martedì, 27 settembre 2005

Romanzo criminale ****

Il film della Settimana

Di Marco Spagnoli

 
 Kim Rossi Stuart - Pierfrancesco Favino - Claudio Santamaria - Stefano Accorsi - Jasmine Trinca - Anna Mouglais - Riccardo Scamarcio - Francesco Venditti - Elio Germano - Gianmarco Tognazzi - Antonello Fassari - Toni Bertorelli Sceneggiatura Stefano Rulli & Sandro Petraglia Regia Michele Placido Anno di produzione Italia, 2005 Distribuzione Warner Bros. Durata 150'

 


Una vera sorpresa e non perché sia un ottimo film, bensì perché Romanzo Criminale appartiene a quel tipo di grande cinema italiano che tutti vorremmo vedere più spesso e che quando si manifesta a noi ci lascia non solo piacevolmente sorpresi, ma - è bene riconoscerlo - perfino orgogliosi di quello che abbiamo appena visto.

Il miglior film italiano del 2005 è - senza ombra di dubbio - originale in virtù della sua capacità di contaminare in maniera brillante tematiche e generi differenti su cui, però, viene trovato un punto di vista originale e sorprendente. Film di intrattenimento, ma anche pellicola dal grande impatto sociale, gangster movie, ma anche opera dalla forte ispirazione politica, Romanzo Criminale è un film che appartiene ad un nuovo tipo di cinema figlio di suggestioni differenti che verrà ricordato per la sua capacità di mettere insieme il meglio o quasi del cinema italiano di adesso dal punto di vista degli attori. Le interpretazioni di tutti gli attori risultano tra le migliori delle loro singole carriere e Michele Placido dà vita ad una pellicola corale che riesce al tempo stesso ad essere  equilibrata e coraggiosa.

Tratto dall'omonimo libro di Giancarlo De Cataldo, Romanzo Criminale è un adattamento fedele allo straordinario lavoro letterario del magistrato romano, ma - al tempo stesso - riesce in certi momenti ad andare oltre il testo originale, sublimandone la forza iconica e le grandi suggestioni legate alla memoria di un'epoca ormai passata da tempo e che eppure diventa paradigmatica in relazione al nostro presente.

L'ascesa e la caduta dell'efferata Banda della Magliana diventano l'occasione per riflettere su venti anni di storia italiana passando attraverso momenti tragici quali l'uccisione di Aldo Moro e la strage di Bologna. Carnefici a basso costo e al tempo stesso vittime inconsapevoli degli anni di Piombo, pedine e manipolatori di uno scacchiere di cui non è chiaro chi fossero i giocatori, i protagonisti del film sono testimoni attivi di un'era difficile: una guerra civile tra servizi segreti deviati, terrorismo rosso e nero, criminalità comune. In tutto questo Romanzo Criminale in maniera agile e brillante offre allo spettatore piani di letteratura differenti. Film d'azione, ma anche dal forte contenuto politico e sociale, Romanzo Criminale riesce a seguire le vite 'dannate' dei protagonisti offrendo una prospettiva molto umana sulla loro esistenza, senza, però, celebrarne le gesta. Nessuna agiografia e poca voglia di celebrazionismo percorrono un film asciutto in cui la drammaticità di un'epoca viene offerta agli spettatori in tutta la sua dolorosa gravità. Erede della grande tradizione civile del nostro cinema, Romanzo Criminale ne rappresenta il suo aggiornamento alla nostra modernità, avendo a disposizione tutti gli strumenti che rendono grande la narrazione cinematografica: un ottimo cast, una sceneggiatura essenziale e mirata e risorse e mezzi tecnici adeguati alla realizzazione di una pellicola dal grande valore al tempo stesso umano e sociale. 
In più non si possono non menzionare alcuni elementi fondamentali come la fotografia fredda e desaturata di Luca Bigazzi, il montaggio essenziale e velocissimo di quel talento unico che è Esmeralda Calabria, nonché la colonna sonora originale di Paolo Buonvino che grazie a questi e altri meriti dimostra di essere il grande erede ideale di Ennio Morricone e - al momento - il più grande musicista per lo schermo che abbiamo in Italia. Lontano da ogni trionfalismo o celebrazionismo, la partitura di Buonvino segue l'ispirazione intimista di questa pellicola che non vuole seguire un punto di vista epico, ma che - al tempo stesso - assume colori quasi da dramma shakespeariano.
In questo senso Romanzo Criminale rappresenta un unicum all'interno del nostro panorama cinematografico spesso asfittico e autoreferenziale. Lontano dal minimalismo ombelicale che ha dominato il nostro immaginario cinematografico nazionale è un film che non teme il genere per essere considerato un film d'autore. Una piéce corale per seguire i vari punti di vista di una storia per sua stessa natura frammentaria e drammatica in un crescendo di violenza e morte. Un film importante, ma anche utile sotto più punti di vista. Non ultimo quello di essere uno spartiacque tra il cinema italiano del passato e questo di adesso dove si è così dimostrato che possiamo fare grandi film europei senza timore di affrontare i generi o un certo tipo di cinema d'azione. Una pellicola 'in costume' che esplora un'epoca difficile e lontana da noi, di cui sembriamo esserci dimenticati. Un film denso di suggestioni che colpisce lo spettatore con la sua forza e il suo coraggio nel denunciare i legami tra i misteri del passato e le ambiguità politiche del presente. Una sorpresa intensa e travolgente per cui non si può non ringraziare il coraggio caparbio di Michele Placido di fare un film che - come scriverebbero gli americani - è 'larger than life', ovvero più grande delle vite misere che racconta diventate emblema di un'epoca in cui i protagonisti, ma anche il nostro intero paese, sembra avere perso l'innocenza.


Un film da non perdere. 

 

 

 

 

 

 

LEGENDA

 

Voto-----------------

*****: Ottimo

****: Buono

***: Discreto

**: Sufficiente

*: Mediocre

§: da evitare

postato da: cinemotore alle ore 13:31 | Permalink |
categoria:
martedì, 27 settembre 2005

L’impero dei lupi

si ringrazia

Lo Studio Lucherini Pignatelli

 


MEDUSA FILM
presenta


un film di
CHRIS NAHON


L'impero dei lupi

 

con
JEAN RENO
ARLY JOVER
JOCELYN QUIVRIN

e, nel ruolo di MATHILDE
LAURA MORANTE

tratto dal romanzo di
JEAN-CHRISTOPHE GRANGÉ


UNA CO-PRODUZIONE GAUMONT - TF1 FILMS PRODUCTION - KAIROS
IN ASSOCIAZIONE CON MEDYAVIZYON e LES SOFICAS
SOGECINEMA 3 ET UNI ETOILE 2
CON LA PARTECIPAZIONE DI CANAL+

SINOSSI

 

Anna Heymes, trent’anni, è la moglie di uno dei più alti funzionari del Ministero degli interni. Da più di un mese soffre di terribili allucinazioni e di regolari crisi di amnesia, al punto da non riconoscere il volto del marito e di cominciare a dubitare della sua onestà. Nel frattempo, nel X arrondissement, il capitano di polizia Paul Nerteaux, riceve l’incarico di indagare sulla morte di tre donne turche che lavoravano in laboratori clandestini e i cui corpi sono stati atrocemente mutilati. Per riuscire ad infiltrarsi tra la comunità turca del quartiere, Nerteaux non ha altra scelta che rivolgersi a Jean-Louis Schiffer, un ex collega, con la fama di poliziotto implacabile.

 

 

Intervista a Jean Reno
interprete - Shiffer

Chi è Jean-Louis Schiffer ?
Schiffer è una persona tarata. E' una testa calda. … E' una persona per il quale il fine giustifica i mezzi. Non ha riferimenti, non ha nessun luogo in cui rifugiarsi e cercare calore. Non ha niente e nessuno al mondo.

