LA GUERRA DEI MONDI
Note di produzione

SI RINGRAZIA CRISTINA CASATI E MARINA CAPRIOLI
Il 29 giugno 2005 la Terra entrerà in guerra.
Paramount Pictures e DreamWorks Pictures presentano La guerra dei mondi, un film diretto dal premio Oscar Steven Spielberg, che ha per protagonista la star di fama internazionale Tom Cruise. La guerra dei mondi fonde fantascienza, avventura e suspense ed è una rivisitazione contemporanea dell’omonimo classico di H.G. Wells in cui la straordinaria battaglia ingaggiata per salvaguardare il futuro dell’umanità viene vista attraverso gli occhi di una famiglia americana che lotta per la sopravvivenza. Accanto a Cruise, figurano nel cast Dakota Fanning, Miranda Otto, Justin Chatwin e Tim Robbins.
Tom Cruise interpreta il ruolo di Ray Ferrier, un operaio portuale divorziato, che non ha gran fortuna nemmeno come padre. Il figlio adolescente Robbie (Justin Chatwin) e la figlia Rachel, ancora bambina (Dakota Fanning), vanno a trovarlo di rado, nei weekend. E proprio durante una di queste rare visite, poco dopo che l’ex moglie di Ray (Miranda Otto) e il suo nuovo marito sono andati via, scoppia una strana e violenta tempesta elettrica.


Qualche istante più tardi, a un incrocio vicino casa sua, Ray assiste a un avvenimento inaudito che cambierà per sempre la loro vita: una gigantesca macchina da guerra a tre zampe affiora dalle viscere della Terra e prima che qualcuno riesca a reagire incenerisce tutto ciò che ha intorno. Quello che era cominciato come un giorno qualunque diventa così il giorno più incredibile della loro esistenza: è il primo attacco di una catastrofica offensiva aliena contro il pianeta.

Ray si impegna con tutto se stesso per salvare i figli da questo nuovo e spietato nemico e si imbarca in un viaggio attraverso le campagne devastate, nelle quali si riversa una marea di disperati fuggiaschi che tentano di sottrarsi all’esercito dei Tripodi extraterrestri.

Ma dovunque cerchino riparo, non trovano rifugio, non trovano scampo… L’unica certezza incrollabile è la determinazione di Ray a proteggere i suoi cari.
Paramount Pictures e DreamWorks Pictures presentano La guerra dei mondi, una produzione Amblin Entertainment/Cruise/Wagner diretta da Steven Spielberg. La sceneggiatura del film, tratta dall’omonimo romanzo di H.G. Wells, è firmata da Josh Friedman e David Koepp. Il film è stato prodotto da Kathleen Kennedy e Colin Wilson; produttrice esecutiva è Paula Wagner.

La squadra che ha affiancato Spielberg nella realizzazione di questa pellicola ha già collaborato con il regista in numerose occasioni ed è capeggiata dal direttore della fotografia Janusz Kaminski, ASC, dallo scenografo Rick Carter, da Michael Kahn, A.C.E., che ha curato il montaggio e da Joanna Johnston, ideatrice dei costumi. Le musiche del film sono state composte da John Williams. Effetti visivi e animazione sono opera della Industrial Light & Magic, che vede alla sua guida Dennis Muren, primo responsabile effetti visivi, e Pablo Helman, secondo responsabile effetti visivi.

La guerra dei mondi uscirà in tutto il mondo il 29 giugno 2005. Il sito web ufficiale del film è: www.waroftheworlds.com

uscirà in tutto il mondo il 29 giugno 2005. Il sito web ufficiale del film è:

La storia
La guerra dei mondi, il grande romanzo di H.G. Wells che narra la storia di un’invasione aliena, fu pubblicato nel 1898 ed è ormai un classico della letteratura. Lo spettro terrificante di un invasore che si impossessa del nostro pianeta, lasciando sospese a un filo tante vite umane, conserva intatta la sua forza da più di un secolo. Per Spielberg la vicenda è anzi di particolare attualità. «Ho pensato fosse il momento buono per spedire La guerra dei mondi a fare un po’ di baccano fra la gente», dice il regista più volte premiato con l’Oscar. Celebre per aver diretto film su ospiti intergalattici più amichevoli di questi, Spielberg era impaziente di rivisitare l’idea dell’attacco alieno; ma a chiunque si aspetti di vedere qualche simpatico viaggiatore spaziale dalle dita lunghe, dice: «Questa qui non è una delle mie storie di extraterrestri buoni, teneri e coccoloni».

, il grande romanzo di H.G. Wells che narra la storia di un’invasione aliena, fu pubblicato nel 1898 ed è ormai un classico della letteratura. Lo spettro terrificante di un invasore che si impossessa del nostro pianeta, lasciando sospese a un filo tante vite umane, conserva intatta la sua forza da più di un secolo. Per Spielberg la vicenda è anzi di particolare attualità. «Ho pensato fosse il momento buono per spedire a fare un po’ di baccano fra la gente», dice il regista più volte premiato con l’Oscar. Celebre per aver diretto film su ospiti intergalattici più amichevoli di questi, Spielberg era impaziente di rivisitare l’idea dell’attacco alieno; ma a chiunque si aspetti di vedere qualche simpatico viaggiatore spaziale dalle dita lunghe, dice: «Questa qui non è una delle mie storie di extraterrestri buoni, teneri e coccoloni».
, il grande romanzo di H.G. Wells che narra la storia di un’invasione aliena, fu pubblicato nel 1898 ed è ormai un classico della letteratura. Lo spettro terrificante di un invasore che si impossessa del nostro pianeta, lasciando sospese a un filo tante vite umane, conserva intatta la sua forza da più di un secolo. Per Spielberg la vicenda è anzi di particolare attualità. «Ho pensato fosse il momento buono per spedire a fare un po’ di baccano fra la gente», dice il regista più volte premiato con l’Oscar. Celebre per aver diretto film su ospiti intergalattici più amichevoli di questi, Spielberg era impaziente di rivisitare l’idea dell’attacco alieno; ma a chiunque si aspetti di vedere qualche simpatico viaggiatore spaziale dalle dita lunghe, dice: «Questa qui non è una delle mie storie di extraterrestri buoni, teneri e coccoloni».

«È un E.T. incattivito», commenta Tom Cruise. «Nessuno vorrebbe incontrare degli alieni come questi». Cruise interpreta il ruolo di Ray Ferrier, un uomo che come padre viene messo a dura prova dall’attacco alieno. «L’interrogativo», dice Cruise, «è se ce la faranno. Sopravvivranno? E fin dove ognuno di noi sarebbe disposto a spingersi per proteggere i propri figli?».

Con La guerra dei mondi, Spielberg e Cruise rinnovano una collaborazione iniziata con Minority Report. «Ci conosciamo da tanti anni, ma questo film ha innescato fra di noi un’evoluzione tutta nuova del rapporto regista-interprete», commenta Spielberg. «Tom è un collega di grande intelligenza e creatività e porta sul set delle idee talmente geniali che insieme facciamo faville. Mi piace moltissimo lavorare con lui».

Secondo Kathleen Kennedy, produttrice e sua collaboratrice storica, La guerra dei mondi ha fornito a Spielberg l’occasione per cimentarsi con dei personaggi antitetici rispetto a quelli di E.T. e Incontri ravvicinati del terzo tipo. «La storia di E.T. inizialmente era molto più cupa e inquietante e solo in un secondo tempo ha acquistato una vena bonaria. Credo che Spielberg abbia sempre custodito dentro di sé questa storia più cupa e inquietante. E adesso l’ha raccontata».


«È il rovescio della medaglia del film che vedemmo al cinema vent’anni fa», aggiunge lo scenografo Rick Carter. «All’epoca ci vennero presentate delle forme di vita aliena molto bonarie e le nostre grandi paure si rivelarono infondate; il bambino che è dentro ognuno di noi lo capì. Ma per l’uomo che Steven è diventato e per i tempi che sta vivendo, quegli alieni hanno assunto connotati ben diversi».

«Ho pensato semplicemente che sarebbe stato divertente fare una cosa che per me è del tutto nuova, cioè un film davvero pauroso con degli alieni terrificanti», dice Spielberg.
La guerra dei mondi si svolge in una realtà che è quella di tutti i giorni, una realtà assai lontana dalle stanze del Pentagono e della Sala Ovale. «È una storia molto semplice», dice il regista «una storia che parla di sopravvivenza, di un padre che cerca di portare al sicuro i propri figli. Una storia che inquadra le particolarità fondamentali della natura umana messa di fronte a un evento assolutamente innaturale».
set
si svolge in una realtà che è quella di tutti i giorni, una realtà assai lontana dalle stanze del Pentagono e della Sala Ovale. «È una storia molto semplice», dice il regista «una storia che parla di sopravvivenza, di un padre che cerca di portare al sicuro i propri figli. Una storia che inquadra le particolarità fondamentali della natura umana messa di fronte a un evento assolutamente innaturale».
Cruise osserva che fin dall’inizio Spielberg gli ha descritto il film in un’ottica soggettiva. «Si capisce che sotto assedio è il mondo intero, ma tutto viene visto attraverso gli occhi di Ray Ferrier»», dice l’attore. «Steven coglie con grande acume le sfumature del comportamento umano, inquadra i momenti unici o le piccole cose della vita, e lo fa calandoti nei panni dei personaggi e delle loro vicende. Stabilisce un legame fra te e loro, sicché un evento pauroso ti mette davvero paura. Sei tu, spettatore, che lo vivi».
set
«Volevo che Ray fosse uno come tanti», dice Spielberg, «perché il suo personaggio deve rappresentare tutti noi. Lui e la sua famiglia portano in scena le nostre paure, le nostre capacità di sopravvivenza, la nostra intraprendenza».
Come H.G. Wells, anche Spielberg mirava a narrare una vicenda contemporanea, a portare gli alieni nel mondo che conosciamo. «Sarà pure una storia nata da una fantasia, ma di fatto viene trattata in maniera iperrealistica», dice la Kennedy. «Steven è sempre alle prese con la contrapposizione fra ordinario e straordinario e nella Guerra dei mondi continua a sviscerare questo tema».
set
Un tema che in questo caso prende le mosse dal romanzo di Wells. David Koepp, co-sceneggiatore della pellicola insieme a Josh Friedman, ha avuto il compito di raccontare questa vicenda epica calandola in una dimensione personale. «E questa è proprio la genialità della sceneggiatura», afferma la Kennedy, «che si rifà poi a un’idea di H.G. Wells, cioè quella del punto di vista personale. Ray e la sua famiglia vengono personalmente colpiti dagli eventi che accadono».
Koepp, che in Jurassic Park e Il mondo perduto ha aiutato Spielberg a riportare i dinosauri nel nostro mondo, dice che conservare la semplicità della storia era indispensabile. «L’invasione della Terra rappresenta un tema talmente immenso», spiega lo sceneggiatore, «che a mio avviso non saremmo mai riusciti a descrivere sotto quali forme potrebbe essere attuata».
set
Di conseguenza, Koepp e Friedman si sono concentrati sulle ripercussioni dell’attacco alieno su una singola famiglia. «Dovevamo procedere all’inverso e più avremmo messo a fuoco i tre protagonisti e i loro dilemmi - l’isolamento, la mancanza di notizie - più sarebbe emerso il lato personale e terribile della vicenda» dice Koepp.
«Con Steven ci siamo detti che era il "piccolo film" più grande che avessimo fatto» aggiunge Cruise. «È una vicenda epica, il film più monumentale a cui ho preso parte, ma al tempo stesso narra la storia molto intima di una famiglia. Tanto per me quanto per Steven e David è un film da dedicare ai nostri figli per tutto il bene che gli vogliamo. E a mio giudizio rivela bene i tuoi sentimenti di genitore, quando ti trovi a dover decidere cosa fare e fin dove spingerti per tuo figlio».
set
La storia narrata da Wells ha avuto un impatto talmente duraturo sulla nostra cultura che si fa fatica a immaginare quale novità dirompente fosse l’idea di un’invasione aliena all’epoca in cui il romanzo venne pubblicato. La guerra dei mondi gettò le basi di un genere nuovo, quello dell’arrivo di creature venute dallo spazio, che è stato ripreso in libri, pellicole cinematografiche, telefilm e almeno in un musical.
«In un certo senso, questo romanzo sembra tornare di grande attualità ogni qual volta insorge in noi la paura di un’invasione», commenta il dottor Martin Wells, zoologo e scrittore, nonché nipote di H.G. Wells, che ha visitato il set insieme alla sua famiglia. «Ai tempi in cui il libro fu dato alle stampe, gli inglesi temevano le iniziative del Kaiser. Che sia in forma cinematografica, televisiva o letteraria, questo romanzo assume sempre un significato particolare nel mondo in cui viene presentato».
berlin
«Quando ho letto il romanzo, sono rimasto colpito dalla formidabile creatività di Wells, che inventando uno scenario plausibile riesce a far calare il lettore in quel tempo e in quello spazio» dice Cruise.
La regia di Spielberg, pur mantenendosi fedele all’incisività della storia di Wells, ha voluto comunque evitare alcuni dei cliché che da essa sono nati. «Abbiamo fatto un elenco delle cose che non volevamo nel film», dice Koepp. «Niente famosi monumenti distrutti, niente inquadrature di Manhattan scempiata dall’invasione, niente generali intorno a una grande carta geografica che muovono navi a destra e sinistra con una bacchetta, niente troupe televisive che riprendono la devastazione».

