gli Stati Uniti nel più rigido conformismo.
Sempre fra il 1919 ed il 1920 prende il via la sistematica persecuzione del socialismo e comunismo. La Paura Rossa compare dopo la fondazione della III Internazionale (1919) quando il bolscevismo sembra dilagare in tutta Europa. Il nazionalismo scivola nello sciovinismo e la diffidenza verso lo straniero diventa un dovere per ogni buon cittadino americano. Si genera un'ostilità verso tutti coloro che criticano il sistema economico americano, cioè contro i sindacalisti, gli economisti liberali, i socialisti, i pacifisti ecc. Si teme anche l'intrusione dello straniero nel potere politico, tanto che l'immigrato, nella maggior parte dei casi, rimane estraneo all'America e a tutto ciò che rappresenta. Le prime repressioni violente dei raduni socialisti sono il segnale dell'intolleranza verso ogni avversario dei princìpi del vero pensiero americano. Anche il governo federale favorisce questo tipo di repressioni antiliberali.
Oltre a tutti i pregiudizi razziali, vanno segnalati anche quelli religiosi. Alla tradizionale ostilità verso gli ebrei si aggiunge un particolare pregiudizio verso la Chiesa Cattolica che sembra espandere la propria potenza appoggiandosi su certe categorie d'immigrati, specie se provenienti da paesi particolarmente cattolici.
È dunque, in un clima di tesa esasperazione che viene promulgata la condanna a morte di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, anarchici e provenienti da un paese cattolico. Per loro inizia una agonia che durerà sette anni.
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