Lei aveva letto il romanzo parecchio tempo prima di interpretare che si parlasse di questo film. A quell'epoca, aveva mai desiderato, mentre leggeva il romanzo, che le proponessero di interpretare il ruolo di Shiffer?
Non, non direi; forse perché da giovane ho avuto tante delusioni. Mi aspettavo sempre tante cose e poi non succedeva nulla. Non si può vivere nell'attesa permanente di un qualcosa ma bisogna mettersi in una disposizione d'animo che ci faccia stare tranquilli, senza farci troppe domande su cosa mangeremo domani. Bisogna saper vivere la vita in funzione del volume di lavoro - soprattutto quando manca - nella maniera più serena possibile. E' per questo che leggo libri tipo « Monsieur Tout Le Monde »…

Con l'unica differenza che lei è un vero vulcano di attività, e che il suo nome ha il poter di far sviluppare e realizzare i progetti..
Ha ragione. Ma ho interpretato diversi personaggi di quella pasta. Schiffer è simile a loro, ma con qualche differenza !

E allora, l'idea di calarsi nuovamente in un personaggio già interpretato, non l'ha fatta esitare?
No, perché Schiffer è una testa calda e non ho avuto tante occasioni di interpretare personaggi suonati come lui. E' un personaggio al limite della follia, interessante. Rispetto a Niemans di I fiumi di porpora, è un tizio più burbero, e molto più infelice. Schiffer ha la pancia sporgente, i capelli grassi, suda troppo… Con il suo ridicolo cappotto e la camicia a fiori, fa dei gesti ridicoli… La storia di un personaggio simile avrebbe potuto svolgersi in Messico! Invece, si svolge a Parigi, sotto la pioggia battente.- E qui c'è il tocco di Chris…Tutto questo rivela il suo universo…

Lei ha interpretato Niemans in I fiumi di porpora e ora si cala nei panni di Schiffer. Qual è la caratteristica principale dei personaggi di Grangé ?
I personaggi di Grangé sono Grangé. O meglio, un'ombra che esce dai suoi libri.  La cosa più interessante resta comunque l'universo che lui crea. Tutto ciò che ha visto degli esseri umani si riflette nel suo universo. E' come tutti noi, come ogni società, che contiene al tempo stesso il bene e il male. E' un tizio che è proteso verso qualcosa e questo si vede anche dal suo corpo. E' una persona che mi piace molto.

Interpretare un personaggio come Schiffer, ancorato alla violenza, è per lei una maniera per esorcizzare la sua lotta interiore?
Non è facile interpretare un uomo simile. In generale, nasce un rapporto con la vita privata dell'attore che permette di esorcizzare alcune reminescenze. Se qualcuno ti ha fatto del male un anno o sei mesi prima, tutto questo può riemergere mentre giri alcune scene. E' una sorta di vendetta fittizia perché non si può fare a pezzi il vero colpevole! E' per questo che i film comici sono difficili da interpretare perché nella vita ci sono sempre dei momenti di infelicità e lì invece bisogna fare sempre finta che la vita sia solo rose e fiori.

Vuol dire che interpretare Schiffer è più facile che interpretare un personaggio di una commedia ?
Certamente ! Se devo essere onesto, interpretare Schiffer mi ha permesso di liberarmi di alcune cose. Sarebbe stato possibile inventarlo di sana pianta, ma non è così che lavoro in genere. Tuttavia, ci sono degli ottimi attori capaci di farlo. Non dimentichiamo che il nostro mestiere è quello di scimmiottare la realtà. Alcuni riescono a interpretare personaggi del genere senza soffrire troppo. Tutto dipende dalla scuola e dalla grazia degli individui…

Come ha affrontato il suo personaggio?
La cosa principale è stato capire da dove venisse Schiffer e questo conta più delle sue azioni. E' la sua origine che determina il tutto. O almeno è così che l'ho interpretato io. Quando abbiamo iniziato  a provare, ho ripercorso mentalmente il suo cammino e ho fatto delle scelte. La lettura, è il momento ideale per ritrovarsi. E poi c'è il regista che ti corregge, il tuo compagno di scena che fa un piccolo errore… Tutto questo ti permette di affinare la tecnica e di vedere soprattutto ciò che non si può fare. Le sedute di lettura e di prova servono anche a capire il carattere dei registi: alcuni hanno paura, altri sono tranquilli e decisi… Dipende tutto dalla loro maturità, dal loro punto di vista e dal rapporto che instaurano con gli altri. A volte i registi sono persone difficili per dei motivi che gli attori non capiscono. Noi non abbiamo le stesse angosce, le stesse necessità di seduzione…
 E allora, agganciandomi alla sua risposta, che tipo di regista è Chris Nahon ?
I suoi silenzi e la sua testardaggine lo fanno somigliare a Luc Besson. Chris è proteso verso l'immagine. Non è abituato a lavorare con "i pezzi grossi", e lo ha imparato su questo film… E' stato difficile per lui… Tuttavia, è riuscito a trovare la sua velocità di crociera. Chris non è un regista facile ma sa bene ciò che vuole e conosce se stesso alla perfezione.  Ed è questo che lo salva.

La sua interpretazione di Schiffer è stata messa a punto e perfezionata durante le prove. Che mi dice del suo modo di comportarsi? Mi è stato detto che Chris Nahon voleva che indossasse una parrucca…
Sì, è vero. Ma io già sapevo cosa fare per arrivare allo Schiffer che volevo e quindi abbiamo evitato la parrucca.. Invece, il tatuaggio è stata un'idea di Chris. Per convincermi, mi ha fatto vedere la foto di un tizio completamente tatuato, un portoricano…. Mi ha detto che riproducendo quei tatuaggi su Schiffer, gli avremmo dato un passato ed aveva ragione. D'altronde, Shiffer non è così nel romanzo. Leggendolo, mi sono sempre immaginato un personaggio in bianco e nero, un po' all'antica.

Ha imparato il turco per questo film?
Ho avuto un insegnante che mi ha aiutato. Il turco è una lingua difficile, soprattutto la sonorità, la rotondità dei suoni…

Come spiega il difficile rapporto che Schiffer ha con la Turchia?
Hanno in comune una certa ferocia. Nella nostra storia ci sono delle ragaze che sono state uccise perché avevano avuto dei rapporti sessuali prima del matrimonio. Anche se è una testa calda, Schiffer ha un'idea ben precisa su questo punto. Si sente una sorta di angelo sterminatore. Se potesse, userebbe il lanciafiamme per uccidere chi ha fatto del male a quelle ragazze. Sa bene con chi ha a che fare e sa anche che se riuscissero a sfuggirgli per lui non ci sarebbe scampo.

Chris Nahon paragona Schiffer a un falco. Come ha utilizzato questo paragone?
E' il caro e vecchio metodo dell'Actors Studio. Qual animale potrebbe sostituire il personaggio? Per la sua maniera di attaccare e di spostarsi Schiffer è un falco.
 Come è andata con Jocelyn Quivrin ?
Il mio rapporto con il suo personaggio è stato indubbiamente il più difficile perché all'inizio Schiffer lo considera un ragazzino. E la cosa buffa è che all'inizio, con Jocelyn le cose sono andate esattamente come sullo schermo. E' molto testardo. A volte, quando mi accorgevo che si infognava in qualcosa, gli suggerivo di utilizzare un altro metodo per raggiungere il suo obiettivo. All'inizio mi rispondeva sempre: Perché mi dici così? Era come un cavallo che faceva le bizze. Ma poi è andata meglio.

La pioggia ha reso più difficile la lavorazione?
E' stata molto fastidiosa. Ma quando fa freddo ci si fa più male. Inoltre, rinforza la cattiveria! Anche sul set, a camera spenta, le cose sono più dure se piove. Possono anche esserci degli screzi! Quando ero più giovane, ero molto educato. Stavo sempre zitto ma oggi non più. Ma non lo faccio per fare il rompiscatole, ma solo per fare avanzare le cose per accelerarle.

E' stata una delle lavorazioni più dure della sua carriera?
Sì; sicuramente molto più difficile di La pantera rosa, per esempio! L'impero dei lupi, è stato polvere, sassi, pioggia, notte, freddo…. A parte le riprese in Turchia, dove abbiamo giurato in una regione splendida, la Cappadocia.