«E niente marziani», aggiunge Spielberg. «Ormai su Marte ci siamo andati e lo sappiamo che non c’è nessuno».
«Alla fine è rimasto quello che in essenza è il romanzo», dice Koepp, «cioè il racconto in prima persona di un attacco alieno».
Dopo il fortunato esito di Minority Report, Spielberg e Cruise stavano cercando un altro film da poter girare insieme. «Per me è un sogno poter lavorare con Steven» dice l’attore. «Sono cresciuto con i suoi film, li ho studiati, e spesso lo prendo in giro dicendo che li conosco meglio di lui! Ognuno di quei film è una lezione vera e propria su come si narra una storia. Ogni volta che ne guardo uno, imparo qualcosa».
berlin
L’occasione si è presentata poco prima che uscisse Minority Report, quando Cruise è andato a trovare Spielberg sul set di Prova a prendermi. «Steven mi ha accennato a tre film. La guerra dei mondi era il terzo» ricorda Cruise. «Ci siamo guardati e a tutti e due brillavano gli occhi. Quando me l’ha proposto, ho detto: "Oddio, La guerra dei mondi!! Facciamolo subito". E così è stato».
Tom Cruise, star di fama internazionale e tre volte candidato all’Oscar, regala una complessità e un’energia straordinaria al ruolo di Ray Ferrier. «Tom infonde nel film un entusiasmo eccezionale», commenta Spielberg, «ha una carica formidabile e una presenza straordinaria. La luce che ha dentro accende la scena e illumina il personaggio».
berlin
L’entusiasmo e l’energia portati da Cruise sul set si sono rivelati contagiosi. «Con lui non esiste stare con le mani in mano», dice Robbins. «Tom è un attore professionale e generoso. E quando non recita tiene fede al proprio carattere, dà tutto al cento per cento».
Ray Ferrier è ben diverso dai personaggi buoni o diabolici che Cruise ha portato di recente sul grande schermo. Come ricorda Spielberg: «Quando abbiamo cominciato a lavorare a questo progetto, ho detto a Tom: "Mi va proprio di girare un film in cui non fai la parte dell’eroe e il tuo personaggio addirittura scappa". L’obiettivo più importante di Ray è tenere unita la famiglia e salvare i figli. Tom era prontissimo. Lo galvanizzava l’idea che la sua unica guerra sarebbe stata quella cha fa Ray per portare in salvo la famiglia».
La vicenda personale alla base di quest’odissea ha per protagonista un uomo poco adatto a vestire i panni dell’eroe. «All’inizio del film, Ray è un padre decisamente inetto», spiega Koepp. «Fare il padre in sostanza non gli interessa, in primo luogo perché non si ritiene bravo a farlo. E di fatto non lo è. Fino ad allora si è rivelato un fallimento. I figli non hanno alcuna simpatia per lui e non sono contenti di andare a casa sua».
«Ray è un padre molto diverso da me» dice Cruise. «Lui non capisce i figli, capisce solo se stesso. Quando le cose si mettono male, si affida a loro. È più ragazzino lui dei figli».
«Fondamentalmente, Ray non è stato capace di impegnarsi a fare il padre» dice Kathleen Kennedy. «È cresciuto controvoglia, ma il viaggio che intraprende alla fin fine lo porta a capire che partecipare alla vita di questi figli è la cosa più importante che possa fare».
Al centro della vicenda, dunque, c’è il viaggio emotivo di Ray e dei suoi figli in uno scenario dove regnano morte e distruzione. «È proprio questo l’elemento che distingue il nostro da tanti altri film appartenenti allo stesso genere», dice la Kennedy. «Questo si fonda molto sui personaggi. Insiste sulle dinamiche di questa famiglia e sulle dinamiche della sopravvivenza».
Quando la storia ha inizio, una distanza dolorosa separa il padre dai figli. Rachel (Dakota Fanning) e Robbie (Justin Chatwin) si avviano stancamente e con la morte nel cuore verso la casa del padre, malgrado sia una delle rare visite che gli fanno. Ma le sfide che Ray deve affrontare alle prese con un adolescente scontroso e una ragazzina poco incline al dialogo impallidiscono subito di fronte a quello che lo aspetta.
La sua ex moglie e il marito di lei sono andati via da pochissimo che Ray già si trova a dover sostenere la prova più ardua per un padre, quella di «proteggere i figli e, se necessario, di fuggire per salvargli la vita», come spiega Spielberg.
Quando i Tripodi attaccano, si può solo tentare di restare vivi. «Di fronte alla necessità di fermare il nemico, possiamo fare gli intellettuali quanto vogliamo», commenta Dennis Muren, primo responsabile degli effetti visivi.«Possiamo tentarle tutte per essere convincenti e possiamo opporgli tutti i nostri armamenti. Ma questo nemico no, questo non lo riesci a fermare. È un incubo atroce. E per giunta, ti rendi conto che tutti gli americani sono coinvolti come te».
Mentre il mondo gli sta letteralmente crollando addosso, padre e figli sentono crescere in maniera esponenziale le tensioni fra loro. Nel giro di pochi minuti il mondo si è trasformato e Ray Ferrier deve diventare quel padre che finora non è riuscito a essere, o ne andrà della loro vita. «Questo film descrive il peggior scenario possibile che può presentarsi a un genitore», dice Cruise. «E se vuole che la sua famiglia sopravviva, Ray deve diventare un genitore diverso».
Il personaggio di Rachel, la figlia di Ray, è interpretato da una fenomenale attrice di undici anni che risponde al nome di Dakota Fanning. La giovanissima attrice era apparsa in precedenza nella premiata miniserie televisiva Taken – Al di là del cielo e nel film Il gatto… e il cappello matto della Dreamworks.
«Ho pensato a Dakota Fanning nel momento stesso in cui ho deciso di fare La guerra dei mondi», dice Spielberg. «Non conosco nessun’attrice della sua età più brava di lei e più intuitiva sulle particolarità della natura umana. Dakota ha un animo da vecchia saggia, dà l’idea che abbia vissuto sette o otto vite». Questa vena di saggezza l’ha aiutata molto a impersonare la figlia di un uomo che come padre si è rivelato un fallimento. «In alcune circostanze», spiega il regista, «il suo personaggio si dimostra un po’ più giudizioso di Ray e ne nasce un’interazione piuttosto interessante».
La Fanning, che ha recitato al fianco di attori come Robert DeNiro e Denzel Washington, è un’attrice formidabile. «Quando l’ho vista girare la prima scena», ricorda Tim Robbins, «mi sono detto: "Caspita, questa non è una ragazzina, è una trentacinquenne". Era concentratissima, carica emotivamente fin dal primo istante. Per essere così giovane, è di una maturità incredibile».
Lavorare con Spielberg e Cruise per Dakota è stato un sogno. «Ho imparato moltissimo da loro» aggiunge lei. «Sono tanto grata a Steven, che mi ha dato quest’occasione. E con Tom è diventato tutto quanto un gran divertimento. È simpaticissimo e insieme a lui ogni cosa è diventata speciale».
Per il ruolo di Robbie, il fratello di Rachel, Spielberg ha voluto una nuova leva, Justin Chatwin. «Ho cercato a lungo una persona in grado di interpretare il ruolo del figlio di Tom» dice il regista.
«Avevamo visto Justin in The Chumscrubber», ricorda la produttrice Kathleen Kennedy. «In quel film aveva fatto un debutto eccezionale e qui, nel rapporto conflittuale che Robbie ha col padre, si difende benissimo, sfodera un comportamento molto verosimile per un diciassettenne».
Robbie attraversa quell’età difficilissima in cui un figlio desidera l’indipendenza e al tempo stesso vuol essere accettato, e la distanza che lo separa dal padre non fa che acuire la crisi. «Abbiamo scritturato Justin perché è sia tipico che atipico, ed ero convinto che la figura del ribelle gli sarebbe riuscita bene», dice Spielberg. «Robbie rappresenta tutta una generazione di ragazzi che criticano qualunque cosa i genitori dicano o si mettano indosso». E infatti Robbie ostenta con sfrontatezza il suo atteggiamento di sfida verso il padre, il berretto bianco e rosso dei Red Sox che contrasta nettamente col blu degli Yankee che porta il padre.
Ma se anche sullo schermo c’è grande attrito fra padre e figlio, Cruise si è rivelato un’ancora salda per il giovane Chatwin. «Se ne avevo bisogno, Tom era sempre lì ad aiutarmi» dice l’attore. «È eccezionale lavorare con un grande attore che sul set è sempre pronto a darti una mano».
Il legame tra fratello e sorella compensa qualsiasi lacuna del rapporto che hanno col padre, il dolore della famiglia divisa e la nuova vita della madre. «Il film racconta una storia di oggi su una famiglia che si è sgretolata» spiega Justin Chatwin. «Padre e figlio non riescono a comunicare, padre e figlia lo stesso. E i due fratelli stanno vivendo in un mondo in cui l’unico affetto che li sostiene è quello c’è fra di loro».
Durante la produzione, questo legame fraterno si è tradotto in una forte amicizia. «Abbiamo passato insieme tanto di quel tempo, a New York, in Virginia, in California», dice Dakota Fanning «che ormai Justin per me è come un fratello. Come il mio fratello vero. E insieme ci divertiamo molto».
Per Chatwin, la giovanissima collega è stata una fonte d’ispirazione. «Dakota Fanning è una ragazzina splendida» dice. «Ha davvero una testa notevole. È fenomenale. Non so dove abbia imparto a recitare, ma io imparo da lei tutti i giorni».
L’australiana Miranda Otto era a Los Angeles per un breve soggiorno quando il suo agente l’ha chiamata per informarla che Steven Spielberg desiderava incontrarla. Ma lei temeva che l’occasione di lavorare con Spielberg fosse arrivata in un momento sbagliato. «Ero incinta e ho dovuto dirgli che non sapevo se avrei potuto girare il film» ricorda la Otto. La gravidanza, però, andava benissimo per Spielberg, che l’ha trasformata in un ulteriore motivo di attrito che complica il rapporto fra i due ex coniugi.
Come spiega la Kennedy: «Non è che i due non si possano soffrire; anzi, si vogliono ancora molto bene e vogliono molto bene ai figli. Ma il loro rapporto non ha funzionato». La gravidanza dell’attrice, che nel film è stata accentuata, aiuta a sottolineare il passaggio del personaggio di Mary Ann a una fase nuova della sua vita.
«Fra Ray e Mary Ann c’è un grosso divario» dice Spielberg, che ha immaginato la loro unione come quella di due persone che si sono sposate giovani e non sono mai riuscite a superare le differenze di estrazione sociale. «Lui è un operaio che si occupa di scaricare grossi container e, in fondo, un bambinone. Ha sposato una ragazza ricca del Connecticut, una che aveva a casa un allevamento di cavalli, e i due hanno avuto due figli. Ray è un tipo sensuale – d’altra parte, si tratta di Tom Cruise – e Mary Ann si era innamorata di lui nonostante avesse sempre fatto una vita molto diversa. Ma le differenze nell’educazione che ciascuno dei due ha ricevuto erano talmente abissali che su tante cose non sono mai riusciti a vederla nella stessa maniera. E a me questo contrasto è piaciuto moltissimo».