Come si spiega che le offrono spesso dei ruoli da poliziotto?
Credo che sia una questione di autorità. Quando dico: "Che nessuno si muova !", il tizio che mi sta davanti ubbidisce all'istante! Ma mi propongono spesso anche il ruolo del coglione come in I visitatori  o  La pantera rosa, dove interpreto dei personaggi più sentimentali. In realtà, sono perfettamente in grado di interpretare dei personaggi autoritari e dei romantici ciglioni!| (risate),


INTERVISTA A JEAN-CHRISTOPHE GRANGÉ
autore del romanzo e della sceneggiatura

Come ha avuto l'ispirazione per L'impero dei lupi ?
In linea di massima, m'ispiro sempre ai miei reportage che risalgono agli anni in cui ero giornalista. Questa volta, volevo unire due soggetti, nella fattispecie lo sviluppo di macchinari che permettono di manipolare la mente umana - o almeno di localizzare con precisione alcune funzioni cerebrali per fare una sorta di cartografia del cervello -  che diventa poi come la mappa di un paese da bombardare, con la possibilità di puntare con estrema precisione la parte che si desidera colpire. In questo caso preciso, la memoria. Al tempo stesso, avevo scritto una serie di soggetti sulle varie mafie del mondo: la mafia siciliana, cinese, turca… Per quanto riguarda quest'ultima, non avevo mai pubblicato nulla al riguardo ma mi ricordavo di un gruppo che mi aveva affascinato e che si chiamava i Lupi grigi. Non sono dei semplici criminali comuni, ma un gruppo molto politicizzato che crede al ritorno di una Turchia ancestrale. Mi piaceva molto l'idea di questi tizi che si considerano i figli della lupa bianca e che sbarcano a Parigi. Ne ero affascinato e così ci ho scritto un libro.

Ed il cinema non si è lasciato sfuggire un soggetto tanto interessante…
Si, anche grazie al successo riscosso dai miei libri precedenti. Ricevo tantissime proposte dai produttori cinematografici e tra tante ho scelto quella della Gaumont perché aveva già lavorato con loro per I fiumi di porpora e soprattutto perché il loro progetto artistico era a buon punto. Chris Nahon faceva già parte del progetto. E sin dal  nostro primo incontro, ha portato con sé un piccolo fascicolo con tutto il materiale che aveva messo insieme relativo all'aspetto visivo e alle atmosfere del film. Mi ha fatto vedere le vie di Parigi sotto la pioggia, delle ambientazioni blu-verdi… Ho capito che il film, dal punto visivo e delle atmosfere, era già tutto nella sua testa e sentivo che gli avrei potuto passare il testimone senza dover seguire da vicino l'interminabile tunnel dell'adattamento. Patrice Ledoux ha addirittura accettato di firmare un contratto che fissava l'inizio delle riprese un anno dopo la firma del contratto.  Un solo anno per scrivere la sceneggiatura, scegliere gli attori e preparare tutto… Una cosa impensabile per il cinema! E invece,  è andata proprio così!

Inizialmente, non era previsto che lei partecipasse alla stesura della sceneggiatura…
Avevo proposto alla Gaumont di non scriverla ma di fornirgli una sorta di ossatura, di colonna vertebrale con i punti forti della storia, che naturalmente conosco molto bene! E l'idea era piaciuta a Patrice Ledoux. Ma una volta arrivati a giugno, la sceneggiatura non era ancora stata completata e, se volevamo mantenere l'impegno preso di girare in inverno, dovevamo finirla  a tutti i costi. Allora ho deciso di lasciar perdere tutto il resto e di buttarmi anima e corpo nella sceneggiatura, per un mese e mezzo! In seguito, sono intervenute delle altre persone per arricchirla e lavorare sui dialoghi. Durante la stesura della sceneggiatura si era stabilita un'atmosfera incredibile… Chris, il regista, è stato una sorta di direttore d'orchestra per tutta quella fase. Sapeva esattamente cosa avrebbe voluto raccontare attraverso il film e come tutti gli altri collaboratori, è una persona razionale. La sua prima e unica preoccupazione è sempre la storia,  e non la necessità o l'esigenza di girare assolutamente l'una o l'altra scena.

Inoltre, Chris Nahon ha un senso visivo molto acuto…
E' vero, ma non è questo il suo punto di forza maggiore. Infatti, oltre ad una straordinaria capacità visiva, possiede un senso della narrazione molto forte che si esprime anche chiaramente nella maniera che ha di dirigere gli attori, cosa nella quale è bravissimo.
 
Per costruire un racconto, lei parte dalla caduta, come i comici?
Esattamente. Comincio sempre dalla fine. E qui avevo due elementi a disposizione, che sono anche nel libro: una caduta e delle ripercussioni folli. Ricordo che la maggiore difficoltà relativamente a questo film è stata organizzare e orchestrare tutte queste ripercussioni, rendendo l'insieme coerente ed interessante.

Per fare delle ricerche, lei segue i metodi del giornalismo?
Sì, soprattutto in questo caso per la vicenda dei Lupi grigi. Mi sono recato diverse volte in Turchia per fare delle indagini. E sono stato particolarmente fortunato perché il mio editore turco fa parte di un'associazione di giornalisti e quindi ho potuto contare sull'appoggio di tanti di loro che mi hanno aiutato ad organizzare degli incontri con i maggiori esperti della materia. In Turchia, quello dei Lupi Grigi è un argomento molto delicato e ce ne siamo accorti durante le riprese… Eravamo sempre sul chi va là per evitare di urtare la sensibilità di qualcuno.

I suoi libri sono spesso al limite del fantastico..
Sì, ed è una cosa che adoro!
 Ma invece, l'epilogo delle sue storie è sempre molto razionale…
E', vero con l'unica eccezione di Le concile de Pierre. E mi creda se le dico che me lo hanno rinfacciato! Il pubblico ama restare attaccato alla realtà, ed è questa un po' la regola generale dei polizieschi. Il dovere di un romanzo
 poliziesco, anche quando racconta una storia strampalata, è quello di cadere sempre in piedi. E' necessario che alla fine ci sia una spiegazione razionale e plausibile per tutto. Ed è uno dei piaceri di questo tipo di esercizio: avventurarsi in mondi misteriosi e folli per poi ritrovare sempre l'uscita.

Come ha preso le modifiche del film rispetto al romanzo?
Devo confessare, anche se potrebbe sembrare paradossale, che in genere ho il problema opposto con i registi. Speso sono troppo innamorati di alcune scene dei miei libri al punto di averle già perfettamente immaginate e visualizzate nella loro testa e quindi sono io che li obbligo, o quasi, a fare dei cambiamenti. In linea di massima, mi sento sempre molto libero rispetto ai miei libri anche perché quando si lavora alla sceneggiatura di un film tratto da un mio romanzo, io generalmente sto già scrivendone un altro. So bene che non bisogna esitare a triturare un libro per fare un buon film! E la cosa più utile ai fini del mio mestiere di scrittore è che venga realizzato un buon film, cercando anche di non essere eccessivamente fedeli al libro. La soluzione ideale nell'adattare un romanzo per il grande schermo - ed è il metodo utilizzato da Hitchcock, o almeno credo - è leggerlo una volta e poi dimenticarlo. Bisogna tenere a mente solo la storia e raccontarla con i mezzi del cinema.

Forse le strutture - piuttosto caratterizzate - dei suoi libri aiutano l'adattamento?
E' un qualcosa che ha a che fare con il mio rapporto con la settima arte. Le scalette dei miei libri rimandano a quelle del cinema. E contrariamente a quanto sostengono in molti, non è perché io scrivo strizzando l'occhio al cinema sperando che i miei romanzi vengano portati sul grande schermo, quanto al fatto che il mio bagaglio culturale è fatto più di film visti che non di libri letti e quindi sono molto influenzato dalla struttura narrativa del cinema. Infatti, nei miei romanzi ci sono a volte effetti puramente cinematografici.

Le è piaciuta l'idea di scegliere degli attori poco noti?
Assolutamente sì. Patrice Ledoux, che è il vero artefice di questo progetto,  ci ha detto: "Abbiamo Jean Reno e quindi direi che potremmo correre qualche rischio con gli altri personaggi." E' stata una grossa scommessa ma Arly e Jocelyn, non hanno mai smesso di sorprenderci positivamente. Amo questa accoppiata. Lei è sexy ed è agli antipodi delle mode del momento.
 
Lo Schiffer del romanzo non è esattamente come quello del film …
Innanzitutto è diverso perché Jean Reno è più giovane dello Schiffer del romanzo, che ha circa 60 anni. Inoltre, durante le ricerche visive fatte da Chris, ci siamo spostati verso un personaggio più divertente, più esotico, qualcuno che potrebbe aver vissuto in terre lontane, esotiche, nelle colonie… Tutte cose che potevamo esprimere solo attraverso l'aspetto fisico, perché non avevamo certo il tempo, nel film, di raccontare in maniera approfondita il suo passato. E' bello assistere all'incontro tra un attore e il personaggio che interpreta, soprattutto quando il suo aspetto, il suo portamento non corrispondono a quello che avevi immaginato ma che comunque, a modo suo, riesce ad interpretarlo egregiamente lo stesso. E questa è una cosa che mi ha colpito con Jocelyn. Lui ha più l'aspetto di uno studente - e nel libro non è affatto così - ma a modo suo, riflette totalmente il "mio" Paul Neurtaux. Anna, invece, è esattamente come l'Anna del libro. Se mentre scrivevo il romanzo, mi fosse venuta voglia di disegnarla, avrei probabilmente disegnato Arly. E' geniale in questo ruolo e per me è stato uno di quei rari miracoli che ogni tanto accadono.

Che sensazione ha provato vedendo il film?
Come per I fiumi di porpora, ho avuto la sensazione di vedere sullo schermo un'immagine che avevo già in testa mentre scrivevo. E anche questa volta è stata una sensazione che mi ha lasciato di stucco. E' stato come se Chris ed io avessimo lavorato su due computer collegati tra di loro ed è la dimostrazione che quello che scrivo viene percepito dal lettore esattamente come io voglio che lo percepisca!

Mentre scriveva, aveva in mente degli elementi visivi che in seguito ha trasmesso a Chris?
L'80% di quello che vedrete sullo schermo emana dal libro, nel quale descrivo come sempre, le ambientazioni. Durante la preparazione, Chris aveva disegnato una sorta di carta visiva dei luoghi, delle ambientazioni, dei colori, delle luci … Erano disegni appesi nel suo ufficio e ogni volta che ci entravo, il film mi saltava agli occhi. C'era tutto. Sono intervenuto solo per sottolineare l'esistenza di alcune ambientazioni descritte molto precisamente nel romanzo, come l'obitorio blu, che gli addetti alle scenografie hanno riprodotto fedelmente.

Come ha trovato quei luoghi?  Alcuni, come l'obitorio blu, sembrano irreali…
Anche in questo caso, ha a che fare con il mio passato da giornalista. A quell'epoca ho raccolto una montagna di informazioni! Per 10 anni, ho visto e documentato tutto ciò che di folle c'era al mondo tra cui quell'obitorio, che è in realtà un'opera d'arte contemporanea. E' tutto blu dal pavimento al soffitto. E poiché sono sempre stato una persona molto curiosa, e ho sempre desiderato in segreto di scrivere romanzi, ho conservato tutte queste cose in un angolino del mio cervello. A volte, quando si trattava di cose particolarmente interessanti, ho conservato anche dei documenti, come nel caso dell'obitorio, che ho tirato fuori prima per il romanzo e poi per il film.

Da dove nasce questa sorta di fascinazione per la schizofrenia, per lo sdoppiamento della personalità? Mi sembra che sia un tema ricorrente nei suoi libri e anche della sua unica - almeno finora - sceneggiatura originale,Vidocq.
E' un tema che adoro perché è molto forte dal punto di vista filosofico. La nostra mente è come una casa della quale però non conosciamo perfettamente i suoi abitanti. Forse, ognuno di noi, ha nella propria testa, una stanza poco illuminata, con qualcuno che si aggira al suo interno… Potrebbe essere che in me si nasconda un'altra personalità pericolosa, cupa che io tento di soffocare? La cosa che trovo particolarmente interessante di tutto questo è che le minacce, i pericoli, non vengono solo dal mondo esterno… E' uno dei grandi problemi della nostra vita, anche se nei miei libri viene espresso in maniera direi un po' eccessiva!
 

 

Intervista a Chris Nahon
regista e sceneggiatore

Come è iniziata questa avventura?
Dopo Le baiser mortel du dragon, mi ci è voluto un po' di tempo per trovare un progetto che fosse all'altezza delle mie ambizioni, vale a dire un film d'azione ma con dei contenuti. Ho ricevuto numerose proposte da produttori americani e francesi, oltre che dalla casa editrice Albin Michel, con la quale avevo un progetto per un adattamento. E poi mi hanno mandato il romanzo, «L'impero dei lupi». Non conoscevo bene le opere di Jean-Christophe Grangé, a parte «I fiumi di porpora». Su insistenza del mio agente, ho letto il romanzo e me lo sono divorato in due giorni! E' un libro che mi ha preso come nessun altro finora. Ricordo che a volte durante la lettura mi sono trovato ad avere il fiato corto… E' un thriller complesso, appassionante… A quel punto abbiamo proposto alla Gaumont di produrre il film e loro hanno accettato immediatamente. E' stato solo allora che ci siamo accorti che tutta Parigi stava cercando di acquistare i diritti su quel romanzo. C'è stata una vera gara. Ma credo che Jean-Christophe ed io ci siamo capiti sin dall'inizio, e questo ha aiutato moltissimo la nascita e lo sviluppo del progetto.

Come spiega il successo dei romanzi di Grangé al cinema?
Sono pochi gli scrittori precisi e pieni di talento come Jean-Christophe in questo settore. Inoltre, i suoi libri hanno avuto un tale successo che si è creato una sorta di effetto valanga, successo dovuto in parte all'adattamento cinematografico del suo romanzo, I fiumi di porpora che ha superato tutti i record d'incassi della sua categoria, con quasi 3 milioni di spettatori, il che vorrà pur dire qualche cosa!

«L'impero dei lupi» è stato un materiale ideale sul quale lavorare?
Capita raramente di portare sul grande schermo delle opere di questo tipo. Il romanzo è fantastico. Da quando l'ho letto, ho colto l'ampiezza del progetto che corrispondeva esattamente a ciò a cui ambivo per il mio prossimo film.

Come avete lavorato per la stesura della sceneggiatura?
Jean-Christophe aveva detto sin dall'inizio che non avrebbe partecipato alla scrittura della sceneggiatura e così io ho cominciato ad elaborare una sorta di scaletta delle sequenze, collaborando, all'inizio con Simon Michael. Andando avanti, però, mi sono accorto che non sarei riuscito a rispettare le scadenze previste. E allora, invece di compromettere la riuscita del progetto, ho preferito chiamare Jean-Christophe e chiedergli di salvare il nostro Empire des loups dedicandosi alla stesura di una prima versione della sceneggiatura. Un mese dopo, Patrice Ledoux ha ricevuto un bel copione di 100 pagine! A partire da quel momento, le cose sono andate come era previsto, compresi i finanziamenti. Successivamente, Jean-Christophe si è leggermente allontanato dalla lavorazione perché era impegnato con il nuovo romanzo anche se ha sempre seguito l'evoluzione del film, facendo di tanto in tanto  qualche commento.

Come succede sempre, nel film ci sono dei cambiamenti rispetto al libro: a cosa sono dovuti?
Il cinema non ti concede lo stesso tempo che hai con un romanzo per sviluppare e raccontare un intreccio, una trama. Gli avvenimenti sono molto più ravvicinati e quindi diventa necessario riequilibrare la trama nel suo insieme, conservando, ben inteso, lo spirito, l'angoscia e la potenza drammatica del romanzo.

Come ha preso le modifiche Jean-Christophe Grangé?
Le ha accettate e sostenute perché gliene ho sempre spiegato i motivi. Non ci sono mai state discussioni, dissapori o intoppi su questo. Inoltre, poiché durante la stesura del romanzo, si erano imposte altre voci oltre alla sua, io ho avuto anche il vantaggio di esplorare delle piste che erano state scartate da lui.