Benché la sua apparizione sia abbastanza breve, il personaggio interpretato da Miranda Otto fa da ago della bilancia in buona parte della vicenda. Come spiega David Koepp: «Il primo impulso di Ray è quello di portare i ragazzi dalla madre, perché sa che è in grado di badare a loro, mentre lui è convinto di non esserne capace».
Sia Spielberg che Cruise hanno molto amato l’adattamento della Guerra dei mondi realizzato nel 1953 da George Pal e Byron Haskin. E il regista ha chiesto a Gene Barry e Ann Robinson, i due protagonisti del film, di fare una comparsa nella sua trasposizione del romanzo. Spielberg aveva già diretto Barry agli inizi della sua carriera di regista, in un episodio fantascientifico della serie The Name of the Game. «Intanto, diciamo subito che per me è un onore interpretare di nuovo questo film» dice Barry. «Se penso all’esperienza di allora, e di tempo ne è passato tanto, beh, La guerra dei mondi fu un vero e proprio avvenimento. E adesso, a cinquantatré anni di distanza, eccomi qui ad applaudire a questa nuova versione de La guerra dei mondi firmata da Spielberg. Il fatto che Steven mi abbia chiesto di fare un’apparizione nel film è una cosa importante della mia vita».
«Tornare sul set col più grande regista del mondo e con Tom Cruise, che è l’attore più famoso del mondo, per me è stato davvero un bel colpo» dice dal canto suo Ann Robinson.
«Riportare sul set i due attori protagonisti del film del ’53 è stato eccezionale» commenta Spielberg. «Quando lavorai con lui, Gene Barry mi piacque moltissimo. The Name of the Game era la seconda o la terza cosa che dirigevo in vita mia, lui era uno dei protagonisti e si trattava di un episodio fantascientifico tutto diverso dagli altri della serie. Perciò credo che Gene sia rimasto abbastanza sorpreso quando l’ho chiamato e gli ho detto: "Ehi, ti va di tornare sul set con Ann Robinson per un cammeo? Nella mia versione del romanzo di H.G. Wells ci sono molti omaggi al film originale. Gene è stato contento di girarla e anche Ann era entusiasta».
Uno dei personaggi principali del film è una persona esterna alla famiglia di Ray, che anzi diventa per loro una vera minaccia. In un momento terribile e cruciale della vicenda, Ray e la figlia cercano rifugio in una fattoria dove poco dopo un uomo e un alieno cominciano a darsi battaglia. Mentre alle loro spalle esplode una lotta devastante, padre e figlia seguono uno sconosciuto nella cantina di una vecchia casa e c’è una svolta nel tono e nel carattere del film che aumenta la drammaticità della storia quando diventa chiaro che gli alieni non sono l’unico pericolo da temere.
Lo sconosciuto che allontana padre e figlia dall’attacco alieno è un uomo distrutto, di nome Ogilvy, che viene interpretato dal premiato attore Tim Robbins, già vincitore dell’Oscar. «Ogilvy, come tanti, ha perso tutta la sua famiglia» dice Spielberg. «Si nasconde nel seminterrato di questa casa e ha messo a punto un suo piano; ma si tratta di un piano folle. In parte gli si perdona la sua pazzia, perché ha sofferto tanto e non riesce più a pensare lucidamente; ma per la sopravvivenza di Ray e Rachel diventa un pericolo alla stregua degli invasori».
«La particolarità è che nel bel mezzo di un film a metà tra l’avventura e l’azione» dice Robbins «si inserisce un forte dramma psicologico, una situazione pericolosa, che ha al centro il mio personaggio e la sua follia. E non si tratta di una follia gratuita, anzi: alla luce degli eventi, la psicosi di Ogilvy e il pericolo che rappresenta sono comprensibilissimi».
«Secondo me è una scelta molto coraggiosa da parte di Steven, quella di scendere nella cantina di Ogilvy e avere un confronto forte con questo personaggio» dice la Kennedy. «La trovo una scelta coraggiosa nel contesto di un film del genere, ma la caratteristica che distingue questo da altri film appartenenti allo stesso filone è l’attenzione data ai personaggi e alle loro dinamiche interne».
Robbins corrispondeva perfettamente alla figura di interprete importante che stavano cercando. «Tim Robbins è stato uno dei primissimi a essere scelto» dice la Kennedy. «Sapevamo che la bravura e la profondità della sua recitazione gli avrebbero permesso di lasciare un segno anche in un arco di tempo ridotto come in questo caso, senza farsi schiacciare dal resto del film».
Ogilvy è uno dei tanti punti di riferimento del romanzo di Wells che gli appassionati ritroveranno nel film. «Ogilvy è un po’ come un altro personaggio, quello del "Curato", con cui il protagonista finisce per dover condividere uno spazio strettissimo» commenta Spielberg. «È una parte del romanzo che mette parecchio a disagio il lettore. E volevo che il film facesse lo stesso effetto».
Da un incrocio di vie metropolitane, la vicenda si sposta altrove, lungo autostrade, fiumi e nelle vaste campagne in cui si riversano i fuggiaschi, per finire nell’angusto perimetro di una cantina buia. «Il viaggio si compie in un paesaggio brullo dove i personaggi si affidano alle cose più elementari: seguono la strada, seguono il fiume, scelgono cioè il modo più semplice per arrivare da qualche parte» dice lo scenografo Rick Carter. «Finché non arrivano a un punto in cui sembra quasi di essere tornati indietro nel tempo, perché l’unica cosa in vista è una fattoria in cima a una grande collina. Al di là della collina si è scatenata una guerra fra i migliori dei nostri, tutto l’esercito sta dando la caccia agli alieni, mentre qui ci ritroviamo in uno spazio molto ristretto, claustrofobico. Che non è un rifugio, ma peggio di un rifugio».
«È un’odissea», dice Spielberg, «un viaggio che si fa sulla scia di un istinto viscerale. Parte dal New Jersey e finisce a Boston. La distanza, in confronto a quella che avranno coperto gli alieni per arrivare sulla Terra, è brevissima. Ma il viaggio diventa eterno».
LA PRODUZIONE
Troupe al lavoro: inizia la pre-produzione
Una volta che Tom Cruise e Steven Spielberg hanno deciso di realizzare La guerra dei mondi, la produzione è stata organizzata alla velocità della luce. Il produttore Kathleen Kennedy ricorda una conversazione avuta con il regista: «Steven mi ha detto "Okay, il film si farà ma dobbiamo procedere rapidamente: si comincia a girare fra tre mesi. Mi raccomando, però, non entrare nel pallone quando leggerai la sceneggiatura. Considera che ci sono solo tre personaggi principali e di tanto in tanto mille persone che si agitano sullo sfondo».
Nell’autunno del 2004, le troupe si sono rapidamente dislocate su entrambe le coste per preparare l’inizio delle riprese, andando a caccia di location per tutta la East Coast e montando i set che la produzione avrebbe utilizzato una volta tornata a Los Angeles dopo la sosta invernale. Spiega Kennedy: «Sulla East Coast lavorava a pieno ritmo una troupe composta prevalentemente di tecnici locali, mentre sulla West Coast c’era un altro team impegnato a predisporre tutto il materiale necessario in attesa del nostro arrivo».
La pre-produzione si è svolta più o meno nella metà del tempo generalmente richiesto da un film di proporzioni simili. Spielberg, tuttavia, osserva: «Con La guerra dei mondi non siamo dovuti andare troppo in fretta. I tempi di lavorazione sono stati i più lunghi degli ultimi dodici anni. Ce la siamo presa comoda».
«Se è stato possibile completare questo film con tanta rapidità è per delle ragioni ben precise», commenta il direttore della fotografia Janusz Kaminski, che collabora con Spielberg da lunga data. «Fondamentalmente abbiamo lavorato con un regista molto sicuro di sé, che è a proprio agio con il genere e sa come realizzare un certo tipo di film».
Sono tutti d’accordo nel riconoscere che pochi cineasti avrebbero avuto l’esperienza e la capacità di portare a termine con altrettanta facilità un progetto di portata così ampia. «Lavorare per Steven è massacrante perché i ritmi sono molto intensi, ma ti dà anche un’energia incredibile», osserva la costumista Joanna Johnston. «Non conosco altre persone capaci di procedere con la sua rapidità. Il fatto è che lui sa esattamente cosa vuole». Grazie alla chiarezza di Spielberg, alla sua determinazione e alla facilità di comunicazione con il team da lui formato, in gran parte composto di veterani già collaudati in diversi altri progetti, la produzione è stata messa a punto nei tempi previsti.
L’efficienza dimostrata dalla troupe in fase di pre-produzione è stata il risultato di un consolidato rapporto di collaborazione tra i vari membri e con il regista. «La maggior parte delle persone a capo dei dipartimenti più importanti, me compresa, lavora con Steven da almeno quindici o vent’anni», spiega Kennedy.
Il team creato per La guerra dei mondi era in effetti composto in gran parte da persone che avevano già collaborato con Spielberg, in molti casi prendendo parte a diversi progetti nell’arco di più decenni: il produttore Kathleen Kennedy, per esempio, aveva all’attivo quindici film con il regista, il produttore Colin Wilson dieci, il direttore della fotografia Janusz Kaminski nove, lo scenografo Rick Carter sei, il montatore Michael Kahn diciannove, il compositore John Williams ventuno, il supervisore capo agli effetti visivi Dennis Muren dieci, la costumista Joanna Johnston quattro, il coordinatore degli stunt Vic Armstrong cinque, l’arredatrice Anne Kuljian tre, l’attrezzista Doug Harlocker due e il tecnico addetto al missaggio Ron Judkins undici.
«Ritengo che il merito di essere riusciti a rispettare i tempi di lavorazione previsti spetti in larga misura al team che abbiamo formato», afferma il produttore Colin Wilson, che ha esordito con Spielberg come montatore e nel corso degli anni ha prodotto con lui diversi lungometraggi. «Molti dei nostri collaboratori chiave seguono percorsi abbreviati perché hanno alle spalle una lunga esperienza comune».
La straordinaria dimestichezza di Spielberg con il mondo degli effetti visivi da una parte e con la macchina da presa dall’altra è risultata evidente nelle prime fasi di lavorazione del film. Il programma delle riprese rifletteva la necessità di garantire a Dennis Muren, a Pablo Helman e ai tecnici della Industrial Light & Magic (ILM) il maggior tempo possibile per mettere a punto le sequenze con effetti visivi. «Sapevamo che gli effetti erano abbastanza numerosi e che i tempi di post-produzione sarebbero stati piuttosto stretti», spiega Kennedy. «Era importante filmare innanzitutto le scene con il maggior numero di effetti, in modo che alla ILM potessero iniziare a lavorarci su prima possibile. Una volta arrivati sulla East Coast, siamo quindi partiti dalla sequenza dell’incrocio, una scena di folla caratterizzata dalla presenza di un numero incredibile di effetti».