La struttura di L'impero dei lupi è piuttosto atipica …
Credo che mischi lentamente e deliberatamente le carte allontanandosi dalle strutture convenzionali e mettendo sullo stesso piano la trama principale, e la trama secondaria. Del classico thriller hollywoodiano resta il climax, ma l'epilogo di questo film è molto più lungo del solito… …

Il film flirta con il fantastico e la fantascienza. C'è qualche riferimento preciso?
Tramite le ambientazioni sonore e luminose, ho deliberatamente apportato una patina di fantastico alla prima parte del film. E' un genere che amo molto mentre devo confessare che la fantascienza mi lascia alquanto freddo.

Tuttavia, l'estetica clinica e fredda dell'inizio evoca francamente l'universo della fantascienza…
Volevo creare un'atmosfera visiva che suonasse falsa intorno a personaggi molto reali. L'eco assordante che sostituisce la musica, l'impossibilità di comunicare dei personaggi che non si conoscono o non si riconoscono, tutto questo suscita un certo disagio. Ed è questa scena che da il tono al film, un tono che si ritrova per esempio un po' in Gattaca o in altri film di fantascienza.

A parte il ruolo di Jean Reno, i personaggi principali sono interpretati da attori poco conosciuti. Perché questa scelta?
Ho sempre ammirato la scelta di Ridley Scott di aver ingaggiato solo attori all'epoca sconosciuti per Alien. In quel film, mano a mano che scoprivamo la storia, non eravamo disturbati da nessuna immagine esterna. Ed è un po' la logica che ho seguito io… …

Ci racconti come Jean Reno si è imbarcato su questo progetto.
Jean Reno è una figura che adoro nel panorama del nostro cinema e ho pensato immediatamente a lui, anche se inizialmente ho temuto, proprio per la sua enorme popolarità, che sarebbe stato difficile per lui interpretare un personaggio così duro, sgradevole e antipatico come Schiffer. Tuttavia ho scommesso sulla sua forza e sulla sua simpatia, che sono tali da permettergli di interpretare qualunque personaggio senza danneggiare la sua immagine presso il pubblico. Il suo rapporto privilegiato con Patrice Ledoux ci ha permesso di contattarlo e di convincerlo ad accettare il ruolo.

Spettava a lei trovare il suo compagno …
Non è stata un'impresa facile. Ho visto quasi 250 persone… E poi ho trovato Jocelyn Quivrin un attore abbastanza carismatico, semplice e equilibrato da poter resistere a Jean. Ha sempre tenuto botta, con facilità e scioltezza…

Jean Reno si è sottoposto ad una radicale trasformazione…
Esatto. Mi sono spinto addirittura al punto di chiedergli di indossare una parrucca affinché fosse irriconoscibile! Ero motivato dalla mia idea di proporre qualcosa di nuovo. Volevo che il pubblico sentisse subito che il Jean Reno che vedeva sullo schermo non era quello che già conosceva. Quando compro un biglietto per il cinema, voglio vedere qualcosa di insolito, voglio viaggiare con la mia immaginazione. E allora, in quanto regista, preferisco portare il pubblico su territori esotici, e la prima tappa del periplo è stata proprio l'aspetto, il portamento di Jean. Non si può fare un buon film senza correre qualche rischio e questo è un qualcosa che Jean ha apprezzato e alla quale si è prestato.

E il tatuaggio?
Gli ho fatto vedere le fotografie di alcuni detenuti con il corpo completamente tatuato, per mostragli i colori del personaggio di Schiffer. I tatuaggi lo avrebbero reso un duro e Jean ha capito che c'era coerenza in questo.

Come ha trovato Arly Jover?
E' stato un processo molto lungo e prima di scegliere lei ho visto tante attrici sia in Francia, sia all'estero, più o meno motivate. Tenendo conto dell'impegno fisico e psicologico necessario per prepararsi al ruolo e per interpretarlo, avevo bisogno di un'attrice che fosse totalmente disponibile e assolutamente motivata. Ed è stato il caso di Arly la quale, al provino, mi ha dato qualcosa di totalmente diverso dalle altre! Inoltre, per il ruolo di Anna, volevo una straniera o una persona di origini straniere. Sarei stato più che lieto di trovare un'attrice francese ma non ho trovato nessuna che mi regalasse le stesse emozioni e che, come ha fatto Arly, sapesse dare a Anna la finezza e la fragilità combinate alla forza.  Come una pantera…

Cosa ha detto agli attori?
In genere gli dico delle parole chiave, che servono a cogliere l'energia del ruolo. Per esempio, per Jocelyn, era l'elasticità, lo sguardo penetrante. Mi sono servito molto anche del contesto per dirigerli. Il gioco degli attori esposti ad un cannone che produce il vento e ad una pioggia battente - che per avere l'effetto visivo desiderato deve essere l'equivalente di una decina di docce - evolve facilmente grazie al contesto.

A proposito di acqua, la pioggia è un altro dei protagonisti di questo film…
Piove per tutto il film. L'acqua, come i personaggi, penetra sotto terra… E conferisce un senso di oppressione…E' molto utile ai fini delle atmosfere del film, anche se in termini di costi è stato un boccone piuttosto amaro da far mandare giù ai produttori!

Non ha nessuna esitazione nel mostrare delle immagini violente, spesso sottolineata da effetti di luce e di suono…
Sono scene molto brevi ma intense e sono legate alla mia maniera di trattare questo tipo di soggetti e all'evoluzione della cultura del pubblico. Oggi, gli adolescenti hanno un accesso maggiore al cinema rispetto a noi. Il registratore è arrivato relativamente tardi per la mia generazione mentre i giovani di oggi ci sono nati. Grazie al DVD, possono rivedere diverse volte diversi film. E quindi la grammatica stessa del cinema deve adattarsi a tutto questo. Oggi il pubblico ha bisogno di questo per provare le sensazioni che noi provavamo di fronte a film quali «Les profanateurs de sépulture». Ricordo che guardando quel film, ad un certo punto fui costretto a spegnere la televisione perché avevo troppa paura e non riuscivo più a sopportare quelle immagini anche se in realtà non c'era nulla di spaventoso. Oggi, per catturare lo spettatore bisogna usare immagini forti.

Mi parli un po' delle ambientazioni.. Suppongo che non abbia ricreato la Turchia alle porte di Parigi?
Assolutamente no! Siamo andati in Turchia durante la preparazione del film, per prendere informazioni, fare dei sopralluoghi… Ma le montagne che abbiamo visto all'inizio non erano adatte al film, perché non erano abbastanza cinematografiche. E allora ho preferito prendere solo le statue e gli elementi molto riconoscibili che Jean Christophe aveva cercato sulle montagne per trasferirli in un'altra ambientazione, la Cappadocia, che è in realtà la vera culla dei Lupi Grigi. Una volta lì, abbiamo girato alcune scene anche in interni, nella sala delle Mille Colonne.

Le cose non devono essere state facili lì… …
No, è vero… Tra le riprese in Francia e quelle in Turchia sono trascorsi tre mesi e molti dei tecnici della troupe si erano trovati degli altri lavori. Tuttavia, ero riuscito a tenere con me le persone chiave e ho potuto garantire la continuità delle riprese. Un'altra difficoltà era dovuta alla all'organizzazione e alla struttura delle troupe turche, che sono molto diverse dalle nostre. Senza contare le pressioni politico-mafiose. Spesso abbiamo dovuto riscrivere delle scene, adattarci agli avvenimenti, o addirittura girare delle scene che sapevamo che non avremmo mai utilizzato pur di procedere con il piano di lavorazione. Ho anche ricevuto delle minacce… I Lupi grigi sono un'organizzazione potente, e sono strettamente legati alla storia del genocidio degli armeni e all'attentato al papa. Non si fermano davanti a nulla, men che meno davanti alla polizia, visto che sono tanti i poliziotti che fanno parte dei Lupi grigi!

In molte occasioni, come nella scena della doccia, l'immagine è molto simmetrica…
In quel caso preciso, volevo lavorare sul riflesso. Quei due specchi senza foglia messi uno davanti all'altro per far sì che l'immagine di Anna si rifletta all'infinito. Ogni immagine rappresenta simbolicamente una direzione ed un'identità possibili.

Come ha concepito le inquadrature fotografia?
All'inizio in modo molto rigido e strutturato, destrutturandole mano a mano che la storia diventa folle. Nella prima parte, le inquadrature sono molto posate, fluide, soprattutto grazie alla steadicam. Ma più si avvicina la fine, più ho utilizzato la macchina da presa a spalla, con movimenti spezzettati…..

Quanti piani truccati ci sono nel film?
Più di quattrocento e si vede! Con l'approvazione di David Danesi, il supervisore agli effetti visivi, ho scelto di girare questo film senza alcun vincolo. Spesso, i vincoli imposti dalle società che si occupano di effetti speciali fagocitano la regia. Avendo un passato di esperto di effetti speciali, ho voluto spingere la cosa fino ai limiti consentiti. Durante le riprese, David montava la sua scenografia e i suoi punti di riferimento, e poi mi lasciava tutta la libertà per piazzare le mie macchine da presa, per fare i miei movimenti e per scegliere la mia regia.

In fase di montaggio, quale è stata la sua priorità?
Far capire la storia. E' una storia molto complicata e quindi abbiamo cercato di ottimizzarne la comprensione e il ritmo. Collaboro con lo stesso addetto al montaggio da diversi anni e quindi ci conosciamo perfettamente. Tuttavia, non è stato un lavoro facile.

La colonna sonora è stata affidata a diversi compositori sconosciuti, scelti attraverso un casting. Perché questa scelta?
E' stato un principio che abbiamo adottato per tutto, dalla distribuzione, agli effetti speciali e alla musica. E il film ne ha tratto molti benefici. A titolo di esempio, scegliendo dei compositori sconosciuti ho ottenuto da loro molto di più perché a volte gli ho addirittura chiesto di rifare un titolo quattro o cinque volte. Con una celebrità, sarebbe stato impensabile! Soprattutto considerato che il film prevede 70 brani. Sul totale dei pezzi, solo due sono stati scritti e interpretati da una star, Skin, l'ex cantante degli Skunk Anansie.

I primi minuti del film sono privi di musica. Come mai?
Per farci immergere a fondo nel malessere, nel disagio. La musica da' conforto e accompagna la lettura. Quando non c'è musica, lo spettatore comincia a sentire il suo respiro, ad ascoltare il suo corpo e all'improvviso, vive meglio la storia. Polanski ci è riuscito benissimo nei suoi primi film. E poi, mano a mano che l'azione prende il sopravvento, il film assume un tono sempre più musicale.

Come è andata con Jocelyn Quivrin ?
Il mio rapporto con il suo personaggio è stato indubbiamente il più difficile perché all'inizio Schiffer lo considera un ragazzino. E la cosa buffa è che all'inizio, con Jocelyn le cose sono andate esattamente come sullo schermo. E' molto testardo. A volte, quando mi accorgevo che si infognava in qualcosa, gli suggerivo di utilizzare un altro metodo per raggiungere il suo obiettivo. All'inizio mi rispondeva sempre: Perché mi dici così? Era come un cavallo che faceva le bizze. Ma poi è andata meglio.

La pioggia ha reso più difficile la lavorazione?
E' stata molto fastidiosa. Ma quando fa freddo ci si fa più male. Inoltre, rinforza la cattiveria! Anche sul set, a camera spenta, le cose sono più dure se piove. Possono anche esserci degli screzi! Quando ero più giovane, ero molto educato. Stavo sempre zitto ma oggi non più. Ma non lo faccio per fare il rompiscatole, ma solo per fare avanzare le cose per accelerarle.

E' stata una delle lavorazioni più dure della sua carriera?
Sì; sicuramente molto più difficile di La pantera rosa, per esempio! L'impero dei lupi, è stato polvere, sassi, pioggia, notte, freddo…. A parte le riprese in Turchia, dove abbiamo giurato in una regione splendida, la Cappadocia.

Come si spiega che le offrono spesso dei ruoli da poliziotto?
Credo che sia una questione di autorità. Quando dico: "Che nessuno si muova !", il tizio che mi sta davanti ubbidisce all'istante! Ma mi propongono spesso anche il ruolo del coglione come in I visitatori  o  La pantera rosa, dove interpreto dei personaggi più sentimentali. In realtà, sono perfettamente in grado di interpretare dei personaggi autoritari e dei romantici ciglioni!| (risate),

 


 Intervista a Arly Jover interprete- Anna

Come è iniziata per lei questa avventura?
Un giorno, sono stata chiamata da una direttrice del casting, Juliette Ménager, che mi ha parlato del film.  Ho capito subito che Chris non riusciva a trovare un'attrice per quel ruolo e Juliette gli aveva fatto vedere una mia cassetta. Gli era piaciuta e ha voluto conoscermi di persona. In seguito, mi hanno mandato la sceneggiatura da leggere, ed io l'ho adorata subito e poi ho fatto il provino. Chris mi ha fatto interpretare due scene: quella della mia prima conversazione con Mathilde, nel suo ufficio e poi la scena in auto. All'epoca, erano ancora quattro le attrici in lizza per la parte, o almeno mi sembra. E finalmente, qualche giorno dopo, Chris mi ha chiamata per darmi la lieta novella !

Leggendo la sceneggiatura, cosa le è piaciuto di Anna ?
Tutto ! (risate) E' un personaggio fantastico da interpretare perché ha diverse sfaccettature. Ho trovato in lei una vera donna, che si evolve all'interno di una storia che mischia il poliziesco, il mistero e l'azione…. Anna è una donna perduta, triste, sola, che pensa di impazzire e che è alla ricerca di se stessa. La sua è una vita difficile, ma lei non ha mai perso le speranze. Interpretare un ruolo come quello di Anna è un'opportunità straordinaria per un'attrice. Inoltre, considerata la sua evoluzione, con un solo film ho potuto interpretare una vasta gamma di sfumature. E' un ruolo molto scritto; era tutto nella sceneggiatura anche se il romanzo è pieno di dettagli che hanno molto arricchito la mia visone del personaggio.

Ha  trovato dei punti in comune con Anna?
La solitudine, forse. Di fondo siamo molto diverse ma per esempio io ho lasciato la casa dei miei genitori a 14 anni. Sono la più piccola di sette fratelli, ma ho vissuto più di metà della mia vita imparando a fare tutto da sola. Non c'era mai nessuno che mi dicesse: "Così va bene" oppure, "no, non si fa così". Ero sempre io a dover decidere e scegliere. Forse è questo il lato del carattere di Anna che mi ha colpita maggiormente e che me la fa sentire particolarmente vicina anche se le situazioni sono totalmente diverse.  Anna, come me, si è fatta da sola e se l'è sempre cavata perché ha preso delle decisioni e perché ha lavorato da sola.

Riconoscersi in un personaggio, è rassicurante o destabilizzante?
E' strano… Quando ho iniziato a recitare, per cinque anni ho avuto un insegnante che seguiva dei metodi molto simili a quelli dell'Actors Studio. Giocavamo molto con le nostre esperienze personali, con il passato. E io ho lavorato moltissimo su questo punto ma utilizzare la mia vita era troppo pesante per me. Così ho cambiato insegnante, per lavorare solo con la storia e l'immaginazione. Per il mio nuovo insegnante di Los Angeles, recitare era molto semplice: bisognava essere in grado di calarsi in una situazione, d'immaginare. Era tutto lì.