Lo scenografo Rick Carter ricorda di aver ricevuto una telefonata da Steven Spielberg nei mesi precedenti l’inizio della produzione. «Sono saltato immediatamente sul primo aereo per il New Jersey, dove sarebbe stato ambientato il film», continua Carter. «Il primo giorno sono andato a perlustrare una zona di Newark. C’era un enorme incrocio in cui confluivano cinque strade e ho pensato che potesse essere il posto adatto per ambientare il primo incontro con gli alieni».
Tre mesi dopo, il grande incrocio dell’Ironbound – una zona di Newark, nel New Jersey, così chiamata per via dei binari ferroviari che la costeggiano sui quattro lati – è stata invasa dalla troupe cinematografica che si apprestava a iniziare le riprese. Disseminata di panetterie e ristoranti portoghesi e brasiliani, la location ha segnato per Cruise una sorta di ritorno a casa. «Ho vissuto nel New Jersey in due diversi periodi della mia vita», racconta l’attore. «Questi sono i luoghi in cui sono cresciuto».
Macchine da presa e pre-visualizzazione
Con centinaia di comparse, attrezzature e membri della troupe, la produzione si è preparata a filmare una delle sequenze più importanti del film, quella in cui Ray si trova per la prima volta faccia a faccia con uno dei Tripodi.
Spielberg conosceva benissimo l’incrocio di Newark e diverse altre location importanti già prima di cominciare le riprese. Le aveva esaminate al computer fin dall’inizio della pre-produzione mediante un processo chiamato pre-visualizzazione. Esso consente di animare storyboard di tipo tradizionale in sequenze digitali tridimensionali che non si limitano a raffigurare la scena, ma riportano ogni aspetto di una determinata location, compresi set, attori, troupe e macchine da presa.
Benché già in altre occasioni si fosse servito della tecnologia informatica per visualizzare le sequenze in fase di pre-produzione, Spielberg ha affermato: «Questo è il primo film in cui mi affido totalmente al computer per l’animazione degli storyboard». A mostrargli il funzionamento del processo è stato il suo buon amico George Lucas. «Ho preso tutti i tecnici della ILM che avevano lavorato per George agli episodi I, II e III [di Guerre stellari] e li ho portati con me», spiega il regista.
«La pre-visualizzazione si è rivelata uno strumento di comunicazione veramente straordinario», commenta il produttore Kathleen Kennedy. «Siamo partiti nel mese di agosto per cercare tutte le location e poi ne abbiamo scansionato le immagini al computer in modo da poter costruire le varie sequenze basandoci su dati di realtà. Steven si era praticamente trasferito nell’ufficio dei tecnici che elaboravano il materiale. Con gli strumenti a disposizione, hanno fornito una rappresentazione estremamente accurata di quello che avrebbe girato in seguito».
Il supervisore alla pre-visualizzazione Dan Gregoire è stato uno dei capi del reparto animazione digitale negli ultimi due episodi di Guerre stellari. «L’inizio del film è come l’incipit di un romanzo», spiega Gregoire. «"A Newark, nel New Jersey, un Tripode emerge da sottoterra". Steven aveva tutto perfettamente chiaro in mente ma non era facile spiegarlo alle varie persone coinvolte – il direttore della fotografia, il capo elettricista, i macchinisti. A quel punto siamo intervenuti noi e abbiamo costruito l’incrocio in 3D. Abbiamo realizzato il Tripode, disintegrato la terra, fatto esplodere tutto. Insomma, abbiamo elaborato l’intera sequenza come un’anteprima delle riprese che sarebbero state realizzate sui set di Newark. In questo modo chiunque avrebbe capito cosa Steven intendeva realizzare».
La pre-visualizzazione ha inoltre permesso agli attori di vedere quello che non c’era. «Mentre filmavamo ho fatto avvicinare gli attori al computer per mostrargli l’intera sequenza», spiega Spielberg. «Attraverso le immagini hanno potuto rendersi esattamente conto delle dimensioni dei Tripodi, queste gigantesche creature contro cui avrebbero lottato, e delle loro rispettive posizioni nello spazio».
«Steven ci mostra sempre questo genere di cose quando facciamo un film in cui ci sono personaggi che non esistono fisicamente», racconta Dakota Fanning. «Qui ci ha fatto vedere come erano i Tripodi e qual era la loro collocazione esatta. La pre-visualizzazione è uno strumento veramente utile».
«Magari avessimo avuto questi mezzi a disposizione in Incontri ravvicinati», si rammarica il regista. «In quel caso gli attori si sono dovuti affidare completamente alla fantasia. Per descrivere gli UFO mentre dirigevo le riprese ero costretto a dire: "Fate conto di avere di fronte una specie di gigantesca teglia per dolci". Qui, invece, avevamo tutti un punto di riferimento visivo ed eravamo più o meno in grado di capire quale sarebbe stato il risultato finale. È stato molto emozionante».
Dopo intere settimane passate a studiare un modello tridimensionale dell’incrocio dal quale sarebbero iniziate le riprese, il regista è finalmente volato nel New Jersey per trovarsi fisicamente nei luoghi del film. Ricorda Rick Carter: «Stava lì, davanti all’incrocio, e lo osservava cercando di capire come lo avrebbe filmato. Gli ho chiesto: "Allora, quale ti piace di più, l’incrocio digitale o quello vero?" All’inizio ha risposto: "Quello digitale", poi si è voltato e ha detto: "No, quello vero. Anzi, tutti e due". Era spaccato esattamente a metà».
Nonostante la pioggia battente, la folla di curiosi e un branco di paparazzi, le riprese sono proseguite senza nessun intoppo per una settimana. «Ci sono voluti sei giorni per girare la sequenza dell’incrocio, ma non abbiamo mai avuto l’impressione di fare le cose in maniera approssimativa o frettolosa», commenta Cruise. «Eravamo molto concentrati. Sapevamo esattamente dove bisognava arrivare ogni giorno perché grazie alla pre-visualizzazione eravamo in grado di vedere cosa sarebbe successo nelle sequenze successive».
Dalle location e i set ai costumi e agli accessori di scena, la regola da rispettare era quella del realismo. Se all’inizio del film il mondo è un riflesso fedele di tutto ciò che ci circonda, l’atmosfera comincia a cambiare man mano che la Terra viene invasa dagli alieni.
La costumista Joanna Johnston ha creato 60 differenti versioni del giubbotto di pelle di Ray per illustrare i vari gradi di usura che mostra dall’inizio alla fine del viaggio. Spiega Johnston: «In una prima fase Ray indossa un giubbotto, una felpa col cappuccio e due t-shirt; poi lentamente si spoglia di tutto finché resta con una t-shirt e un paio di jeans. Per me è come l’emergere di un eroe vecchia maniera».
Anche il personaggio di Rachel, interpretato da Dakota Fanning, subisce un cambiamento man mano che i suoi vestitini rosa shocking "da adolescente tipica" diventano sempre più logori e sporchi. Un accessorio del costume di Fanning assume particolare importanza: «Volevo che Rachel avesse qualcosa che la facesse sentire al sicuro, un oggetto da tenere accanto durante il sonno, e ho pensato che sarebbe stata la sua pochette color lavanda a forma di cavallo», racconta Johnston. «Le abbiamo cucito un nastro e Dakota se l’è messa al collo, in modo da poterla avere sempre con sé».
Gli abiti scelti da Johnston per il personaggio di Robbie suggeriscono nel ragazzo un’inconsapevole volontà di emulare suo padre. «Ray e Robbie sono molto più simili di quanto non credano e questo provoca un forte attrito tra di loro», afferma la costumista. «Portano entrambi felpe col cappuccio, jeans e berretti da baseball, ma con il nome di squadre diverse».
Johnston ha avuto la fortuna di potersi confrontare con Ann Robinson, che nella versione cinematografica de La guerra dei mondi, uscita nel 1953, vestiva i panni dell’eroina e oggi ha una partecipazione straordinaria nel film di Steven Spielberg. «Quando ci ha visto confezionare migliaia di costumi, mi ha raccontato che nel 1953 lei stessa andò insieme a un assistente a comprare due completi da May Co. e quelli furono il suo unico abito di scena», rivela la costumista.
Lo scenografo Carter spiega come Spielberg abbia reso l’attacco degli alieni con la stessa sensibilità usata per la sua epopea della seconda guerra mondiale: «Per Steven l’incrocio di Newark era come la spiaggia su cui è avvenuto lo sbarco in Normandia».
Per riuscire a rendere quella stessa atmosfera, Spielberg ha fatto appello al talento del premio Oscar Janusz Kaminski, direttore della fotografia in Salvate il soldato Ryan, Kaminski, che ha preso parte agli ultimi nove film di Spielberg, ha saputo creare un clima terrificante e al tempo stesso realistico, anche grazie all’impiego della macchina da presa a mano.
Spielberg voleva che il pubblico si trovasse catapultato dentro gli eventi del film. «Janusz sapeva che ero alla ricerca di verosimiglianza: non volevo una visione a volo di uccello di ciò che stava accadendo, ma il punto di vista di un uomo, la prospettiva di un bambino», dice Spielberg. «Lui ha fatto in modo di creare un’atmosfera realistica utilizzando luci molto naturali».
«Questa è la mia terza collaborazione con Janusz e la sua troupe [dopo Jerry Maguire e Minority Report] mentre per Steven è la nona», racconta Tom Cruise. «Janusz è una persona autentica e un artista vero. Steven voleva che il film risultasse viscerale e realistico nonostante la presenza degli effetti visivi e Janusz è riuscito nell’impresa».
«Il tipo di lavoro che ho svolto in questo film è completamento diverso rispetto agli altri progetti realizzati con Steven», osserva Kaminski. «Da un punto di vista visivo, il risultato mi sembra poetico e artisticamente raffinato. La gamma di toni è davvero bella: inizia dall’azzurro e diventa gradatamente più vivace. La fotografia è stilizzata, ma compatibilmente con la ricerca di un effetto realistico. L’illuminazione mi sembra molto interessante».
Dalle luci nel cielo alle ombre striscianti nel seminterrato, dalle lanterne a mano alle torce dei profughi, il regista e il direttore della fotografia hanno sapientemente incorporato attori, comparse ed effetti speciali (come il fumo e il fuoco) agli ambienti reali per far sì che l’elemento fantastico risultasse il più autentico possibile.
In una delle sequenze, Ray è in macchina con la sua famiglia. Lungo le strade, vede una serie di figure erranti che via via aumentano di numero fino a trasformarsi in una folla. «Janusz e Steven volevano che in quella scena ci fosse un intenso gioco di luci, così abbiamo dato alle comparse una serie di fonti di illuminazione diverse: lampade Coleman, lanterne a olio, pile elettriche, torce quasi a corto di combustibile», ricorda l’attrezzista Doug Harlocker. «Questo ha contribuito molto al clima della scena, creando all’interno dell’auto un’atmosfera di agitazione e panico».
Kaminski aveva anche il compito di creare una certa uniformità visiva tra i set e le location della East Coast. Almeno in un caso, si è trattato di armonizzare ben tre ambienti differenti: la East e la West Coast con i set. «In una delle scene più interessanti del film i nostri eroi camminano lungo la strada, in direzione della grande collina. Migliaia e migliaia di comparse vanno nella stessa direzione mentre contemporaneamente arrivano i soldati», racconta Kaminski. «Ebbene, le riprese di quella scena sono iniziate una sera in Virginia, proseguite sul set e terminate in una location nel sud della California. In quel caso abbiamo dovuto affrontare tre diversi tipi di clima, tre diversi ambienti e tre diverse condizioni di luce». La fortuna ha voluto che nel sud della California un inverno particolarmente piovoso avesse tinto di verde le pendici delle colline, facilitando enormemente il compito di Kaminski.
Carter evidenzia la capacità di Spielberg di mescolare realtà e fantasia senza soluzione di continuità. «Non hai mai la possibilità di capire esattamente come sono state realizzate le cose quando le vedi per la prima volta», afferma Carter. «Lui confonde tutto fin dall’inizio, non perché abbia un’idea di come realizzare tecnicamente ciò che vuole mostrare, ma perché segue le immagini che ha in mente».
Pratica e immaginazione: gli effetti visivi
Dal momento che le scene più salienti erano animate da centinaia di comparse urlanti tra fiamme e fumo, era evidente che la tecnologia digitale sarebbe stata una componente essenziale del film. Rivela infatti il regista: «Quando ho deciso di realizzare La guerra dei mondi, una delle prime persone a cui ho telefonato è stata Dennis Muren».
Vincitore di ben otto premi Oscar per i migliori effetti visivi (tre dei quali per il lavoro svolto nei film di Spielberg E.T. - L’Extraterrestre, Indiana Jones e il tempio della Doom e Jurassic Park), Dennis Muren continua a essere uno degli elementi trainanti di questo campo artistico in continua evoluzione.
Sostiene lo scenografo Carter, che ha lavorato a stretto contatto con il premio Oscar nell’ambito di numerosi progetti: «Dennis Muren e tutti i tecnici della ILM hanno la straordinaria capacità di vedere nel mondo che ci circonda cose di cui nessuno si accorgerebbe mai e di riuscire a filmarle con la massima naturalezza».
«Io sono continuamente alla ricerca di novità» rivela Muren. «Non appena termino le riprese di un progetto mi dico: "Questo film è obsoleto, gli effetti visivi sono superati. Cosa si può inserire di nuovo?". L’idea di realizzare La guerra dei mondi mi è parsa decisamente stimolante, soprattutto dovendo fare riferimento al libro per le macchine da guerra. Credo di avere una sorta di intuito per ciò che le persone possono trovare originale o ripetitivo, forse perché mi stanco con la stessa rapidità con cui si stanca il pubblico. Abbiamo dedicato un periodo molto lungo alla pre-produzione di questo film, cercando di costruire i Tripodi e gli alieni in modo interessante. Non ci siamo fermati al primo disegno, ma neanche al secondo, al terzo, al decimo o al quindicesimo».
Nonostante sia all’avanguardia in materia di effetti visivi, Muren non si è affidato principalmente alla computer grafica, ma ha lavorato insieme a Spielberg per abbinare a ciascun effetto la tecnica più efficace. «Avendo vissuto la fase delle miniature, non ho nessun problema a realizzare una ripresa utilizzando i vecchi sistemi anziché la tecnologia digitale: scelgo semplicemente lo strumento più adatto», afferma Muren. «Qui abbiamo un sacco di grandi talenti in grado di costruire modelli e inserirli nelle varie scene. È importante saper usare tutti i mezzi a disposizione, e la computer grafica è solo uno di questi».
Spielberg, Muren e Janusz Kaminski hanno lavorato a stretto contatto per sincronizzare tutti i diversi elementi del film. Spiega il regista: «Giri degli inserti, fai riprese green screen, filmi una nave che è legata alla banchina e non si muove, poi la riprendi nell’acqua e infine unisci tutto con la tecnologia digitale» spiega Spielberg. «Sono abbastanza abituato a effettuare le riprese in questo modo dopo tutta l’esperienza dei film precedenti, da Incontri ravvicinati passando per Jurassic Park fino a ora. È un po’ come fare una grande insalata: prima prepari i vari ingredienti, separatamente ma con la stessa cura, e poi, quando li hai messi tutti insieme, aggiungi il condimento. Se la combinazione è corretta, gusterai un piatto delizioso».
Con una tabella di marcia così serrata, il tempo a disposizione per la fase di post-produzione non era molto lungo, così le operazioni normalmente svolte in post sono state assimilate nella fase di produzione stessa. «Durante tutto il periodo delle riprese in esterni abbiamo lavorato molto con il video» ricorda Muren. «Questo ci ha permesso di procedere rapidamente risparmiando settimane intere di lavoro. Siamo riusciti a portare avanti l’azione in parallelo su tutte e due le coste e a far approvare ogni cosa a Steven dal set in tempo reale. È stato pazzesco».
In fase di riprese, Spielberg si è occupato contemporaneamente anche del montaggio, inviando il girato alla ILM e approvandolo dopo che questo gli veniva rimandato per la revisione finale. Osserva il supervisore agli effetti visivi Pablo Helman: «Steven è il primo tra tutti i registi con cui ho collaborato che riesca a tenere questi ritmi. Mentre finivamo le riprese lui aveva già avviato tutto il lavoro sugli effetti visivi. Non ho mai visto un’efficienza simile».
L’innaturale in un mondo naturalistico: la creazione dei Tripodi
Oltre a permettere al regista di programmare integralmente ogni scena prima ancora di iniziare le riprese, la pre-visualizzazione ha svolto un ruolo fondamentale nell’elaborazione di tutti gli aspetti riguardanti la presenza degli alieni. «Abbiamo studiato nei minimi dettagli quale avrebbe dovuto essere l’aspetto fisico dei Tripodi, degli alieni e del loro mondo», spiega Spielberg. «È stato fondamentale compiere questa esplorazione – ma non come l’ho fatto per trent’anni, ovvero in due dimensioni, bensì tridimensionalmente e a colori».
Spielberg ha elaborato insieme a un gruppo di artisti eterogenei ogni aspetto riguardante gli alieni, i Tripodi e l’ambiente che questi creano. Il gruppo era guidato da Rick Carter e Dennis Muren, dagli esperti di progettazione strutturale di Doug Chiang (Iceblink) e Ryan Church (ILM), da Dan Gregoire e dagli addetti alla pre-visualizzazione. «Gli artisti con cui ho progettato dei Tripodi sono stati davvero straordinari», commenta Spielberg. «Abbiamo lavorato in un clima di grande collaborazione, in cui ognuno lanciava le proprie idee. Avremo realizzato forse venti o trenta disegni diversi, passando dal sublime al ridicolo. È stato un processo molto interessante. In alcuni casi si è trattato quasi di fare un collage prendendo gli elementi migliori da ciascun disegno».
Commenta Muren: «Lavorare al progetto dei Tripodi è stato elettrizzante. Ho messo insieme un buon numero di artisti che proponessero nuove idee, cercando di fissare delle linee direttive senza porre limiti alla loro creatività. Volevo che si sentissero abbastanza liberi per poter mostrare a Steven un ampio spettro di proposte, e al tempo stesso che tenessero presenti le esigenze della storia e le richieste dell’industria cinematografica in questo periodo storico».
Come sottolinea Muren, Spielberg sa esattamente ciò che vuole: si tratta solo di proporgli gli elementi giusti. «Fai un collage di cose diverse e gliele presenti», spiega. «Lui prende una parte di A, una parte di B e una parte di C e tu le unisci, facendo in modo che sembrino nate per stare insieme. È molto facile lavorare con Steven perché ti spiega molto chiaramente ciò che vuole. Il processo decisionale non potrebbe funzionare meglio».
Quanto ai Tripodi, descritti così vividamente nel libro di H.G. Wells, Spielberg voleva, come l’autore stesso oltre un secolo fa, che ispirassero un senso di terrore. «I Tripodi dovevano incutere un sacrosanto timore perché rappresentano la forza che li guida», racconta il regista. «La mia idea era che il pubblico dovesse essere atterrito dalle sembianze di questi esseri».
L’esperto di progettazione strutturale Doug Chiang si è ispirato all’idea dei Tripodi come "immagine della paura". «Ognuno di noi è spaventato da immagini diverse», spiega Chiang. «Quello che abbiamo voluto fare, è stato infondere nell’aspetto esteriore di queste creature ciò che spaventa me o Rick [Carter]. Forse quello che terrorizza noi non avrà lo stesso effetto sugli altri, ma noi ci siamo mossi in questa direzione».
«Sono comunque convinto che i Tripodi risulteranno paurosi», continua Chiang, «e non soltanto per il loro aspetto, ma per il modo in cui sono stati filmati, per come sono stati inquadrati. È ciò che non si vede che fa più paura».
Una volta terminata la fase progettuale, i Tripodi sono stati portati in vita dal supervisore all’animazione Randy M. Dutra e dai tecnici della ILM. Dutra, che ha già lavorato con Spielberg ai primi due episodi di Jurassic Park, ha cercato di imprimere loro un movimento che risultasse naturale e alieno al tempo stesso. «Una delle prime cose che Steven ha sottolineato è l’importanza di mantenere uno stretto legame con gli elementi organici», spiega Dutra. «Ho un grande rispetto per la natura e so che Steven condivide questo sentimento. Gli animatori con cui lavoro sanno che faccio molta attenzione ai riferimenti naturali, di modo che, anche quando l’elemento da cui abbiamo tratto ispirazione non risulta più riconoscibile, riusciamo comunque a conservare una traccia di verosimiglianza. Credo che siano questi frammenti di verità a rendere un personaggio credibile e unico».
Ma Dutra si è anche reso conto di come la sperimentazione abbia portato la sua équipe a scoprire nei Tripodi nuovi ed emozionanti aspetti: «A volte è bene lanciarsi in territori inesplorati, abbandonando il certo per l’incerto. A ogni nuovo viaggio si torna con qualcosa di nuovo».
Muren osserva che i movimenti dei Tripodi sono fatti per ispirare «stupore, pericolo e umiltà. Non c’è niente da fare: loro sono qui e tengono tutto sotto controllo – questo dato emerge abbastanza chiaramente nel film. Tutto il resto, però, dipende esclusivamente da come Tom e gli altri attori riusciranno a emozionare il pubblico nei panni dei personaggi del film. Al di là di tutto, si tratta pur sempre di una storia imperniata sulla vita di un uomo e sul suo rapporto con i figli».
Coast to Coast: le location del film
Da Newark e Bayonne a Brooklyn, risalendo il fiume Hudson fino a Naugatuck nel Connecticut e ad Athens nello stato di New York, la troupe è stata impegnata in un turbinoso giro della costa orientale terminato nell’est della Virginia.
Nella cittadina di Lexington, sede della Washington and Lee University e del Virginia Military Institute, la produzione ha effettuato gli ultimi giorni di riprese sulla East Coast prima della sosta invernale. In una piccola valle circondata da campi ondulati è stata girata la prima parte della sequenza della "Valle della guerra". «Ci serviva assolutamente una collina su cui poter salire di corsa per poi rendersi conto, una volta arrivati in cima, che sta succedendo qualcosa di cui nessun altro si è accorto» ricorda Carter. «Ai piedi della collina doveva esserci la casa colonica. Il caso ha voluto che in prossimità di quel colle della Virginia abbiamo effettivamente trovato una fattoria».
Centinaia di comparse dall’aspetto sudicio e i vestiti laceri con carri ingombri di effetti personali hanno lavorato fianco a fianco con la Guardia nazionale della Virginia mentre Spielberg orchestrava per la macchina da presa un devastante incontro con gli alieni.
La Guardia nazionale, a sua volta, ha seguito dappresso le diverse unità militari che hanno collaborato con la produzione: la Decima Divisione montana dello stato di New York, i Marines di Camp Pendleton e l’Esercito di Fort Irwin e Twentynine Palms in California..
Trasferitasi sulla West Coast, la produzione è proseguita nelle location situate nella zona di Los Angeles; tra queste, Piru, in California (truccata in modo da sembrare Athens, New York), in cui è stata completata una scena che coinvolgeva centinaia di comparse, e Mystery Mesa, località dal nome altisonante situata circa novanta chilometri a nord di Los Angeles.
Sempre sulla West Coast, in una piccola altura posta nella parte esterna degli Universal Studios, sono state disseminate le varie componenti del gigantesco 747 utilizzato nella scena del disastro aereo. «Quando esci e vedi quel relitto, è come se il tuo incubo più orribile si tramutasse in realtà», commenta Rick Carter. «Un velivolo atterra vicino casa tua e distrugge qualsiasi cosa».
La realizzazione del set ha richiesto un impegno notevole: «Abbiamo dovuto comprare un 747, smembrarlo, sparpagliare i pezzi nella parte esterna degli studi cinematografici e poi costruirci intorno delle abitazioni. È stata un’impresa titanica».
La produzione ha poi utilizzato l’enorme cisterna del diametro di circa otto metri collocata sul set 27 degli Universal Studios per girare le parti subacquee della sequenza della nave.
Sul set 16 degli stabilimenti Fox, lo scenografo Rick Carter e la sua squadra hanno creato un set dall’atmosfera soprannaturale che è stato chiamato "il prato". La casa colonica, che la produzione aveva ripreso nelle sinuose alture della Virginia orientale e completato a Mystery Mesa, a nord di Los Angeles, è stata riprodotta – con tanto di granaio, steccato di legno, prato e qualche albero – sulle pendici di una bassa collina. Questa volta, però, tutto è completamente ricoperto di erba rossa. «L’idea di Steven era di effettuare una lunga ripresa in bianco e nero dall’ingresso fino alla porta; poi questa si apre e tutto diventa colorato, come nel Mago di Oz», spiega Carter. «Solo che nel nostro caso è il rosso che gradualmente si espande e a poco a poco ricopre il mondo intero».
«Essenzialmente si appropriano del nostro pianeta», commenta il produttore Kennedy, «e ce ne rendiamo conto guardando questo manto di erba rossa che a poco invade tutto il paesaggio. E fa una certa impressione scoprire perché è rossa».
Oltre alle location vere e proprie, la produzione ha lavorato negli stabilimenti di tre studi cinematografici diversi. [Per l’interno della casa di Ray, la produzione ha utilizzato anche teatri di posa a Bayonne, nel New Jersey]. Ciascun set era un mondo a sé. Oltre al "prato", gli stabilimenti della Fox hanno ospitato la scena del claustrofobico seminterrato in cui Ray e Rachel incontrano Ogilvy.
Commenta l’attore Tim Robbins: «Steven Spielberg fa ancora film hollywoodiani, nel senso che continua a utilizzare la grande tradizione del set, padre di infinite epopee. Basta costruire un set perché le cose accadano».
Pur avendo svolto un ruolo significativo nell’introdurre nel mondo del cinema gli strumenti scientifici più avanzati, Spielberg si serve ancora del tavolo di montaggio orizzontale. La sua passione per la tecnologia d’avanguardia è infatti abbinata a un grande rispetto per l’ampia gamma di possibilità messe a disposizione dall’arte cinematografica. «Ho bisogno di qualcosa che mi ispiri, che mi aiuti a dar vita a un’atmosfera», afferma Spielberg. «Se dovessi creare tutto in fase di post-produzione, il mio lavoro sarebbe un semplice esercizio di vanità. Penso che continuerò a servirmi per sempre dell’abilità hollywoodiana di dar vita a un film costruendolo. Ho la massima ammirazione per quegli uomini e quelle donne che sono in grado di inventare un mondo totalmente nuovo con le loro mani. Quando monti su un set ti trovi catapultato in un universo che puoi solo sognare di notte».
Per terminare le riprese de La guerra dei mondi ci sono voluti 72 giorni, alcune migliaia di comparse e una ventina di location e set sparsi tra le due coste in cinque stati diversi.
IL CAST
TOM CRUISE (Ray Ferrier) ha conosciuto nel corso della sua carriera ormai ventennale un successo senza precedenti. È stato candidato per tre volte all’Oscar con film che hanno incassato oltre sei miliardi di dollari in tutto il mondo. Inoltre, se da un lato Cruise continua a esplorare nuovi orizzonti artistici, dall’altro ha utilizzato il proprio successo professionale come veicolo per produrre cambiamenti positivi nella società, diventando un sostenitore, attivista e filantropo nei campi della salute e dell’educazione a livello internazionale.
(Ray Ferrier) ha conosciuto nel corso della sua carriera ormai ventennale un successo senza precedenti. È stato candidato per tre volte all’Oscar con film che hanno incassato oltre sei miliardi di dollari in tutto il mondo. Inoltre, se da un lato Cruise continua a esplorare nuovi orizzonti artistici, dall’altro ha utilizzato il proprio successo professionale come veicolo per produrre cambiamenti positivi nella società, diventando un sostenitore, attivista e filantropo nei campi della salute e dell’educazione a livello internazionale.
La guerra dei mondi segna la sua seconda collaborazione col regista Steven Spielberg, dopo il thriller futuristico Minority Report del 2002.
segna la sua seconda collaborazione col regista Steven Spielberg, dopo il thriller futuristico del 2002.
Attraverso la Cruise/Wagner Productions, da lui fondata nel 1993 insieme alla socia Paula Wagner, Cruise ha anche esteso il proprio campo di attività al settore affine della produzione, portando sul grande schermo una vasta gamma di progetti di talenti nuovi o già affermati. Il primo film realizzato per il marchio C/W è stato il grande successo internazionale Mission: Impossible che, nel 1997, è valso alla compagnia il riconoscimento del premio Nova per i Produttori più promettenti in campo cinematografico. La società ha continuato producendo i film Without Limits, Shattered Glass, Narc e il thriller The Others, ambientato nel dopoguerra, tutti apprezzati dalla critica. The Others ha segnato la prima collaborazione di Cruise con il regista Alejandro Amenabar, il cui film Apri gli occhi è stato il punto di partenza di un’altra produzione della C/W, Vanilla Sky, per la regia di Cameron Crowe. La squadra di produzione è stata di recente onorata con l’UCLA/Producers Guild of America Vision Award.
Subito dopo l’uscita di La guerra dei mondi Cruise comincerà a girare il terzo episodio della serie campione d’incassi Mission: Impossible, che finora ha totalizzato oltre un miliardo di dollari al botteghino. Inoltre, con la Cruise/Wagner Productions, sta producendo il film di Cameron Crowe Elizabethtown, con Orlando Bloom e Kirsten Dunst la cui uscita è prevista per il prossimo autunno.
Cruise ha esordito sul grande schermo nel 1981, all’età di diciannove anni, nel dramma romantico Amore senza fine, a cui ha fatto seguito il successo di critica Taps,di cui erano co-protagonisti Sean Penn e Timothy Hutton, e I ragazzi della 56a Strada di Francis Ford Coppola. La sua interpretazione superlativa in Risky Business – Fuori i vecchi… i figli ballano gli ha assicurato la prima candidatura al Golden Globe nel 1983. Il ruolo di Maverick in Top Gun di Tony Scott ha catapultato Cruise nel firmamento cinematografico internazionale quando il film è diventato il maggior successo al botteghino del 1986.
In seguito Cruise ha recitato ne Il colore dei soldi di Martin Scorsese accanto a Paul Newman e nel film di Barry Levinson Rain Man, vincitore di ben quattro Oscar, accanto a Dustin Hoffman. Nel 1989 Cruise ha ottenuto la prima candidatura all’Oscar e conquistato il Golden Globe come Miglior Attore per il suo ritratto di Ron Kovic, veterano del Vietnam e militante pacifista, in Nato il quattro luglio di Oliver Stone, che è stato candidato all’Oscar per il Migliore Film. La sua interpretazione in Codice d’onore di Rob Reiner, accanto a Jack Nicholson e Demi Moore, ha portato a una terza candidatura al Golden Globe, mentre nel 1997 ha ricevuto la seconda candidatura all’Oscar e il Golden Globe come Miglior Attore per Jerry Maguire di Cameron Crowe.
Nel 1999 Cruise ha riscosso il plauso della critica per la sua possente interpretazione nel drammatico affresco collettivo Magnolia di Paul Thomas Anderson, ottenendo la terza candidatura all’Oscar e il terzo Golden Globe come Migliore Attore non Protagonista. Quello stesso anno, ha recitato nell’ultimo film di Stanley Kubrick, il thriller psicologico Eyes Wide Shut.
Fra gli altri film al suo attivo figurano l’epopea di Ron Howard Cuori ribelli, il thriller giudiziario Il socio di Sydney Pollack e Intervista col vampiro di Neil Jordan, basato sul bestseller di Anne.
Cruise ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti, che riflettono tanto la reputazione artistica e commerciale di cui gode all’interno dell’industria cinematografica quanto l’ampio successo popolare che gli hanno tributato gli spettatori di tutto il mondo.
Il prossimo novembre la British Academy of Film & Television Arts gli consegnerà il premio Stanley Kubrick Britannia per la carriera. Di recente ha ricevuto l’MTV Generation Award, che lo ha consacrato l’attore della sua generazione. Lo scorso aprile ha ottenuto un David di Donatello come riconoscimento alla carriera. È stato onorato due volte dal People’s Choice Award, e ha ricevuto due candidature dallo Screen Actors Guild per Jerry Maguire e Magnolia. Il Chicago Film Festival gli ha tributato il riconoscimento di "Attore del decennio" nel 1993 e nello stesso anno gli è stato consegnato il NATO/SHOWEST Meritorious Achievement Award. Cruise vanta anche un Saturn Award per Vanilla Sky, il premio dei Chicago Film Critics e il Blockbuster Award per Magnolia e un MTV Award per Mission: Impossible 2.
Fra i riconoscimenti assegnati a Cruise si annoverano anche il premio Harvard’s Hasty Pudding per l’Uomo dell’Anno, il premio John Huston dell’Artists Rights Foundation, l’American Cinema Award alla carriera, il premio dell’American Cinematheque e il David di Donatello 2005.
Arrivata da Conyers, Georgia, DAKOTA FANNING (Rachel) ha iniziato la sua carriera solo cinque anni fa, all’età di sei. Le sue apparizioni speciali nelle serie televisive vincitrici di premi Emmy come ER, The Practice, Malcolm in the Middle e Spin City la hanno portata a sfondare nel film Mi chiamo Sam accanto a Sean Penn, vincitore del Premio Oscar, e a Michelle Pfeiffer. Per la sua interpretazione straordinaria nel ruolo di Lucy, Dakota ha vinto un premio BAFTA ed è diventata l’attrice più giovane che sia mai stata nominata ad un Screen Actor’s Guild Award. Poco più tardi ha recitato come protagonista nelle miniserie Taken, prodotto esecutivamente da Steven Spielberg, serie che non solo è diventata la più vista del canale televisivo dedicato alla fantascienza ma che ha anche vinto un Emmy nel 2003 come Miniserie Eccezionale.
Nel 2004, Dakota ha avuto l’onore di recitare accanto al vincitore dell’Oscar Denzel Washington in Man on Fire – Il fuoco della vendetta diretto da Tony Scott. Questo film della 20th Century Fox le ha fruttato la sua seconda nomination ai BAFTA.
Dakota ha recitato ancora per la 20th Century Fox, accanto al vincitore del premio Oscar Robert De Niro in Nascosto nel buio uscito nelle sale lo scorso gennaio. Il film ha aperto come numero 1 al botteghino.
Dakota ha appena terminato il film della DreamWorks Dreamer recitando accanto a Kurt Russell. Dakota è anche orgogliosa di essere parte di un importante gruppo di donne che include Glenn Close, Holly Hunter, Sissy Spacek e Robin Wright Penn protagoniste del film Nine Lives visto per la prima volta quest’anno al Sundance Film Festival.
Sta attualmente lavorando al ruolo di Fern, la protagonista della versione televisiva dell’amatissimo romanzo di E.B. White Charlotte’s Web della Paramount/Walden Media. Parteciperanno con la loro voce anche attori del calibro di Julia Roberts, Oprah Winfrey e Robert Redford.
Dakota avrà presto a che fare con un altro classico, visto che la DreamWorks si è impegnata a sviluppare con lei l’adattamento definitivo di Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll, che sarà scritto da Les Bohem, vincitore del premio Oscar.
Gli altri credit includono 24 ore con la vincitrice del premio Oscar Charlize Theron, Dr. Seuss The Cat in the Hat accanto a Mike Myers, Le ragazze dei quartieri alti con Brittany Murphy e un cameo nel ruolo di Reese Witherspoon da giovane in Tutta colpa dell’amore - Sweet Home Alabama.
Dakota è un’avida lettrice che suona il pianoforte, lavora ai ferri, colleziona bambole, fa equitazione e danza classica. Sta anche imparando a parlare sia lo spagnolo che il francese. Vive a Los Angeles con i suoi genitori, Joy e Steve Fanning, e sua sorella, l’attrice Elle Fanning.
Dopo aver ricevuto molti riconoscimenti per il suo lavoro al teatro e al cinema in Australia, MIRANDA OTTO ha raggiunto la fama interpretando la guerriera Eowyn in Il signore degli anelli: le due torri e Il signore degli anelli: il ritorno del re. Ha anche recentemente recitato il ruolo della protagonista accanto a Dennis Quaid in Il volo della Fenice, nel film neozelandese In my Father’s Den e in Through My eyes, una miniserie per la televisione australiana. Le sue interpretazioni più recenti comprendono il ruolo della protagonista in Julie Walking Home - Il ritorno a casa di Julie dell’acclamato regista polacco Agnieszka Holland che è stato presentato nel 2002 ai Film Festival di Venezia e di Toronto, La volpe a tre zampe e Doctor Sleep.
Otto ha anche recitato come protagonista in Danny Deckchair che la ha vista per la seconda volta accanto a Rhys Ifans dopo aver lavorato con lui nel film scritto da Charlie Kaufman Human Nature.
Miranda Otto ha ottenuto recensioni entusiastiche, nella primavera del 2002, per la sua interpretazione di Nora Helmer nella produzione della Sydney Theatre Company del classico di Henrik Ibsen Casa di bambole.
Diplomata presso la prestigiosa scuola di teatro australiana NIDA, che vanta allievi del calibro di Mel Gibson, Judy Davis e Cate Blanchett, Miranda Otto ha ricevuto delle nomination agli Australian Film Institute Award per il suo lavoro per In The Winter Dark, Il pozzo, Daydream Believer e Ultimi giorni da noi. Ha anche ricevuto una nomination all’Australian Film Critics Circle Award per la sua interpretazione in Ultimi giorni da noi e in Love Serenade, che ha anche vinto la Camera d’Or al Film Festival di Cannes.
Gli altri credit di Miranda Otto comprendono Le verità nascoste di Robert Zemeckis, La sottile linea rossa di Terence Malick, Kin, Dead Letter Office, Patsy Cline, True Love and Chaos e Jack Bull- A quale prezzo la giustizia accanto a John Cusack.
TIM ROBBINS , come attore, ha alle spalle una lunga lista di film importanti, ma, nella sua carriera ha anche scritto, prodotto e diretto film. Nel 2003 Robbins ha recitato in Mystic River film per il quale ha ricevuto un premio Oscar come Migliore Attore non Protagonista. Tra gli altri ruoli memorabili ricordiamo le sue interpretazioni in Le ali della libertà, I protagonisti, Bull Durham – Un gioco a tre mani, La scala di Jacob, Bob Roberts, Mister Hula Hoop, America Oggi, Alta fedeltà e Dentro la grande mela.
, come attore, ha alle spalle una lunga lista di film importanti, ma, nella sua carriera ha anche scritto, prodotto e diretto film. Nel 2003 Robbins ha recitato in film per il quale ha ricevuto un premio Oscar come Migliore Attore non Protagonista. Tra gli altri ruoli memorabili ricordiamo le sue interpretazioni in , , – , , , , , e .
Robbins è anche apparso in Niente da perdere, Arlington Road – L’inganno, Austin Powers: La spia che ci provava, Cadillac Man – Mister Occasionissima, Sacco a pelo a tre piazze, Jungle Fever, Mission to Mars e Codice 46.
Oltre all’Oscar Robbins ha anche vinto il premio come Miglior Attore al Festival internazionale di Cannes e il Golden Globe come Migliore Performance di Attore per il film I protagonisti. Nel 2003 Robbins ha vinto un Golden Globe, un SAG, e un Premio della Critica come Migliore Attore non Protagonista in Mystic River. Ha anche ricevuto una nomination ai Golden Globe come Migliore Attore per Bob Roberts degli Screen Actors Guild come Migliore Interprete Maschile per Le ali della libertà. Come regista Robbins si è distinto con Il prezzo della libertà, che ha anche scritto e prodotto, vincendo il premio come Miglior Regia al Festival di Barcellona/Sitges e il National Board of Review Award come Miglior Film. Dead Man Walking, che Robbins ha anche scritto e prodotto ha vinto molti premi incluso l’Humanitas Award e quattro premi al Film Festival di Berlino, ha ricevuto una nomination agli Oscar come Migliore Regia e una ai Golden Globe come Migliore Sceneggiatura Originale. Il suo primo film, Bob Roberts, ha vinto il premio di bronzo come Miglior Film al Film Festival internazionale di Tokyo e i premi come Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Attore al Film Festival di Boston.
Robbins ha anche lavorato come produttore esecutivo per i film Specter of Hope e The Typewriter, the Rifle and the Movie Camera, un documentario sul filmmaker Sam Fuller che ha vinto il Cable Ace Award come Miglior Documentario.
Robbins lavora anche come direttore artistico della Actor’s Gang, un gruppo nato nel 1982 e che ha alle sue spalle più di 85 produzioni e più di 100 premi. Come drammaturgo, Tim Robbins ha scritto sette lavori teatrali prodotti a Los Angeles, New York, Chicago e al Festival di Edimburgo. Ha recentemente scritto e curato la regia di Embedded all’Actor’s Gang Theatre di Los Angeles, al Public Theatre a New York e a The Riverside Studios a Londra. La commedia ha iniziato una tourné nazionale quest’anno. Il suo adattamento per il teatro di Dead Man Walking, inoltre, sta per essere introdotto nel corso di studi di 40 licei e università dei gesuiti. All’inizio di quest’anno Robbins è stato nominato Uomo dell’Anno dai Hasty Pudding Theatricals dell’Università di Harvard.
Tim Robbins vive a New York con la sua partner Susan Sarandon ed è il padre orgoglioso di 3 vivaci bambini.
JUSTIN CHATWIN ha recentemente recitato come protagonista accanto a Ralph Fiennes, Glenn Close, Rita Wilson e Allison Janney nel film della Newmarket The Chumscrubber che uscirà la prossima estate. Chatwin reciterà anche nello Showtime di prossima uscita Weeds con Mary Louise Parker e Elsabeth Perkins.
ha recentemente recitato come protagonista accanto a Ralph Fiennes, Glenn Close, Rita Wilson e Allison Janney nel film della Newmarket che uscirà la prossima estate. Chatwin reciterà anche nello Showtime di prossima uscita con Mary Louise Parker e Elsabeth Perkins.
Chatwin ha ottenuto i primi riconoscimenti per il suo ruolo da protagonista nella miniserie americana Traffic, diretta da Stephen Hopkins. Facendo riferimento alla sua interpretazione in questo programma la rivista Newsweek lo ha scelto come Attore Promettente. Chatwin ha anche recitato accanto a Angelina Jolie e Ethan Hawke nel thriller della Warner Bros Taking Lives.
Figlio di un padre ingegnere e di un madre artista, Chatwin è nato e cresciuto a Vancouver Island (Nanaimo), British Columbia. Ha iniziato a recitare per caso a 18 anni quando un amico lo ha spinto a seguirlo ad un’audizione. Da quel momento si è innamorato della recitazione e si è subito cercato un agente.
I REALIZZATORI
STEVEN SPIELBERG (regista) è vincitore di tre premi Oscar, due per la Miglior Regia e il Miglior Film per Schindler’s List e il terzo per la Miglior Regia per Salvate il soldato Ryan. Ha anche ricevuto nomination agli Oscar per la Miglior Regia per E.T. - L’EXTRATERRESTRE l’extraterrestre, I predatori dell’arca perduta e Incontri ravvicinati del terzo tipo.
(regista) è vincitore di tre premi Oscar, due per la Miglior Regia e il Miglior Film per e il terzo per la Miglior Regia per . Ha anche ricevuto nomination agli Oscar per la Miglior Regia per , e .
Nel 1994, Schindler’s list il film di Spielberg lodato in tutto il mondo, è emerso come film più premiato dell’anno, avendo ricevuto un totale di sette Oscar inclusi i sopra menzionati Oscar come Miglior film e Miglior Regia. Il film ha anche raccolto premi come Miglior Film da molte delle maggiori associazioni di critici, oltre a sette premi BAFTA, inclusi due per Spielberg stesso. Il regista ha anche vinto il Golden Globe e ha ricevuto il premio del Directors Guild of America (DGA).
Salvate il soldato Ryan, il dramma di Spielberg sulla seconda guerra mondiale, acclamato dalla critica, con Tom Hanks come protagonista, è stato il film campione di incassi del 1998 negli Stati Uniti. Il film ha anche vinto cinque Oscar, incluso quello per Spielberg come Migliore Regista, due Golden Globe come Miglior Film e Miglior Regia e numerosi premi della critica per Miglior Film e Miglior Regia. Spielberg ha anche vinto un premio della DGA e un premio della Producers Guild of America (PGA). Quell’anno la PGA ha anche insignito Spielberg del prestigioso Milestone Award per il suo contributo storico all’industria cinematografica.
, il dramma di Spielberg sulla seconda guerra mondiale, acclamato dalla critica, con Tom Hanks come protagonista, è stato il film campione di incassi del 1998 negli Stati Uniti. Il film ha anche vinto cinque Oscar, incluso quello per Spielberg come Migliore Regista, due Golden Globe come Miglior Film e Miglior Regia e numerosi premi della critica per Miglior Film e Miglior Regia. Spielberg ha anche vinto un premio della DGA e un premio della Producers Guild of America (PGA). Quell’anno la PGA ha anche insignito Spielberg del prestigioso Milestone Award per il suo contributo storico all’industria cinematografica.
Spielberg ha vinto il suo primo premio della DGA per Il colore viola e ha anche ricevuto delle nomination dalla DGA per E.T. – L’extraterrestre, I predatori dell’arca perduta, Incontri ravvicinati del terzo tipo, L’impero del sole, Lo squalo e Amistad. Con nove nomination per il premio della DGA in totale Spielberg ne ha ricevute più di qualsiasi altro regista nella storia e, nel 2000, ha ricevuto dalla DGA il Premio alla Carriera. Ha anche ricevuto il premio alla carriera del American Film Institute e il prestigioso premio Irving G. Thalberg dalla Academy of Motion Pictures Arts and Sciences.
Più recentemente Spielberg è stato insignito del premio alla carriera dal comitato dei David di Donatello in Italia.
Per la televisione, sull’onda di Salvate il soldato Ryan, Spielberg e Tom Hanks hanno prodotto esecutivamente le miniserie Band of Brothers per la HBO e la Dreamworks Television. Basato sul romanzo omonimo di Stephen Ambrose, il progetto, che si fonda su fatti realmente accaduti nella Seconda Guerra Mondiale, ha vinto sia l’Emmy che il Golden Globe come Migliore Miniserie. Spielberg e Hanks stanno sviluppando una miniserie sulla seconda Guerra Mondiale, ancora senza titolo, che racconterà delle battaglie sul Pacifico.
Lo scorso anno Spielberg ha vinto un altro Emmy per la miniserie Steven Spielberg Presents Taken, un dramma dello SciFi Channel che parla di rapimenti di alieni e del quale Spielberg è stato produttore esecutivo. Al momento sta sviluppando un’altra miniserie che verrà trasmessa dallo SciFi Channel dal titolo Nine Lives. Sempre per la televisione Spielberg lavora come produttore esecutivo di Into the West, una serie limitata di western che andrà in onda il prossimo anno sul TNT network.
Nato a Cincinnati, Ohio, Spielberg è cresciuto nelle periferie di Haddonfield, New Jersey e Scottsdale in Arizona. Ha iniziato a fare film come amatore ancora adolescente, più tardi ha studiato cinema alla California State University a Long Beach. Nel 1969, il suo cortometraggio di 22 minuti "Amblin" è stato presentato al Film Festival di Atlanta: questo lo ha portato ad un accordo con la Universal e ha fatto di lui il regista più giovane che abbia mai firmato un contratto a lungo termine con una major di Hollywood.
Quattro anni più tardi ha diretto il telefilm pieno di suspance Duel che ha attratto l’attenzione sia della critica che del pubblico. Ha fatto il suo debutto come regista cinematografico con Sugarland Express da un soggetto che lui stesso ha contribuito a scrivere. Oltre ai film già menzionati, i suoi credit come regista includono Always – Per sempre, Hook - Capitan Uncino e il seguito de I predatori dell’arca perduta Indiana Jones e il tempio maledetto e Indiana Jones e l’ultima crociata.
I suoi film più recenti sono Prova a prendermi con Leonardo Di Caprio e Tom Hanks, il thriller futuristico Minority Report con Tom Cruise e The Terminal con Tom Hanks. Ha anche scritto, diretto e prodotto A.I. Intelligenza Artificiale che è stato realizzato dal punto di vista del compianto Stanley Kubrick. Nel 2000, Spielberg ha vinto il premio Stanley Kubrick Brittania per Eccellenza nei film, presentato dai BAFTA, Los Angeles.
Nel 1984 Spielberg ha creato una sua società di produzione, la Amblin Entertainment. Sotto questo marchio ha lavorato come produttore o produttore esecutivo per più di una dozzina di film tra i quali pellicole di grande successo come Gremlins, I Goonies, Ritorno al futuro I, II e III, Chi ha incastrato Roger Rabbit, Fievel sbarca in America, Alla ricerca della valle incantata, I Flinstones, Casper, Twister, La maschera di Zorro, Men in Black e Men in Black II. La Amblin Entertainment produce anche la serie di grande successo ER – Medici in prima linea con la Warner Bros Television.
Nell’ottobre 1994 Spielberg si è associato a Jeffrey Katzenberg e David Geffen per formare la DreamWorks SKG. Da allora, i successi della DreamWorks hanno compreso tre Oscar consecutivi come Miglior Film per American Beauty, Il gladiatore e A beautiful mind, gli ultimi due in collaborazione con la Universal.
Spielberg ha anche dedicato il suo tempo e le sue risorse a cause filantropiche. L’impatto avuto con l’esperienza di realizzare Schindler’s List lo ha portato a creare la Righteous Persons Foundation usando tutti i suoi profitti provenienti dal film. Ha anche fondato la Survivors of the Shoa Visual History Foundation che ha registrato più di 50.000 testimonianze di sopravvissuti all’olocausto. Spielberg ha anche prodotto esecutivamente The Last Days, il terzo documentario della Shoa Foundation che ha vinto un Oscar come Miglior Film Documentario.
Spielberg è anche Presidente Emeritus della Starbright Foundation che si occupa di salute dei bambini e dello sviluppo di tecnologie e di metodi di intrattenimento volti a sostenere i bambini seriamente malati.
DAVID KOEPP ha recentemente lavorato come scrittore e regista dei film Secret Window, Echi mortali, Effetto black-out e Suspicious.
ha recentemente lavorato come scrittore e regista dei film , , e .
Ha sceneggiato o co-sceneggiato i film Spider Man, Panic Room, Omicidio in diretta, Jurrassic Park: il mondo perduto, Mission impossibile, Cronisti d’assalto, Jurrassic Park, Carlito’s Way, La morte ti fa bella, Cattive compagnie e Apartment Zero.
Koepp è nato in Wisconsin e a frequentato la scuola di cinema UCLA. Vive a New York.
PAULA WAGNER e Tom Cruise si sono associati per creare la C/W Productions nel 1993 e hanno fatto la loro base alla Paramount Pictures per gli ultimi 12 anni. La società ha realizzato otto film diversi e innovativi, guadagnando molti premi, lodi da parte della critica e successo al botteghino internazionale. Insieme Cruise e Wagner hanno prodotto film che vanno dai film action campione d’incassi Mission: Impossibile e Mission Impossible 2 a Vanilla Sky di Cameron Crowe, a Elizabethtown di prossima uscita, al thriller psicologico soprannaturale The Others di Alejandro Amenabar, a Without Limits, il ritratto del compianto corridore Steve Perfontaine con la regia di Robert Towne, a Chiedi alla polvere l’adattamento cinematografico di prossima uscita della omonima novella di John Fante con Colin Farrell e Salma Hayek nel ruolo dei protagonisti.
e Tom Cruise si sono associati per creare la C/W Productions nel 1993 e hanno fatto la loro base alla Paramount Pictures per gli ultimi 12 anni. La società ha realizzato otto film diversi e innovativi, guadagnando molti premi, lodi da parte della critica e successo al botteghino internazionale. Insieme Cruise e Wagner hanno prodotto film che vanno dai film action campione d’incassi e a di Cameron Crowe, a di prossima uscita, al thriller psicologico soprannaturale di Alejandro Amenabar, a , il ritratto del compianto corridore Steve Perfontaine con la regia di Robert Towne, a l’adattamento cinematografico di prossima uscita della omonima novella di John Fante con Colin Farrell e Salma Hayek nel ruolo dei protagonisti.
Wagner e Cruise hanno anche prodotto L’ultimo samurai di Ed Zwick con Tom Cruise e Shattered Glass, l’esordio alla regia di Billy Ray con Hayden Christensen e Peter Sarsgaard. Wagner e Cruise sono al momento in pre-produzione del terzo episodio della serie Mission Impossibile, una concessione che ad oggi ha guadagnato più di un bilione di dollari.
Prima di produrre Wagner ha trascorso quasi 15 anni alla CAA come una delle più brave talent agent dell’industria. Prima di diventare una agente, Wagner è stata una colta attrice teatrale, che appariva sia allo Yale Repertory Theatre che a On e Off-Broadway. Ha anche pubblicato un’opera teatrale che ha collaborato a scrivere Out of Our Father’s House.
Nel 2001 Wagner è stata insignita dalla rivista Premiere del Women in Hollywood Icon Award e, l’anno successivo, è apparsa in Women on Top, un documentario che racconta le donne al top nell’industria cinematografica o dell’intrattenimento in genere. Nel 2004 è ritornata ad essere Presidente del Hollywood Film Festival per il secondo anno di fila e è membro del consiglio d’amministrazione della American Cinematheque. Ha ricevuto il Producers Guild Nova Award e il loro Vision Award nel 2004. Wagner è anche nel consiglio di amministrazione della Carnegie Mellon University e lavora nel Comitato Esecutivo della scuola di teatro, cinema e televisione UCLA.