Ha fatto parecchie prove con gli altri attori?
Abbiamo provato parecchio ma l'obiettivo principale era scambiarci delle idee per non perdere troppo tempo durante le riprese. Tuttavia, non c'era nulla di rigidamente prestabilito, e sapevamo benissimo che sul set le cose sarebbero potute cambiare, evolversi, e che avremmo potuto anche avere dei momenti di follia. Tuttavia, non abbiamo cambiato nulla dei dialoghi ma solo nei movimenti e negli atteggiamenti…

A volte nel film lei tira fuori un lato che definirei animalesco. E' stata un'idea di Chris ?
Al provino mi ha detto: "Voglio vedere due donne diverse in te." Poi, durante le riprese, mi ha lasciata libera e mi ha dato un'enorme fiducia. Mi ha rispettata profondamente come attrice. Anzi, due o tre volte è venuto in mio soccorso quando ero nel pallone o quando non riuscivo a fare quello che voleva da me. Abbiamo parlato molto e ci siamo scambiati delle idee.…

Da dove nascevano i suoi dubbi? Sopraggiungevano nei momenti in cui Anna dubitava di sé stessa?
Non l'avevo mai considerata da questo punto di vista, ma è proprio così ! (ride) Mi ricordo di una scena riguardo alla quale ho particolarmente apprezzato gli scambi di idee avuti con Chris. E' la scena che si svolge nella camera di Anna e del marito, quando io lo scruto con la lampada. Recitando, sentivo che non andava bene. E anche Chris se ne rendeva conto. E nonostante mi incoraggiasse a rifarla, io non riuscivo a venirne a capo. Mi dicevo tra me e me: "Anna sa che se lui si accorge di qualcosa, sarà la fine del loro rapporto …", ma non bastava. Allora è intervento punto Chris e mi ha detto: "Falla pensando che per te potrebbe essere la fine di tutto, che potresti buttarti giù da un precipizio.." L'abbiamo girata un'altra volta ed ha funzionato. E poi, ho avuto lo stesso genere di difficoltà nella scena con il professor Ackermann. Una scena difficile…

Il suo ruolo è piuttosto fisico. Si è preparata fisicamente?
A parte Blade, non avevo ma interpretato un ruolo così fisico…. Mi sono dovuta allenare per diverse settimane. La prima settimana è stata orribile (risate). Il primo giorno, mi girava la testa e non riuscivo a respirare. Erano anni che non facevo tutto quello sport! Dopo, quando mi sono dovuta allenare con la spada, è stato molto più divertente!

L'impero dei lupi è il suo primo film francese?
Sì. Quando sono stata scrittura ero in Francia da appena due mesi. Devo avere una buona stella (risate!) Precedentemente, avevo vissuto negli Stati Uniti ma non ne potevo più… Bisogna essere molto forti per viverci, e per resisterci.  Ho preferito tornare in Europa, e mettere per un po' radici a Parigi, che ha una posizione molto centrale in Europa.

Quale è stata la prima scena girata in Europa?
E' stata magnifica (risate) ! Il primo giorno di riprese in Europa, dovevo uscire dalla metro sotto la pioggia, e emergere ai piedi della Cattedrale di Notre Dame. Interpretare una donna di quel tipo, con l'impermeabile addosso, il freddo, la pioggia…. E' stato impressionante e commovente.

Quale è stata la cosa più difficile per lei?
A mente fredda, direi i due mesi al freddo, sotto la pioggia con delle riprese in esterni veramente difficili. Prima invece, mentre leggevo la sceneggiatura, temevo che avrei pianto sempre, che mi sarei dovuta isolare dal resto del gruppo per mantenere la concentrazione... Ma non è stato affatto così! Anzi, ho capito che dopo ogni scena,  avrei cercato ogni minima occasione per farmi una risata, per divertirmi. Ed è stato piuttosto facile farlo viste le persone che mi circondavano!

A cosa ha attinto per piangere?
Alla storia e ai corsi di recitazione che ho seguito negli anni! A volte, se nella scena ci sono cose che mi toccano personalmente, è più facile piangere. Ricordo per esempio la scena nella quale arrivo da Mathilde. Ero congelata, bagnata e dovevo piangere. Ricordo di non essermi più sentita me stessa; ero isterica… Continuavo a recitare perché si trattava di un film, e non di una scena vera, ma al tempo stesso, quando interpreto una situazione così realistica, diventa tutto così coinvolgente…

Chris Nahon dice che Jean Reno le ha fatto un po' da chioccia sul set …
Si, anche se abbiamo poche scene insieme. Forse è dovuto alle nostre comuni origini spagnole. E' stato molto gentile. Nella prima scena insieme, ci conoscevamo a pena, e io dovevo essere sopra di lui. Avevo in mano un coltello di plastica e Jean mi ha detto: "Prendimi per la testa, afferrami per i capelli ! Non avere paura !" Io ho ubbidito e a fine scena, l'ho guardato e ho visto che perdeva sangue da dietro l'orecchio. L'avevo ferito con il coltello!… Un quarto d'ora dopo, Jean, per tranquillizzarmi, mi ha detto che non dovevo preoccuparmi perché si era trattato solo di un incidente.

Può dirmi se a volte, scientemente o inconsciamente, ha messo un po' di Selma nella sua interpretazione di Anna?
All'inizio delle riprese, Chris mi aveva suggerito di avere delle reazioni un po' strane. Come nella scena dell'incontro con Mathilde, voleva che si capisse tutto dal mio sguardo Era una cosa complicata ma io amo le sfide: interpretare e sentire Anna - una donna sola, debole, impaurita - e al tempo stesso, sentire dentro di me un po' di Selma. Qualche cosa di profondamente sepolto, ma malgrado tutto presente in me…

Tra Anna e Selma, quale di queste due donne è stato più seducente interpretare ?
Anna, perché sono stata più a lungo nei suoi panni. E poi anche perché non è sempre stata una "super woman". Non dimentica la vita, l'amore, il matrimonio e tutti i suoi sentimenti… Spesso, nei film d'azione, le donne sono dipinte solo come personaggi forti, duri. Ed è proprio questa la cosa che non mi interessa.

 


 Intervista a Jocelyn Quivirin interprete- Paul Nerteaux

Lei è entrato tardi a far parte del progetto…
Ho saputo che avrei fatto il film dieci giorni prima dell'inizio delle riprese. E' andato tutto molto velocemente … una telefonata della direttrice del casting il venerdì, un appuntamento con Chris la domenica sera, e una lettura con Jean il giorno successivo. E' stato tutto talmente rapido che non ho avuto il tempo di angosciarmi!

Come è andato il primo incontro con Jean Reno ?
Quando abbiamo iniziato le prove, neanche mi guardava. Ed io ho pensato: "O è estremamente timido, o non gli piaccio per niente!" Poi ho scoperto che non era timidezza, ma pudore.

Com'è come partner?
E' bravissimo nelle letture della sceneggiatura ed ha un'esperienza colossale, dalla quale ho tratto vantaggio. Recitare con lui è stata un'opportunità straordinaria, vista la mia età e il mio percorso e anche perché l'80% delle mie scene sono con lui. E sono dei veri faccia a faccia. Senza di lui, non sarei mai stato così a mio agio. Gli devo moltissimo.

Reno ha detto che all'inizio il rapporto tra voi due somigliava a quello tra i due personaggi….
Penso che dipendesse soprattutto da lui. Forse non mi conosceva, non si fidava di me. Non mi aveva mia visto recitare, dopo tutto. Forse ha anche voluto mettermi alla prova, chi può dirlo? Oppure, può anche darsi che le cose siano andate così a nostra insaputa, perché questa situazione faceva gioco ai nostri personaggi. Non so cosa dire ma con il tempo, ha imparato ad avere fiducia in me.

Non era preoccupato ed ansioso all'idea di interpretare un film di tale portata accanto ad una star del calibro di Jean Reno?
E' un po' come nel tennis : quando giochi con un avversario forte puoi imparare molto e fare progressi. Dal mio punto di vista, la situazione è stata questa. Ero emozionato all'idea di recitare accanto a Jean ma devo dire che, per quanto possa apparire paradossale, non è sempre così inquietante o angosciante recitare accanto ad una grande star. Un attore come lui non è arrivato dov'è per caso e quindi deve necessariamente essere un grande  attore! E infatti, ero intimidito dalla persona ma rassicurato dall'attore.
L'ha guidata in questo film?
Sì. Gli attori sanno parlare agli altri attori. Inoltre, Jean ha la straordinaria facoltà di leggere una scena e di coglierne immediatamente il senso. I consigli che mi dava, per esempio, quando glieli chiedevo, erano sempre semplici ma giusti. Ha inoltre una grande capacità di ascolto e con lui la prima è sempre buona! E' geniale trovarsi di fronte ad un talento come lui.
 
Cosa mi dice di Chris Nahon ? Sembra dotato di un'enorme forza di volontà …
Ed è quello che mi aspetto da un regista. Il rapporto tra Chris e me è sempre stato semplice. Anche quando non eravamo d'accordo su una sequenza, non siamo mai arrivati allo scontro.  Ascoltavo sempre quello che aveva da dire, poi riprovavo la scena come la voleva lui e subito dopo la rifacevo a modo mio, e alla fine valutavamo qual'era la migliore. Quando lavoro, amo essere diretto da un regista che ammiro. L'attore è come un cavallo: se non sente il peso e l'autorità del cavaliere che lo cavalca, ne approfitta e fa quello che vuole. E raramente i risultati sono belli da vedere! L'attore deve cercare di colpire il regista, e di avere voglia di dargli tutto se stesso.  Con Chris è andata così.
Nutro una profonda ammirazione per lui e  per il suo modo di lavorare. Amo la sua aria sciolta, rilassata. Ci siamo intesi a meraviglia.  Eravamo come due bambini cresciuti troppo in fretta che si ritrovano i mano i mezzi e i soldi per fare un film importante.

Ha fatto molte prove?
Ho fatto solo una seduta di lettura. Il resto del tempo l'ho dedicato a provare le scene d'azione perché avremmo cominciato con scene molto fisiche, nella fattispecie quella al bagno turco, con l'esplosione e poi la scena dal dottore. Quelle sequenze mi hanno rassicurato molto sul resto del film. Ero consapevole che dietro la macchina da presa c'era un regista sicuro di sé e di quello che voleva e davanti a me un attore che sapeva cosa dare.

Chi è Paul Nerteaux, il suo personaggio?
E' un giovane capitano di polizia, abbastanza solitario il quale, per motivi personali, ha deciso di mettere il lavoro al centro della sua vita. Per Nerteaux risolvere il caso che gli è stato affidato diventa una questione d'onore.  Le vittime sono tutte giovani donne turche, clandestine, sui trent'anni. L'inchiesta arriva ad un punto morto, e allora va a trovare Schiffer, un poliziotto in pensione, per chiedergli aiuto. Ed è così che lui, il poliziotto integerrimo e tutto d'un pezzo, si troverà davanti ad un tipo della vecchia scuola, un corrotto dalle maniere forti. Nerteaux è diviso tra la voglia di risolvere il caso e quella di restare fedele ai suoi principi ma sa bene che così facendo non riuscirà a risolvere il caso mentre se se darà retta a Schiffer, se asseconderà il suo brutto carattere, i suoi metodi anarchici e violenti, otterrà dei risultati. E' un personaggio piuttosto classico, che abbiamo visto spesso al cinema, ma sicuramente appassionante da interpretare.

Leggendo la sceneggiatura, che cose le è piaciuto di lui ?
C'è una scena nel film nella quale il personaggio si scopre un po' parlando del proprio passato, e questo lo rende più umano: il fatto che Nerteaux mostri una ferita lo rende più interessante di un tipo che distribuisce pugni a destra e a manca.

Che consigli le ha dato Chris Nahon per interpretare Paul Nerteaux ?
Chris non voleva un personaggio troppo duro e troppo freddo e la sua volontà è apparsa chiara anche dai costumi scelti per lui. Il grosso parka un po' tondo, la sciarpa arrotolata intorno al collo, sono piccoli segni della fragilità di Nerteaux. Può mostrarsi coraggioso e buttarsi anima e corpo nell'indagine. ma alcuni indizi non mentono. Il gatto per esempio.  D'altronde, a partire dal momento in cui Schiffer gli parla di sua madre, anche Paul abbassa un po' la guardia e diventa più umano. Capisce che il tizio che si trova davanti non è solo una macchina da tortura.

Le condizioni nelle quali avete girato, hanno reso le riprese più difficili e dolorose?
No, non direi affatto anche perché ero talmente felice di interpretare questo ruolo, dell'atmosfera, delle ambientazioni che Chris aveva scelto, che nonostante la pioggia, sono stato poco contrariato. Inoltre amo girare di notte. Quando la città dorme, l'atmosfera è sempre particolare,  le persone sono meno tese e anche la troupe… E anche se fa freddo,  non mi sento mai in diritto di lamentarmi tenuto conto di come vengono coccolati gli attori sul set.

Si è trattata di una maniera di lavorare che era nuova per lei…
E' vero… mentre Jean ha già interpretato tanti film come questo e capisco che fosse meno entusiasta di me all'idea di restare zuppo sotto la pioggia fino alle 4 del mattino, tutti i giorni. Ma io mi sono divertito molto a infilarmi sotto terra, a saltare, a tirare fuori la pistola…

Ha usato una controfigura o ha girato lei delle scene pericolose?
Diciamo che per motivi di assicurazione, il primo ciack veniva fatto dalla controfigura dopodiché toccava a me ! L'attraversamento dell'armadio a vetri, il calcio dato all'indietro…. sono io. Solo una scena particolarmente rischiosa mi è stata vietata ma devo dire che mi sono divertito a fare il Belmondo della situazione.

 

Le riprese in Cappadocia


Sento il cuore che batte all'impazzata. Impossibile dire se è perché mi sono appena resa conto che siamo molto vicini all'Iran e all'Iraq o se è perché il posto nel quale trascorreremo una settimana è bello da mozzare il fiato.
Cappadocia, Cappadocia: il solo fatto di pronunciarne il nome mi riporta ad un'altra epoca, ad un'altra era. Durante tutti i miei viaggi, non ho mai sentito parlare di un luogo simile e non ho mai visto un paesaggio come questo!
Nel cuore della Turchia si ergono queste formazioni geologiche naturali che alcuni chiamano «Piramidi», altri «Grossi funghi». Sono di dimensioni diverse: piccole come capanne o grandi come un palazzo moderno; alcune hanno una sorta di cappello costruito nella roccia, in equilibro sulla cima, proprio come un fungo!
E' un luogo stranissimo !
Gli abitanti della regione abitano nei funghi più alti dove hanno scavato diversi appartamenti, gli uni sopra gli altri, con delle scale maestose che li collegano e con delle enormi finestre aperte. Le chiamano anche «case troglodite».
Il sole tramonta trasformando ad ogni istante le rovine, le rocce, i «funghi» e il minareto : la troupe è sulla strada del ritorno. Posso immaginare che abbiamo avuto una giornataccia sotto il sole e in mezzo alla polvere.  Sembrano esausti ma euforici, distrutti ma soddisfatti. E' cominciata la mia prima notte in Cappadocia: un brivido attraversa il mio corpo quando sento le preghiere della sera. La vecchia terra ottomana, i Lupi Grigi, l'impero del mistero che urla nell'oscurità.
Hanno predisposto una dozzina di case troglodite per la troupe.  Appoggiata al muro della mia stanza, non posso fare a meno di sorridere. Dormirò in una caverna costruita dall'uomo. Dobbiamo svegliarci alle quattro del mattino. Il set è un po' in quota. Quando ci avviciniamo, tutto diventa più grandioso. La troupe ha già cominciato a lavorare perché abbiamo il favore della la luce della luna piena. Aspettando il sorgere del sole e le preghiere del primo mattino, mi siedo alle pendici della montagna, un café turco in mano…. All'improvviso, dietro le formazioni geologiche, otto o nove mongolfiere si innalzano nel cielo. Che maniera fantastica per ammirare la bellezza del paesaggio e il sorgere del sole!
Ci resta da scalare una parte della montagna. Il cammino è stretto, l'aria è molto leggera, è una vera scalata. Giunti in cima, non riesco a credere ai miei occhi : più di quaranta persone della troupe montano le macchine da presa, gli elementi delle scenografie, il materiale medico mentre altri si occupano della sicurezza. Non posso fare a meno di guardare indietro e cercare di capire come sono riusciti a portare fin quassù tutto questo. Ho le vertigini guardando gli uomini del posto che corrono da una parte all'altra aiutando la produzione a sistemare il set.
Mentre sono seduta per recuperare le forze, noto, in cima alla vetta, una roccia di 6 metri per 3; rappresenta una testa spaventosa e folle. A destra, più in basso, una testa di aquila. Mi volto verso uno della troupe per condividere  con lui lo stupore per quello che ho appena visto e lui scoppia a ridere e mi dice che le ha fatte lui stesso e sono di polistirolo! Sembrano così vere! In seguito, scoprirò di non essere stata la sola a essersi lasciata ingannare: la gente di qui voleva conservare le due sculture. Difficile spiegargli che non erano vere e che andavano smontate.

ZOFIA BORUCKA

postato da: cinemotore alle ore 13:08 | Permalink |
categoria: