venerdì, 25 febbraio 2005

 

 

 

Shark Tale

Pressbook - si ringrazia Cristina Casati

Oscar è un pesciolino con una gran parlantina che si lascia spesso trascinare in acque agitate dai suoi grandi sogni. Lenny è un grosso squalo bianco dal carattere sensibile che nasconde un terribile segreto… è vegetariano. Difficile da credere, ma quando un’innocente bugia trasforma Oscar in un improbabile eroe e la verità su Lenny viene a galla, i due diventano grandi amici.

Shark Tale vanta un cast di doppiatori d’eccezione: nella versione originale il candidato all’Oscar Will Smith (Ali) è Oscar, un simpatico imbroglione che riesce sempre a cavarsi dagli impicci… almeno finora; il due volte premio Oscar Robert De Niro (Toro scatenato, Il padrino Parte II) è Don Lino, l’enorme squalo bianco che domina la catena alimentare della barriera corallina; il premio Oscar Renée Zellweger (Ritorno a Cold Mountain) è Angie, splendido esemplare di pesce angelo, segretamente innamorata di Oscar; un’altra vincitrice dell’Oscar come Angelina Jolie (Ragazze interrotte) interpreta la femme fatale Lola, incrocio tra un pesce leone e un arowana, che ricorre all’astuzia femminile per ottenere ciò che vuole; Jack Black (School of Rock) è Lenny, figlio di Don Lino e vegetariano di nascosto; infine, il più volte candidato all’Oscar per la regia Martin Scorsese (Gangs of New York, Quei bravi ragazzi) presta la propria voce a Sykes, un borioso pesce istrice che non perde mai occasione per creare problemi.

vanta un cast di doppiatori d’eccezione: nella versione originale il candidato all’Oscar Will Smith (Ali) è Oscar, un simpatico imbroglione che riesce sempre a cavarsi dagli impicci… almeno finora; il due volte premio Oscar Robert De Niro (Toro scatenato, Il padrino Parte II) è Don Lino, l’enorme squalo bianco che domina la catena alimentare della barriera corallina; il premio Oscar Renée Zellweger (Ritorno a Cold Mountain) è Angie, splendido esemplare di pesce angelo, segretamente innamorata di Oscar; un’altra vincitrice dell’Oscar come Angelina Jolie (Ragazze interrotte) interpreta la femme fatale Lola, incrocio tra un pesce leone e un arowana, che ricorre all’astuzia femminile per ottenere ciò che vuole; Jack Black (School of Rock) è Lenny, figlio di Don Lino e vegetariano di nascosto; infine, il più volte candidato all’Oscar per la regia Martin Scorsese (Gangs of New York, Quei bravi ragazzi) presta la propria voce a Sykes, un borioso pesce istrice che non perde mai occasione per creare problemi.

A completare il cast: Doug E. Doug e Ziggy Marley nelle voci di Bernie ed Ernie, due meduse rasta con un pungente senso dell’umorismo; Michael Imperioli (I Soprano) interpreta Frankie, figlio maggiore di Don Lino… tutto suo padre; Vincent Pastore (I Soprano) è Luca, viscida piovra dal comportamento ambiguo; il veterano Peter Falk (Colombo) è Don Ira Feinberg, un pescecane avanti con gli anni ma ancora in gran forma; e Katie Couric (The Today Show in TV) è la popolare presentatrice dei notiziari "ittici" della barriera corallina Katie Current.

Anche per la versione italiana ci si è affidati ad un cast di doppiatori d’eccezione: Tiziano Ferro è Oscar, Luisa Corna è Angie, Luca Laurenti è Lenny, Pali e Dispari danno la voce a Bernie ed Ernie e Cristina Parodi è Katie Current.

SHARK TALE è diretto da Vicky Jenson, Bibo Bergeron e Rob Letterman da una sceneggiatura di Michael J. Wilson e dello stesso Letterman. I produttori sono Bill Damaschke, Janet Healy e Allison Lyon Segan, con la produzione esecutiva di Jeffrey Katzenberg.

è diretto da Vicky Jenson, Bibo Bergeron e Rob Letterman da una sceneggiatura di Michael J. Wilson e dello stesso Letterman. I produttori sono Bill Damaschke, Janet Healy e Allison Lyon Segan, con la produzione esecutiva di Jeffrey Katzenberg.

La colonna sonora di SHARK TALE includerà una selezione di musiche originali di Hans Zimmer e brani di artisti premiati con il disco di platino e con il Grammy come Christina Aguilera e Missy Elliott in una nuova versione di un classico del genere disco come Car Wash; Mary J. Blige in coppia con Will Smith in Got To Be Real; Justin Timberlake e Timberland che eseguono Good Foot; e Ziggy Marley che duetta con Sean Paul in Three Little Birds, canzone resa celebre dal padre di Marley, Bob. L’album comprende anche brani di JoJo, D12, Ludacris, India.Arie e altri. La colonna sonora di Shark Tale sarà disponibile dal 21 settembre per l’etichetta DreamWorks/Geffen Records.

LA PRODUZIONE

UN TUFFO NEL FILM

SHARK TALE è una commedia sottomarina che dà un nuovo significato al detto "chi dorme non piglia pesci".

Il produttore esecutivo Jeffrey Katzenberg osserva: "Per certi versi Shark Tale condivide diversi aspetti con Shrek; è un po’ irriverente e sovversivo e gioca molto sui generi cinematografici. Così come Shrek rivisitava il mondo delle favole, questo film rivisita il gangster movie, rivoltandolo completamente con finalità comiche".

La regista Vicky Jenson ha affrontato il lavoro su SHARK TALE conoscendo più che bene Shrek essendo stata uno dei registi del blockbuster vincitore dell’Oscar. "Allo stesso modo di Shrek, Shark Tale sa farci ridere ma sa anche parlare al cuore. Ho pensato che sarebbe stato divertente fare una parodia del genere gangster spostando le usuali ambientazioni metropolitane sui fondali marini".

Il regista Rob Letterman, che è anche co-autore della sceneggiatura insieme a Michael J. Wilson, concorda: "Nel film possiamo trovare diversi elementi parodistici della cultura pop, ma è anche una commedia romantica e d’azione che in certi frangenti ci fa sentire molto vicini ai personaggi e credere in loro. Credo che tutti potranno trovarvi dei risvolti interessanti".

"Shark Tale è la storia di un pesciolino che racconta una grossa bugia credendo di poter ottenere ciò che più desidera nella vita: fama, fortuna, rispetto e persino amore", aggiunge il regista Bibo Bergeron. "Ma in realtà egli non deve far altro che aprire gli occhi per vedere che tutto ciò che vorrebbe avere lo ha sempre avuto. La vita dei suoi sogni è proprio davanti a lui, ma Oscar non se ne accorge. Sono certo che tutti potranno immedesimarsi nella storia di questo film".

Jenson, Bergeron e Letterman si sono messi alla guida di questo progetto animato in digitale, ciascuno occupandosi di un aspetto diverso della lavorazione. Il produttore Bill Damaschke spiega: "Vicky è molto brava a dirigere gli attori ed è dotata di un grande senso dell’umorismo e dell’aspetto visivo da infondere alla storia. Bibo vanta un’esperienza invidiabile come animatore e gestisce un proprio studio e quindi nessuno meglio di lui poteva occuparsi dell’illuminazione, degli animatori e degli effetti speciali, tutti reparti che sa gestire come pochi. Rob, che ha co-sceneggiato il film, faceva parte del team che si occupa della narrazione e abbiamo scoperto molto presto che la sua particolare propensione si confaceva perfettamente a ciò che desideravamo realizzare. Siamo stati molto fortunati ad avere a disposizione tre esperti così dediti al loro lavoro; c’è sempre stato un grande spirito di collaborazione ma ognuno di loro ha potuto concentrarsi su un obiettivo specifico".

La realizzazione di SHARK TALE rappresenta una pietra miliare per DreamWorks Animation, in quanto si tratta del primo lungometraggio di animazione in digitale completamente prodotto grazie a una nuovissima, innovativa pipeline nel campus dello studio a Glendale (California). In effetti, questo è il primo film di alto profilo interamente realizzato in computer-grafica a essere prodotto nella California meridionale, nonostante la parte settentrionale dello stato sia ormai la capitale dell’animazione al computer da più di un decennio.

"Abbiamo deciso di costruire da zero la prima pipeline di animazione in computer-grafica del XXI secolo e ci siamo affidati ad HP per aiutarci nell’impresa perché sono i migliori in circolazione", riferisce Katzenberg, rammentando la partnership tecnologica tra DreamWorks e Hewlett-Packard. "Abbiamo dovuto superare una quantità enorme di difficoltà tecniche ma, insieme, siamo riusciti a risolvere ogni problema. È stata una collaborazione di valore inestimabile".

La produttrice Janet Healy nota: "Ripensandoci, organizzare una pipeline CG completamente nuova a Los Angeles mentre eravamo alla ricerca della troupe non è stato affatto facile. Alla fine, abbiamo raggruppato un numero ragguardevole di esperti in tutte le discipline possibili: dai laureati specializzati in informatica e in fisica ai diplomati in belle arti, ovvero gente che conosce le tecniche di illuminazione e gente che sa come rendere espressiva la luce e i movimenti di macchina. Riuscire a farli lavorare insieme con successo è stata una delle cose più belle dell’intera impresa produttiva".

Avendo lavorato per la prima volta a un film di animazione, la produttrice Allison Lyon Segan commenta: "L’animazione necessita di un grande spirito di collaborazione. Tutto comincia con un piccolo gruppo di persone riunite in una stanza che si scambiano idee; poi si passa agli storyboard, alle riprese e all’animazione, coinvolgendo sempre più persone. E noi siamo stati molto fortunati a poter lavorare con persone che hanno saputo dare il meglio di sé in ogni fase del progetto".

IL CAST

Senza alcun dubbio, il cast di stelle della versione originale di Shark Tale rappresenta un evento senza precedenti. "Si tratta di uno dei cast più straordinari mai assemblati per un film", afferma Jenson.

"Era già difficile poter immaginare un cast simile per qualsiasi film, figuriamoci l’idea di poter lavorare con questi attori", ribatte Letterman. "Devo ammettere che c’è stato un momento di panico, soprattutto quando ho visto Robert De Niro e Martin Scorsese entrare insieme nello studio: ma sono stati tutti molti bravi e simpatici".

Will Smith presta la propria voce al protagonista Oscar, descritto da Jenson come "un pesciolino che occupa l’ultimo posto della catena alimentare e lavora presso il lavaggio balene come addetto alla pulizia della lingua, un mestiere assolutamente disgustoso".

A Oscar non piace certo lavorare nelle bocche dei cetacei, ma la sua, di bocca, raramente smette di funzionare. Damaschke ammette che la particolare energia trasmessa da Smith, unita alla rapidità del suo eloquio sono stati fonte di ispirazione per questo ruolo che, sin dal principio, è stato pensato su misura per lui. "La storia si è sviluppata nel corso degli anni, ma l’unica cosa su cui non abbiamo mai cambiato idea era che Oscar dovesse essere doppiato da Will Smith. Abbiamo sviluppato il personaggio ispirandoci a lui e a tutto ciò che egli avrebbe potuto fare per arricchire la storia con la sua verve", afferma il produttore.

"In fondo, Will è ancora un ragazzo, anche se un po’ cresciutello", osserva Jenson. "Gli piace scherzare sempre, proprio come al nostro Oscar. Will è pieno di inventiva ed è stato uno spasso sentirlo improvvisare in sala di registrazione. Ci eravamo proposti di prendere in considerazione diverse possibilità per ogni singola scena, e Will ha suggerito personalmente molti dei tormentoni che caratterizzano Oscar".

"Adoro tutto il lavoro che c’è dietro l’animazione", confida Smith. "Ti lascia grande libertà di spaziare perché con il personaggio, soprattutto con un personaggio come questo, puoi fare qualsiasi cosa. Così ho dato libero sfogo alla fantasia, senza impormi nessuna regola: esattamente come fa Oscar".

Smith descrive Oscar come "un pesciolino in uno stagno troppo grande per lui. E siccome pensa anche in grande, finisce col perdere il senso della realtà. Sarebbe disposto a qualunque cosa pur di diventare ricco e famoso, di vivere nelle ‘zone alte’ della barriera corallina dove risiedono i pesci che contano; e Oscar vuole assolutamente diventare ‘qualcuno’. Ma è così preso da questa sua affannosa scalata al successo da non rendersi conto che le cose veramente belle della vita le ha già davanti agli occhi".

Tra queste cose belle c’è soprattutto un’angelica pesciolina di nome Angie che lavora con Oscar al lavaggio balene. Oscar vede Angie come un’amica, ma lei vorrebbe che questo rapporto diventasse qualcosa di più. Come spiega Segan, "Angie è disperatamente innamorata di Oscar. È l’unica a credere ciecamente in lui, da sempre, nonostante tutti i suoi progetti strampalati. E se gli altri guardano Oscar con aria stralunata, Angie invece lo trova meraviglioso. Per questo attende pazientemente che un bel giorno si svegli e si renda conto che la sua vita è già favolosa e che ciò che desidera è a portata di mano".

Della voce di Angie, Renée Zellweger, Segan dice: "Nell’istante stesso in cui Renée ha iniziato a registrare la sua prima battuta, Angie ha preso vita. Renée riusciva a darci venticinque interpretazioni diverse di una stessa scena, tutte perfettamente adatte allo scopo. È riuscita a infondere un grande fascino e una grande sensibilità a un personaggio che uno come Oscar avrebbe altrimenti trattato come una pezza da piedi".

"Renée ha trasformato Angie in un carattere molto solidale, a volte persino esigente nel cercare di tirare fuori il lato migliore di Oscar, ma sempre assolutamente adorabile", concorda Damaschke. "Sotto molti aspetti, credo che in Angie risieda la vera essenza del film… ed è lei la cosa più preziosa che Oscar rischia veramente di perdere quando racconta la sua bugia".

Oscar sostiene, infatti, di aver affrontato uno squalo completamente da solo. In realtà, il pescecane stava per fare di Oscar un sol boccone quando il destino ha deciso di gettare l’ancora… sulla sua testa. Cogliendo al volo l’occasione, Oscar millanta l’uccisione del predatore e viene subito osannato come uno "scannasquali". Finalmente ricco e famoso, Oscar crede di aver trovato la vita che fa per lui, almeno fino a quando non si trova a dover dimostrare di essere all’altezza della sua nuova reputazione.

Quando un altro squalo viene avvistato nelle vicinanze creando lo scompiglio tra i

pesci della barriera, Oscar si vede costretto a "occuparsi" del problema e si ritrova a perlustrare i fondali fingendo di braccare lo squalo. È in questo frangente che si scopre che Oscar ha qualcosa in comune con il presunto rivale di nome Lenny.

Letterman spiega: "Oscar deve mantenere il segreto per essersi vantato di una cosa che non ha fatto. E anche Lenny ha un tremendo segreto da nascondere: è vegetariano, il ché non lo rende molto popolare nella sua situazione. I due si rendono conto di potersi aiutare a vicenda e stringono un’improbabile amicizia".

Jack Black, che presta la sua voce a Lenny, commenta: "Lenny non è vegetariano perché non gli piace la carne, ma per una precisa scelta ideologica che abbraccia la causa dei pesci. Non approva l’uccisione di alcun essere vivente. Il suo animo gentile, però, fa di lui un pesce fuor d’acqua nell’ambiente degli squali, anche se alla fine dimostra di essere il più forte di tutti perché usa il cervello e il cuore".

Da vero fanatico dei cartoni animati, Black svela che, se la sua vita professionale avesse seguito altre strade, probabilmente oggi avrebbe lavorato a Shark Tale dall’altra parte del microfono. "Mi sono dedicato all’animazione sin da giovane. Quando ero alle scuole superiori ho pensato anche di fare l’animatore. Ho sempre voluto lavorare in questo campo e ritengo stupefacente cosa si riesca a fare oggi grazie alle tecnologie digitali. Si è aperto un mondo completamente nuovo".

Jenson elogia Black per aver saputo dare al personaggio una dimensione nuova rispetto alla sceneggiatura. "Il lato divertente di Jack e, naturalmente, il suo umorismo si esaltano attraverso Lenny. Ma dietro questo aspetto più superficiale, egli ha saputo trasmettere al personaggio la sua tenerezza; Lenny è un grosso squalo cordiale che vuole solo accontentare suo padre".

Il padre di Lenny non è il solito squalo bianco ma niente meno che il potentissimo Don Lino, il "padrino" della barriera corallina. A doppiarlo è Robert De Niro, che si esibisce nella parodia di uno dei ruoli cinematografici che lo hanno reso celebre. "Robert De Niro è stato disponibilissimo", afferma Jenson. "Non ha avuto alcun problema a giocare con la propria immagine per impersonare lo stereotipo del gangster. Credo che si sia divertito da morire a doppiare Don Lino, il nostro ‘padrino’, e per noi è stato un grande onore lavorare con lui".

Al suo esordio in un film d’animazione, De Niro ammette: "All’inizio ero un po’ perplesso all’idea, ma ero curioso di cimentarmi in un nuovo genere. Ho pensato che sarebbe stata un’esperienza interessante, e alla fine si è rivelata anche divertente. Naturalmente, Shark Tale fa il verso a un certo tipo di cinema… Io interpreto il capo di questo mondo sottomarino, colui che controlla tutto e tutti in fondo al mare. Ha due figli, ma scopre che uno dei due non ha alcuna intenzione di occuparsi degli ‘affari di famiglia’".

Bibo Bergeron commenta: "Don Lino vorrebbe che i suoi due eredi, Frankie e Lenny, prendessero il suo posto, ma non approva le scelte di Lenny. Ama entrambi i suoi figli, e ha grandi progetti per loro: ma non vuole che nulla ostacoli questi piani".

Ma l’ostacolo si frappone eccome, dato che il figlio maggiore, Frankie, rimane "ancorato" al fondo dopo aver incontrato Oscar. Frankie è doppiato da Michael Imperioli, che sottolinea: "Frankie è il duro, la testa calda della situazione che vuole seguire le orme del padre. Suo fratello Lenny, invece, non è un vero predatore e la cosa mette in ridicolo l’onore della famiglia. Frankie ha a cuore il fratello e cerca di insegnargli i segreti del mestiere affinché diventi un vero squalo e faccia felice il padre".

"Frankie è una perfetta macchina divoratrice, ma un po’ duro di cervello", ammette Letterman. "Michael Imperioli gli dà una voce da bullo che lo rende esilarante".

Quando Frankie va incontro al suo prematuro destino nel tentativo di mostrare a Lenny come si mangia un pesce – Oscar, nel caso specifico – il fratello si sente responsabile per la sua morte. Incapace di affrontare il padre, Lenny pensa: "se non puoi mangiarli, unisciti a loro". Così, abbandona la barriera corallina e insieme a Oscar congegna un elaborato piano che consente a entrambi di non farsi prendere all’amo.

Sfortunatamente per Oscar, Angie scopre che nasconde uno squalo e, peggio ancora, Lenny complica le cose rivelando la verità sull’atto eroico di Oscar. "Quando Angie incontra Lenny, credo capisca immediatamente che si tratta di un animo buono e dolce; così ne nasce subito un’amicizia", argomenta Jenson. "Ma poi si intromette Oscar e Angie intuisce che qualcosa non quadra. Sa che Oscar non intende raccontare la verità; tenta di convincerlo a fare la cosa giusta, ma Oscar ignora il suo consiglio e finisce per fare esattamente l’opposto".

Se, da un lato, Angie è l’angioletto che veglia su Oscar, dall’altro Lola è il diavoletto che cerca di indurlo in tentazione. "Angie è la cosa migliora che potesse mai capitare a Oscar, ma lui non se ne rende conto perché manipolato da Lola. Lei è la nostra femme fatale; il più bel pesce di tutta la barriera corallina, ma anche il più pericoloso. E Oscar lo imparerà a sue spese", aggiunge Letterman.

Lola ha la voce di Angelina Jolie, la quale ammette: "Lola è avida e agisce solo per interesse. Quando Oscar non è nessuno non lo degna della minima attenzione; quando diventa un pesce grosso, tenta di sottrarlo al suo vero amore. È molto frivola e non credo che sia un personaggio che mi sarebbe piaciuto interpretare se non fosse stato un pesce. Ma come pesce, la adoro", aggiunge divertita.

"Osservare gli uomini che osservavano Angelina mentre registrava la sua parte è stato strepitoso", ricorda Jenson. "Tutti pendevano letteralmente dalle sue labbra, come ipnotizzati da lei, esattamente come Oscar resta affascinato da Lola".

Jolie ha accettato con piacere il suo primo ruolo in un film d’animazione, e nota: "Amo i cartoni animati e ho sempre pensato che sarebbe stato bello lavorare a un film di questo tipo, soprattutto adesso che anch’io ho un bambino. Questa opportunità mi ha reso molto felice e sono impaziente di vedere il risultato finale".

Lola non è l’unica che cerca di capitalizzare l’improvvisa fama e ricchezza di Oscar. Sykes, il proprietario del lavaggio balene in cui lavorano Oscar e Angie, si fa subito vivo per reclamare una percentuale in qualità di nuovo agente di Oscar.

In una rara apparizione come attore, il noto regista Martin Scorsese si è prestato al doppiaggio di Sykes, un pesce istrice con due enormi sopracciglia. "Gli altri possono anche criticarlo, ma Sykes vede la buona stella di Oscar come una buona opportunità da cogliere", spiega Scorsese, difendendo le discutibili ragioni del suo personaggio. "Vuole prendere Oscar sotto la sua ala, anzi, in questo caso, la pinna protettrice; il ché è piuttosto difficile trattandosi di un pesce istrice. Quando si innervosisce, questo strano pesce ha la caratteristica di gonfiarsi, la sua voce diventa molto acuta e parla con estrema rapidità. Non so immaginare da quale enciclopedia ittica abbiano tirato fuori questo tipo di pesce, né perché Jeffrey Katzenberg abbia pensato a me per questa parte…".

Katzenberg riferisce in proposito: "Conosco Marty da oltre venticinque anni e resto sempre sbalordito dal suo modo di parlare velocissimo. Riesce a dire qualsiasi cosa in pochissimi secondi. La sua mente lavora velocemente e lui è in grado di esprimere ciò che pensa nel momento stesso in cui lo pensa. Allora, un bel giorno sono andato da lui e gli ho detto: ‘Marty, tu forse non ci hai mai fatto caso, ma parli in un modo assolutamente unico e divertente, in senso buono…’ Alla fine, gli ho mostrato delle immagini di Sykes e lui si è piegato in due dalle risate".

"Jeffrey mi disse che voleva vedermi. Così è venuto da me e ha iniziato a raccontarmi la storia. All’inizio non capivo dove volesse andare a parare", rammenta Scorsese. "Ho pensato che forse voleva un mio parere sul film o qualcosa del genere. Poi mi ha detto: ‘Marty, tu hai una bambina adesso. Perché non partecipi a un film che possa vedere anche lei?’ Così, facendo leva sui miei sentimenti, mi ha coinvolto in questo progetto", aggiunge scherzando. "Ma è stata davvero una grande esperienza e credo che sarà un gran bel film sia per i bambini che per gli adulti. All’inizio non ho capito bene come funzionava l’animazione. È impressionante! Non bastano una o due registrazioni; devi continuare fino alla nausea. Per completare un film si impiega molto tempo, almeno due anni, ma questo lasso così lungo ti consente davvero di vedere il film mentre prende forma e vita".

Per la registrazione di una scena che vede protagonisti Sykes e Don Lino, Scorsese ha lavorato insieme al suo amico e collaboratore di lunga data Robert De Niro. La loro presenza, a detta dei registi di SHARK TALE, ha arricchito considerevolmente il dialogo tra i personaggi. "Avere De Niro e Scorsese insieme è un vero lusso", afferma Bergeron.

"Ci siamo fatti un sacco di risate durante quella sessione", ricorda Scorsese. "Ci siamo divertiti a improvvisare un po’, basandoci sul modo in cui parliamo e guardando con ironia a un certo tipo di cinema che sia io che Robert facciamo da almeno 30 anni".

"Scorsese e De Niro hanno girato insieme ben nove film, ma era la prima volta che recitavano insieme", aggiunge Katzenberg. "Quando hanno lavorato alla loro scena, ognuno stimolava l’altro con battute e trovate di ogni tipo, risultando un po’ folli, sciocchi e divertenti… dei veri maghi".

Jenson concorda: "È stato bellissimo osservarli nei loro botta e risposta e molte delle loro improvvisazioni sono state incluse nell’edizione finale del film. Ci sono cose che non puoi inventarti e scrivere in sceneggiatura perché sarebbe un vero incubo rendere sulla pagina i tempi comici e far sembrare naturale il dialogo. L’umorismo di questi frangenti nasce sul momento, dal ritmo che si crea tra gli attori mentre recitano insieme. È qualcosa che non si ha spesso l’occasione di trovare nell’animazione".

Il motivo deriva dal fatto che raramente gli attori che doppiano un film d’animazione registrano i loro dialoghi simultaneamente. Tuttavia, nel caso di Shark Tale non uno ma ben tre duetti si sono alternati in sala di registrazione. Oltre a De Niro e Scorsese, hanno lavorato insieme Will Smith e Jack Black. Damaschke nota: "Si tratta di due tra gli attori più dotati nell’improvvisazione. Basta metterli insieme, fare di uno un pesce e dell’altro uno squalo ed ecco che ti si presentano infinite varianti comiche che consentono loro di interagire. Will e Jack sono molto istintivi e ci hanno regalato dei dialoghi sensazionali".

Un’altra coppia di attori, Doug E. Doug e Ziggy Marley, interpreta rispettivamente, Bernie ed Ernie, le meduse rasta della barriera corallina che lavorano come scagnozzi di Sykes quando c’è bisogno di "dare una scossa" a qualcuno.

"Ernie e Bernie si occupano di alcuni affari per conto di Sykes", spiega Marley.

"Parlano piano e hanno un sacco di treccine", ironizza Doug. "Possono sembrare un po’ viscidi, ma quando li conosci meglio, ti ci affezioni".

"Bernie ed Ernie causano parecchi dispiaceri a Oscar, ma il pubblico amerà questi personaggi", sostiene Damaschke. "Quando eravamo alla ricerca degli attori per queste parti, abbiamo pensato che Ziggy Marley sarebbe stato perfetto. Non sapevamo se la cosa lo avrebbe interessato, ma l’idea gli è piaciuta e ha accettato subito. E poi siamo stati fortunati ad avere un attore fantastico come Doug E. Doug come suo compagno di avventure".

Marley ricorda: "Quando mi hanno chiesto di interpretare questo personaggio, ho voluto sincerarmi che volessero un’autentica voce giamaicana e non quell’imitazione fasulla che la gente è abituata a sentire. Ma non avrei fatto una grande figura senza Doug, perché recitare non è proprio il mio campo; io sono un musicista. Ma tra di noi si è creata la giusta sintonia".

Doug ribatte: "Quando mi hanno detto che avrei lavorato con Ziggy sono rimasto entusiasta perché lo ritengo un grande artista. L’ho visto in concerto molte volte, ma non avrei mai immaginato di poter lavorare con lui perché non frequento l’ambiente musicale".

Letterman precisa: "Quei due ragazzi sono stati fondamentali. Molti dei loro scherzi e delle loro battute sono nate in sala di registrazione, grazie alla loro presenza simultanea, e non avrebbero avuto la stessa intensità se avessero lavorato separatamente".

Sykes non è l’unico ad avere degli scagnozzi. Anche Don Lino ha il suo tirapiedi: si tratta di Luca, una viscida piovra che tira cazzotti a raffica coi numerosi tentacoli. Luca è doppiato da Vincent Pastore che, a detta di Letterman, "ha una voce splendida, perfetta per l’animazione".

Un’altra voce nota di SHARK TALE è quella di un veterano della recitazione come Peter Falk, che interpreta il gran capo delle famiglie di squali Don Ira Feinberg.

Dopo gli avvistamenti alla barriera corallina e l’impresa del nuovo eroe Oscar, non ci vuole molto prima che Katie Current, la giornalista più famosa del mondo sommerso, fiuti lo scoop. Katie Couric, la presentatrice del Today Show, trasmissione in onda sulla rete NBC, si esibisce in un cammeo vocale concepito appositamente per lei. "Ci serviva una reporter come Katie Couric, qualcuno che tutti ascolterebbero con attenzione e fiducia; ma non riuscivamo a trovare nessuno che fosse alla sua altezza, quindi abbiamo pensato che utilizzare direttamente lei fosse la soluzione ideale", rivela Damaschke.

Come spesso accade nell’animazione, i narratori che si occupano di un determinato personaggio finiscono con l’identificarcisi a tal punto da convincere i realizzatori ad affidare loro la parte in questione. La stessa cosa è successa a Dave Smith, chiamato a doppiare il granchio eremita soprannominato Joe il pazzo da lui creato; e al responsabile narrativo David Soren, che dà la propria voce al gambero che vi indurrà a pensarci due volte la prossima volta che ordinerete un cocktail di gamberetti.

 

UN MONDO SOMMERSO

Oltre a reclutare le voci per i vari personaggi acquatici, tutti i realizzatori, compresi gli animatori e i disegnatori, hanno dedicato moltissimo tempo a svolgere ricerche sui pesci per trovare le varietà più adatte a Shark Tale. Bergeron riferisce: "Abbiamo visto decine di documentari sugli squali e su tutte le varie specie di pesci, oltre a consultare tantissimi cataloghi sull’argomento. Volevamo essere sicuri che i nostri personaggi fossero basati su pesci effettivamente esistenti. È ovvio che non esiste alcuna città sottomarina costruita da colonie di pesci, ma volevamo partire con degli elementi reali per poi adattarli alle nostre esigenze narrative".

I realizzatori hanno raccolto un’immensa collezione di immagini di vita subacquea e hanno anche visitato più volte l’acquario di Long Beach per studiare da vicino gli esemplari più interessanti.

Così, per Oscar la scelta è finita su un pesce "pulitore" variopinto, a strisce blu, nere e gialle. Come il nome stesso suggerisce, questo tipo di pesce ha l’abitudine di pulire in continuazione gli altri pesci e l’ambiente circostante, un’attitudine perfetta per il lavoro al lavaggio balene. Angie è un pesce angelo. Il co-supervisore alla regia tecnica dei personaggi Kevin Ochs spiega: "Cercavamo un esemplare elegante: la grande pinna ondeggiante che abbiamo usato per la fluente ‘acconciatura’ di Angie è tipica del pesce angelo".

Lola, invece, è un pesce leone al quale sono stati aggiunti alcuni tratti del pesce drago che la rendono tanto bella quanto letale. "I pesci leone sono splendidi", commenta Ochs, "ma possono anche essere mortali. I loro aculei sono velenosissimi e la loro tattica è attirare le prede il più vicino possibile per pungerle a morte; ci è sembrato perfetto per un personaggio come Lola."

Gli aculei da pesce istrice conferiscono a Sykes un aspetto da duro; ma quando si innervosisce, si gonfia improvvisamente e la sua voce diventa talmente stridula da farlo sembrare ridicolo.

Sebbene ciascun personaggio mantenga i tratti caratteristici della rispettiva specie di appartenenza, sono evidenti anche alcune allusioni all’aspetto degli attori che li interpretano. Le folte sopracciglia di Sykes sono ispirate a quelle di Scorsese, ma rappresentano solo una minima parte, la più evidente, dei dettagli curati in fase di ideazione grafica del personaggio.

"È stato davvero divertente dare ai personaggi l’aspetto dei loro doppiatori", sottolinea Jenson. "Gli animatori sono degli specialisti nel caratterizzare i personaggi secondo gli atteggiamenti e la personalità degli attori, ma ciò è stato possibile anche grazie al lavoro dei disegnatori. Tutti hanno apprezzato l’idea".

Will Smith ne sottolinea l’originalità. "Mi somiglia moltissimo. Mi hanno allungato un pochino le orecchie, ma il pubblico riconoscerà senz’altro qualche tratto di Will Smith in Oscar, e secondo me la scelta non avrebbe potuto essere più azzeccata".

Le labbra di Lola ricordano quelle del suo alter ego vocale e la pinna dorsale ne riproduce la capigliatura fluente. La coda è stata disegnata in modo da sembrare un lungo vestito che mette in risalto le curve e il caratteristico luccichio esalta il fascino di un personaggio che Angelina Jolie sente particolarmente suo. "Non so come abbiano fatto, ma sono riusciti a rendere sexy addirittura un pesce. L’aspetto di Lola va al di là di qualsiasi mia aspettativa; così maliziosa, tutta rossa e scintillante… sono stata fortunata a poterla doppiare".

In Angie ritroviamo diversi aspetti di Renée Zellweger. "Devo dare credito agli animatori per essere riusciti a riprodurre fedelmente le espressioni di Renée", commenta Jenson. "La dolcezza che emana dai suoi occhi e il movimento leggermente asimmetrico della bocca quando parla… semplicemente strabiliante".

Bergeron precisa che anche gli squali si distinguono in base alle caratteristiche dei rispettivi interpreti. "Don Lino ha la voce di Robert De Niro, ma anche il suo famoso neo. Abbiamo riprodotto ogni espressione che siamo riusciti a tirar fuori dalla filmografia di De Niro, dalle commedie ai drammi, per essere sicuri di ritrovarle in questo pescecane. Ogni espressione di Don Lino è in realtà un’espressione di De Niro. Anche il suo profilo è molto più accentuato rispetto a quello di Lenny, il figlio doppiato da Jack Black. Lenny è uno squalo buono, e quindi ne abbiamo addolcito il carattere e i tratti, con denti meno affilati, un naso più tondo e guance più piene".

Jack Black aggiunge: "Nel mio personaggio potete ritrovare me stesso". Anche se l’attore nutre almeno un dubbio sull’aspetto fisico di Lenny: "Credo però che abbiano un po’ esagerato con la pancia. Infatti, ho redarguito il team di animazione esortandoli a ridurre il girovita". Ma le proteste di Black sono rimaste lettera morta, come ribatte Vicky Jenson: "Adoriamo la pancetta di Lenny. Ti viene voglia di fargli il solletico", dice scherzando.

Come di prassi, gli attori sono stati filmati durante le sessioni di registrazione per fornire materiale e fonte di ispirazione agli animatori, guidati dai supervisori Ken Stuart Duncan, Lionel Gallat, Fabrice Joubert, Fabio Lignini e William Salazar. Bill Damaschke conferma: "I nastri registrati durante il doppiaggio sono stati utilissimi in tutti i film che abbiamo realizzato. Ma in questo film, in particolare, la loro importanza è di gran lunga maggiore, poiché gli animatori hanno potuto analizzare ogni attore per crearne un alter ego credibile nei personaggi. Hanno guardato i nastri decine di volte per catturare ogni minimo dettaglio e sfumatura nelle prestazioni degli attori".

Nel caso di Smith, Duncan rivela: "Abbiamo studiato anche molti video musicali di Will per carpire tutti i suoi movimenti. È stato fantastico analizzare le sessioni di doppiaggio perché ci hanno consentito di catturare anche dei momenti simpatici durante le pause di registrazione. Non abbiamo usato solo ciò che dicevano, ma anche i loro atteggiamenti durante i dialoghi".

"Come animatore, una delle cose che mi ha dato maggiore soddisfazione nel lavorare a questo film è stato poter contare su talenti di questo livello", aggiunge Gallat. "Quasi tutto ciò che facciamo per dar vita ai personaggi si basa sulle voci e sull’interpretazione degli attori. Quindi per noi è molto importante, oltre che piacevole, poter lavorare con dei grandi attori che ci consentono anche di divertirci".

Ma non sono certo mancate le difficoltà e le sfide, affrontate grazie alle nuove possibilità offerte dall’animazione digitale. "La tecnologia odierna consente agli artisti di realizzare i propri sogni", sostiene Jeffrey Katzenberg. "È un processo in continua evoluzione nel quale la potenza e la diversità dei vari strumenti che riusciamo a mettere a disposizione dei nostri animatori cresce esponenzialmente a ogni nuovo film. Ciò che siamo riusciti a realizzare in Shark Tale è già avanti anni luce rispetto a quanto abbiamo fatto in Shrek 2 solo sei mesi prima".

Uno dei miglioramenti più evidenti riguarda una tecnica nota come "schiaccia e allunga", spesso utilizzata nei classici dell’animazione diretti da Chuck Jones e Tex Avery. In gergo tecnico, questa espressione indica il procedimento grazie al quale un animatore deforma un oggetto, schiacciandolo o allungandolo, per conferirgli la sensazione del movimento o di un impatto. Questa preziosa tecnica comunemente utilizzata dagli animatori tradizionali è sempre stata alquanto difficile da realizzare al computer in maniera efficace.

Dato che SHARK TALE è il primo film in computer-grafica prodotto interamente nel campus DreamWorks di Glendale, la maggior parte degli animatori era abituata a lavorare con le tradizionali tecniche 2-D e si è trovata a dover sostituire per la prima volta le matite e i colori con il mouse. Il registro comico del film, unito al fatto che i personaggi erano naturalmente molto "flessibili" essendo dei pesci, ha imposto agli animatori di fare uso della tecnica "schiaccia e allunga".

Bergeron spiega: "È molto facile deformare una figura con pochi tratti di matita, ma se si usa un computer è quasi impossibile perché la figura si spezza. All’inizio abbiamo fatto una prova con dei disegni a matita per mostrare ai tecnici cosa desideravamo ottenere e capire se fosse possibile. Ci abbiamo provato e il risultato è stato fenomenale".

Janet Healy continua: "Abbiamo costruito un sistema di controlli che consente agli animatori di deformare i volti e i corpi in qualsiasi direzione e in qualsiasi modo senza sacrificare la coesione geometrica della figura. Grazie a questo sistema, l’animazione ne ha guadagnato parecchio e i personaggi possono eseguire qualsiasi movimento in modo molto naturale, il ché rappresenta un valore aggiunto per una commedia".

L’uso della tecnica "schiaccia e allunga" è evidente in ogni scena del film, ma probabilmente l’esempio più calzante sono i tentacoli delle meduse Ernie e Bernie, soprattutto quando si allungano per "toccare" qualcuno. Rob Letterman osserva: "Ernie e Bernie sono due burloni che amano stuzzicare e torturare Oscar, ma le vere vittime di questa tortura sono stati gli animatori, che hanno dovuto faticare non poco con loro".

Lignini concorda: "Ernie e Bernie non smettono mai di muovere i loro tentacoli simili a tante treccine rasta; il problema era evitare che si incrociassero. In computer-grafica è tutto virtuale per cui gli oggetti non si fermano quando si scontrano o si incrociano ma continuano a muoversi in modo ovviamente poco verosimile".

Un’altra sfida si è presentata agli animatori per dare vita a dei pesci dall’aspetto antropomorfico che da un momento all’altro smettono di nuotare per stare in piedi o sedersi con una postura decisamente umana o viceversa.

Kevin Ochs precisa: "Animare dei personaggi del regno animale che si comportano e si muovono come esseri umani è molto più complesso di quanto possa sembrare. Quando un pesce nuota, le articolazioni principali sono tutte nella parte superiore del corpo; in un personaggio che cammina eretto, il movimento ha il suo baricentro all’altezza del bacino o appena sopra le gambe. Abbiamo dovuto fornire agli animatori gli strumenti adeguati per superare queste difficoltà tecniche e non è stata un’impresa facile".

A prescindere da quanto gli animatori ne antropomorfizzino l’aspetto e i movimenti, i pesci non possono non vivere nell’acqua. Duncan nota: "Tendiamo spesso a far assumere ai personaggi delle pose troppo statiche mentre i pesci fluttuano in continuazione nell’acqua".

Ma non sempre, sottolinea Lignini. "La storia si svolge in una città sottomarina nella quale i pesci abitano come farebbero degli individui qualunque in una vera città. Ed è necessario dare il giusto peso alle cose che si vedono, altrimenti l’illusione non funziona. Il problema era assicurare che i pesci nuotassero nell’acqua e, al contempo, riprodurre la forza di gravità che consente ai pesci di sedersi e stare in piedi come se fossero in una città sulla terraferma".

LA CITTA’ SOTTOMARINA

Da lontano, l’ambiente in cui i pesci protagonisti di questa storia vivono e lavorano sembra una coloratissima barriera corallina naturale, ma se lo si osserva più da vicino ci si accorge che si tratta di una città sottomarina piena zeppa di edifici, cartelloni pubblicitari e ingorghi. Se poi lo si guarda molto attentamente, si noterà che la città è "costruita" con corallo, sabbia e altri elementi naturali a cui i pesci hanno opportunamente aggiunto vari oggetti evidentemente gettati nell’oceano.

Lo scenografo Daniel St. Pierre chiarisce: "Dovevamo disegnare un ambiente che non apparisse come una città sommersa, ma come uno spazio urbano concepito e realizzato dai pesci".

I realizzatori hanno cominciato a utilizzare termini come "pescificato" o "pescificazione" per indicare la trasformazione subita da elementi abitualmente usati dagli uomini in oggetti da associare ai pesci. Lo scenografo Samuel Michlap racconta: "A un certo punto, si sentivano frasi tipo ‘È abbastanza pescificato?’ o ‘Come pescifichiamo questo edificio?’ Siamo partiti da edifici e oggetti di fabbricazione umana noti a tutti; quindi, abbiamo condotto ricerche oceanografiche e studiato i paesaggi sottomarini e le barriere coralline. A questo punto, bastava scegliere un edificio che ricordasse nell’aspetto una pianta o un banco di coralli per creare un ibrido dei due elementi. Il risultato consentiva comunque di riconoscere l’edificio ma con un aspetto completamente diverso e originale".

"Il nostro intento era utilizzare oggetti quotidiani facilmente riconoscibili e ‘pescificarli’ per creare un universo subacqueo fantastico", riferisce Janet Healy.

L’affinità scenografica più evidente è quella tra l’aspetto della barriera corallina e gli scorci facilmente riconoscibili della città di New York; ma come nota St. Pierre "ci sono anche altri elementi che ricordano Las Vegas, Atlantic City e San Francisco mescolati con i fondali della Grande Barriera Corallina e dei Caraibi. Abbiamo praticamene fuso questi due mondi per creare un’ambientazione davvero inconsueta".

"L’abbiamo chiamata Southside Reef, e somiglia a una vera città", afferma Vicky Jenson. "Ci sono quartieri alti e bassifondi, ma nel nostro caso questi ultimi si trovano letteralmente sotto il fondo dell’oceano. Queste sono le zone meno raccomandabili, dove si rischia di fare brutti incontri. I quartieri alti sono più vicini alla superficie e qui l’acqua è decisamente più limpida e cristallina; in queste zone si trovano gli attici dei pesci più abbienti che conducono il tipo di vita a cui aspira qualsiasi pesce, ma soprattutto Oscar".

Lo scenografo Seth Engstrom è convinto che la storia stessa si presti particolarmente a due diversi impianti scenografici. "Sono due mondi contrastanti che è stato difficile far convivere nel film. Da un lato abbiamo i quartieri più chic, caratterizzati dai colori primari vivaci e saturi della barriera corallina, in cui la vita è vibrante e divertente. Dall’altro c’è il mondo torbido della malavita, in cui predominano tonalità neutre, con abbondanza di marroni, grigi, neri e bianchi perfetti per gli squali che vi sguazzano".

Gli squali vivono nel relitto di un’imbarcazione che sembra un incrocio tra il Titanic e la Queen Mary; l’ultima, naturalmente, non è mai affondata ma è una delle navi più famose mai varate. Gli squali hanno trasformato il salone di prima classe in un ristorante esclusivo in cui ha luogo la scena in cui Lenny rivela il suo segreto a Don Lino.

Il lavaggio balene in cui lavorano Oscar e Angie somiglia a un tipico autolavaggio cittadino, con alcune differenze fondamentali: oltre al fatto che i dipendenti sono dei pesci, le auto sono sostituite dalle balene e la cera viene "fornita" dalle tartarughe, l’edificio che lo ospita non è indipendente ma ricavato da un crepaccio naturale nella barriera corallina. "Per evitare che sembrasse troppo ‘umanizzato’, abbiamo escogitato questo anfratto nel quale sono stati installati i macchinari per il lavaggio delle balene", sottolinea Michlap.

Con le sue linee armoniose, l’appartamento all’ultimo grido di Oscar può sembrare un set tutt’altro che "pescificato", almeno fino a quando non ci si rende conto che il divano è fatto di corallo e che i cuscini sono in realtà delle piante che si muovono con la corrente.

Il pezzo forte della scenografia è una versione "pescificata" di Times Square, con tanto di Jumbotron®, cartelloni pubblicitari e ingorghi del traffico. I realizzatori e il team degli scenografi si sono divertiti a coniare annunci di sponsor come Coral-Cola, Fish King, Old Wavy e Gup. E c’è anche il cartello che annuncia la proiezione del film preferito dai pescecani per il quale non è stato necessario "pescificare" il titolo: Lo squalo.

Jenson ammette: "La nostra Times Square è un perfetto esempio di come abbiamo ‘pescificato’ un luogo familiare. Tutti riconoscono la piazza newyorchese con l’affollamento dell’ora di pranzo, i taxi, il rumore assordante. Nella nostra Times Square ‘pescificata’, ci sono pesci che nuotano verso le scuole, altri che si addossano gli uni agli altri in prossimità di semafori fatti di alghe. E altri ancora a scacchi gialli e neri che si lanciano improperi imitando il rumore dei clacson, come dei veri tassisti".

L’animazione della moltitudine di pesci che gremisce le scuole pone gli stessi problemi di quando si deve animare una folla di persone. Si parte con i disegni di quattro pesci principali dai quali vengono prodotte innumerevoli varianti di colori, forme e dimensioni diverse. È così possibile posizionare diversi tipi di pesci nelle varie ambientazioni in base alle esigenze di ciascuna sequenza. La scena dell’ippodromo, ad esempio, ha comportato l’animazione di oltre 5.000 comparse in più di 600 cicli; c’è chi incita, chi salta su e giù, chi mangia, chi parla e via dicendo.

In modo analogo, una volta completato il disegno della città, tutti i vari elementi del set sono stati creati al computer grazie a un’applicazione che il team di animazione digitale ha ribattezzato Toolbox City. Il responsabile della supervisione alla computer-grafica Kevin P. Rafferty spiega: "Avevamo a disposizione diversi moduli di edifici, finestre, elementi architettonici, porte e cartelloni con i quali costruire interi isolati. Grazie a Toolbox City, abbiamo potuto costruire il villaggio di arenaria in cui vive Oscar, ma anche quartieri più moderni e raffinati".

Il supervisore agli effetti visivi Doug Cooper nota che non è stato affatto un compito semplice data la natura organica dell’ambiente. "Non puoi fare un edificio con le finestre tutte uguali se sono scavate nel corallo perché questo continua a crescere e a cambiare forma nel corso del tempo. Il computer è uno strumento perfetto per riprodurre oggetti sempre uguali; le cose si complicano quando ogni singolo oggetto è diverso dall’altro. Abbiamo dovuto potenziare non poco il sistema per poter gestire una mole di dati tanto cospicua e complessa".

Cooper ringrazia in particolar modo HP: "Senza i computer ultraveloci di HP, non saremmo mai stati in grado di completare i complessi algoritmi necessari per il rendering richiesto dai dettagli visivi del film".

Gli artisti digitali di SHARK TALE hanno utilizzato oltre 300 stazioni di lavoro HP dotate di processori duali all’avanguardia. Memorie velocissime hanno consentito ad animatori, disegnatori e responsabili degli effetti visivi e di altri reparti di elaborare in modo interattivo i dettagli sui propri desktop. In questo modo è stato possibile ridurre la complessità degli ambienti di SHARK TALE e creare un mondo sottomarino più ricco e credibile.

Inoltre, le attrezzature HP hanno consentito ai realizzatori di verificare i risultati ottenuti in tempi incredibilmente rapidi, come conferma Janet Healy: "È stato pazzesco poter lavorare a un film così complesso ed essere in grado di verificare il lavoro svolto ogni mattina. Davvero stupefacente".

Il team dei disegnatori ha lavorato a stretto contatto con i registi e con il reparto del layout, capitanato da Gil Zimmerman, per stabilire le migliori angolazioni di ripresa per le varie scene. Il layout è la fase dell’animazione che più si avvicina alla preparazione delle riprese nel cinema dal vivo e, come riferisce Daniel St. Pierre, per SHARK TALE è stato concepito come se si dovessero effettuare delle vere riprese. "Immaginavamo di girare le inquadrature come se dovessimo usare la steadicam, la gru o il dolly".

Le riprese sono state dapprima eseguite su dei modelli reali, quindi riprodotte al computer mediante "animatics", ovvero modelli digitali degli elementi scenici, compresi i personaggi, che hanno permesso ai realizzatori di confezionare scene in 3-D.

Una delle soluzioni innovative proposte da Zimmerman e dal suo team è costituita dalla Sharkcam, ovvero una telecamera virtuale posizionata sulla testa di uno squalo per dare allo spettatore la sensazione di nuotare per la città attraverso la soggettiva del predatore.

SCALANDO NUOVE VETTE

Nell’animazione al computer, ogni nuovo film apre nuove strade. In Shark Tale, i realizzatori hanno dato particolare enfasi all’aspetto visivo grazie all’utilizzo di un’illuminazione globale. Questo tipo di illuminazione conferisce un’atmosfera più naturale alle immagini poiché tiene conto di ogni rapporto possibile tra le fonti di luce e le superfici degli oggetti in un determinato spazio.

Doug Cooper commenta; "Abbiamo fatto enormi passi avanti in ciò che siamo in grado di realizzare dal punto di vista estetico: l’accuratezza dei dettagli, la qualità delle ombre e delle luci... Abbiamo usato un’illuminazione generale per ottenere grande intensità non solo in determinate scene, ma in tutto il film. I controlli artistici che abbiamo sviluppato ci consentono di scolpire e definire le forme con uno stile peculiare che non è necessariamente realistico ma molto efficace".

Una forma di illuminazione generale è quella del bounce shader, un generatore di ombre che calcola tutti i punti delle varie superfici – animate o inanimate – su cui la luce viene riflessa, permettendo al team degli effetti visivi di creare luci e ombre dall’aspetto molto naturale. Illuminare l’ambiente sottomarino comporta altre complicazioni, come i fenomeni di rifrazione ondulata della luce proiettata sulle superfici e quella sorta di offuscamento leggero ma sempre presente anche nelle acque più cristalline che scurisce qualsiasi cosa se si aumenta la distanza dall’oggetto osservato.

Prima di impiegare l’illuminazione generale, i responsabili dell’illuminazione e degli effetti hanno dovuto prevederne accuratamente l’esito in termini di resa dell’immagine. A tal fine, il team ha seguito una serie di lezioni tenute da direttori della fotografia di fama mondiale per apprendere tutte le tecniche più utilizzate nella cinematografia dal vero. "Sono certo che i risultati di questo tipo di preparazione saranno evidenti quando il pubblico vedrà Shark Tale proiettato sugli schermi", confida Cooper.

Un’altra innovazione tecnica nel campo dell’illuminazione, denominata subsurface scattering, è applicabile agli oggetti di natura organica. Essendo porosa, la pelle è permeabile alla luce che da essa viene rifratta e riflessa. Il subsurface scattering riproduce questo effetto al computer, conferendo una naturale trasparenza alla pelle, o meglio, alle scaglie dei personaggi, in questo caso.

I pesci però sono dotati di una maggiore iridescenza che ha richiesto un impiego massiccio di questa tecnica. Il reparto che si occupa delle superfici, guidato da Wesley Burian, ha realizzato numerosi livelli di colore e luce da assemblare in maniera diversa per creare effetti di trasparenza multicolore sulle squame dei protagonisti che, come suggerisce Healy, "assumono una luminescenza paragonabile a quella dei gioielli".

Gli uomini di Burian hanno lavorato sodo alla pelle di Lola, per renderla luccicante al punto da risultare irresistibile agli occhi di un tipo come Oscar. Ma ancora una volta sono state le meduse a rappresentare l’ostacolo maggiore. "È stato complicatissimo renderle traslucide in modo realistico", sottolinea Burian. "Ho studiato tutti i tipi di medusa, ma quando vedi questi animali dal vero in acqua sono quasi invisibili. I registi, però, volevano che Bernie ed Ernie risultassero dei personaggi brillanti e affascinanti. Abbiamo dovuto creare delle ombreggiature speciali per far sembrare le loro cupole gelatinose ma non vuote".

Gli effetti relativi all’acqua e agli elementi liquidi sono un tema abbastanza comune quando si affronta un film d’animazione, ma mai come in una storia ambientata interamente nel mondo subacqueo. Il supervisore alla computer-grafica Michael McNeill precisa: "Abbiamo deciso consciamente di non marcare troppo questo aspetto, e di fornire piuttosto dei piccoli indizi come bollicine, increspature o particelle fluttuanti per ricordarci che tutta l’azione si svolge sott’acqua".

"Ci sono bolle dappertutto", afferma il responsabile degli effetti visivi Michael A. Miller. "Almeno nel 90 per cento delle scene troviamo delle bolle".

Ma ci sono bolle e… bolle. Cooper ammette: "Pensando a tutte le sfide che abbiamo affrontato in Shark Tale, di certo non avevo previsto di dover realizzare delle bolle di sapone sotto il mare. Oscar lavora al lavaggio balene, per cui questo aspetto avrebbe inciso non poco".

I realizzatori hanno discusso sul modo in cui le bolle di sapone avrebbero dovuto apparire, trattandosi di una sostanza liquida immersa in un’altra sostanza liquida: se fluttuare verso l’alto e dissolversi come accade al caffè di Luca in una scena comica o volteggiare come fanno le vere bolle di sapone nell’aria.

"Abbiamo finito per adottare una soluzione intermedia", continua Cooper. "Abbiamo realizzato un effetto in cui appena si formano le bolle scivolano sulla pelle delle balene; ma quando gli operai iniziano a strofinare, il sapone si dissolve in una schiuma che fluttua via, nell’acqua. È un piccolo trucco, ma in alcuni casi è più importante tener conto dell’effetto stilistico e non della realisticità delle scene".

Un altro problema che si pone sott’acqua e che niente è mai statico o fisso. La vegetazione sottomarina ondeggia in continuazione per via della corrente e le pinne dei pesci continuano a muoversi. In sostanza, a meno che non si inchiodi qualcosa al fondale, tutto è in movimento costante. Nonostante la complessità dell’impresa, il team degli effetti visivi ha eseguito le direttive nel migliore dei modi.

"I registi ci hanno chiesto di cadenzare i movimenti in base al ritmo delle musiche", rivela Miller. "In questo modo, gli effetti si sincronizzano al ritmo narrativo del film. I brani musicali sono dunque stati un elemento fondamentale".

APPUNTI MARINI

La colonna sonora di SHARK TALE combina canzoni e partiture originali composte da Hans Zimmer, abituale collaboratore di Jeffrey Katzenberg. "Il nostro sodalizio dura ormai da anni e abbiamo una grande stima uno dell’altro", afferma Katzenberg. "Ha lavorato al film e ancora una volta il suo apporto è stato impagabile".

Bill Damaschke commenta: "Hans ha svolto un lavoro straordinario per dare omogeneità a un film che spazia in stili e generi diversi, dall’ambientazione urbana raffinata al registro comico sui gangster e alla storia d’amore. Ci sono momenti orchestrali accostati a numerose canzoni, e Hans è riuscito a rendere l’insieme molto coerente".

La musica è parte integrante della storia in SHARK TALE, cosa del resto non insolita in un film di animazione. Ma la colonna sonora è certamente un po’ insolita, come argomenta il supervisore Darren Higman: "Considerate le location in cui è ambientata la narrazione, che ricordano molto il centro cittadino di New York, volevamo che la musica restituisse l’atmosfera metropolitana".

Damaschke concorda: "La musica doveva essere appropriata al mondo che accompagna, avvolgere la barriera di un sound urbano contemporaneo, ovvero hip hop, R&B, rap e pop. È la musica di questa generazione che domina le classifiche tutte le settimane".

"Alcuni potranno pensare che questo tipo di musica – sebbene molto popolare al giorno d’oggi – stoni un po’ in un film di animazione. Ma l’originalità di questa scelta risiede nel fatto che nessuno aveva mai proposto un simile accostamento prima d’ora. Abbiamo potuto sperimentare ed essere creativi nell’ottica di questa scelta stilistica", aggiunge Higman.

I realizzatori si sono affidati a un gruppo di artisti che vanno per la maggiore. Il supervisore alle musiche Laura Wasserman commenta: "È incredibile essere riusciti a riunire tanti artisti di quel calibro per un film di animazione; loro stessi si sono meravigliati. Sono entusiasti di questo progetto perché rappresenta una vera novità".

"È una squadra di talenti eccezionali", assicura Katzenberg. "Abbiamo ripescato alcune canzoni riadattandole al film; c’è poi un certo numero di canzoni nuove e originali scritte appositamente per noi".

La prima canzone a essere rivisitata per SHARK TALE è stato un classico della disco music come Car Wash. Higman nota: "Dato che Oscar lavora in un lavaggio balene, non potevamo non utilizzarla. Non c’era canzone migliore e, anzi, penso che fosse specificata già in sceneggiatura".

Wasserman evidenzia come Car Wash non funga da semplice accompagnamento: "Ci consente di inscenare un grandioso numero di danza, per cui abbiamo dovuto registrare il brano molto presto per poter poi animare la scena seguendone il ritmo. Nell’animazione non è possibile montare le inquadrature in modo che si adattano alla canzone; è più complesso".

Per coreografare il balletto, gli animatori hanno frequentato lezioni di danza. Non certo per imparare personalmente a ballare, ma per apprendere le tecniche per i passi da far eseguire ai personaggi durante Car Wash. I realizzatori hanno reclutato Nadine "Hi-Hat" Colquhoun, nota per essere la coreografa di Missy Elliott, per insegnare loro i movimenti giusti. Il supervisore all’animazione Fabrice Joubert osserva: "Hi-Hat ha concepito i passi di danza per i personaggi, e per noi è stato un punto di riferimento cruciale. Ci ha aiutato a catturare l’essenza dell’hip-hop".

Oltre a coreografare il balletto sulle note di Car Wash, Hi-Hat ha insegnato agli animatori i passi del numero relativo alla scena del party nel nuovo attico di Oscar, mostrando loro come conferire dinamicità ai movimenti del protagonista. "Oscar è sempre così pieno di energia; perfino quando cammina è come se danzasse", spiega Joubert.

La nuova versione di Car Wash è eseguita da Christina Aguilera in duetto con Missy Elliott, e Higman ritiene che "sia addirittura migliore dell’originale".

Un altro duetto vede Sean Paul e il doppiatore Ziggy Marley alle prese con Three Little Birds, uno dei grandi successi del compianto Bob Marley. Vicky Jenson ammette: "Eravamo un po’ titubanti a chiedere a Ziggy di riprendere la canzone di suo padre, ma lui ha apprezzato molto l’idea".

La superstar Justin Timberlake ha cantato insieme ai Timbaland un brano originale intitolato Good Foot. Higman ricorda: "Quando abbiamo pensato di chiedere a Justin di essere dei nostri, ci sembrava di volere la luna, ma fortunatamente lui era interessato alla cosa e ci ha regalato una splendida canzone".

L’idolo degli adolescenti JoJo interpreta Secret Love, brano che racconta l’amore di Angie per Oscar. Anche Lola ha un tema che la accompagna, appropriatamente intitolato Gold Digger (espressione idiomatica che indica una donna particolarmente avida), eseguita dalla star del rap Ludacris con Bobby V. e Lil’ Fate.

Altri artisti che prendono a parte a SHARK TALE sono: D12, con Lies & Rumors; Avant, con I Can’t Wait; India.Arie, con Get It Together; le Pussycat Dolls, che cantano We Went As Far As We Felt Like Goin’; Fan_3, con Digits; e Cheryl Lynn, che interpreta Sweet Kinda Life.

Il brano forse più rappresentativo del tema centrale di Shark Tale è il remake di Got to Be Real, eseguito da Mary J. Blige con la star del film Will Smith. Katzenberg sostiene: "È una sorta di inno del film, perché in definitiva Oscar capisce che per ottenere ciò che si desidera, nella vita occorre restare ancorati alla realtà. Così, abbiamo usato questa canzone per rafforzare il senso della storia e accompagnare Oscar nel suo viaggio personale".

"La vita ci riserva molte sorprese e, come nei film, le persone – o magari i pesci –devono affrontare viaggi straordinari per scoprire che ciò di cui si ha bisogno è già davanti ai nostri occhi", riflette Damaschke.

"A tutti prima o poi capita di trovarsi in una situazione in cui si pensa ‘la mia vita sarebbe perfetta se solo...’", ammette Jenson. "Oscar non si rende conto che la sua vita gli ha già dispensato la vera ricchezza dell’esistenza, ma alla fine imparerà ad apprezzarla".

Will Smith conclude: "Il vero messaggio del film è che la grandezza delle cose non è in ciò che si ha, nel posto in cui si vive o nei vestiti che si indossa. La grandezza è in ciò che siamo, e su questo non possiamo fingere. L’essenza dell’universo rivelerà sempre se sei sincero e veramente buono".

 

postato da: cinemotore alle ore 20:19 | Permalink |
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martedì, 01 febbraio 2005

  

MA QUANDO ARRIVANO LE RAGAZZE ?

si ringrazia  BIANCAMANO – VAILATI per “INTESA&cp”

 

ANTONIO AVATI e RAI CINEMA
 

presentano

MA QUANDO ARRIVANO LE RAGAZZE ?

un film di

PUPI AVATI

con

CLAUDIO SANTAMARIA

VITTORIA PUCCINI

PAOLO BRIGUGLIA

e con la partecipazione di

JOHNNY DORELLI

 

MA QUANDO ARRIVANO LE RAGAZZE ?

una coproduzione  RAI CINEMA  -  DUEA FILM 


 

Intervista a Pupi Avati

 

Perchè ha scelto di intitolare il suo film “Ma quando arrivano le ragazze?”

 

“Si tratta di un titolo, di una frase che evoca in noi maschi una particolare età della vita: non c’è generazione transitata attraverso la giovinezza e l’adolescenza che non abbia ripetuto, reiterato più volte questa domanda. Mi è piaciuto allora pensare che esista una stagione della vita in cui le ragazze arrivano, una stagione che può essere in qualche modo circoscritta, che abbia una sua alba in cui le ragazze si palesano ed anche un suo tramonto in cui le ragazze non arrivano più.. Penso che sia il periodo più straordinario nell’esistenza di un individuo, l’incontro col grande mistero rappresentato dalla donna, dall’amore, dall’altro da sé. Attraverso questa domanda io metto in scena per la prima volta nella mia vita una generazione alla quale ahimè non appartengo, quella che oggi ha 25 anni, forte del convincimento che malgrado le culture si succedano attraverso atteggiamenti e modi diversi ci siano comunque delle costanti che mi permettono di riconoscermi totalmente nei comportamenti di quelli che ebbero 25 anni nei primi del ‘900 (“Il cuore altrove”), cosi’ come di chi ha 25 anni oggi”.

 

Che cosa si è ripromesso di portare in scena?

 

“Il pretesto è quello di raccontare ancora una volta un’amicizia (un sentimento che ricorre molto spesso nei miei film) attraverso però un’angolazione diversa, quella della distinzione fra talento e passione, un tema che ad esempio suscita regolarmente  grande interesse nel corso delle decine di incontri a cui prendo parte coi giovani nelle università e nelle scuole. La differenza fra passione e talento è fondamentale nell’ individuazione della propria vocazione e ognuno di noi, in un’età in cui le scelte sono ancora possibili, dovrebbe porsi questo problema ma la famiglia, la scuola, la Chiesa, lo Stato non fanno niente di concreto perché questo accada: nessuno ci ha insegnato a distinguere, ad individuare la nostra vocazione, nessuno ci ha detto che è questo in definitiva il segreto per conseguire la realizzazione di noi stessi. Spesso si confonde la vocazione con la passione e siamo infatti circondati da un’infinità di individui che si ostinano ad esprimersi attraverso strumenti per i quali non hanno nessun talento. Il mio film racconta questa storia in modo leggero approfittando di due sentimenti fondamentali che sono l’amicizia e l’amore”.

 

Può sintetizzarne la trama?

 

“Nick (Claudio Santamaria) e Gianca (Paolo Briguglia) sono due amici che condividono lo stesso sogno musicale e -da un certo punto della vita- la stessa passione per una ragazza, Francesca (Vittoria Puccini). A dividerli, a  mutare l’amicizia in inimicizia ci sarà però la scoperta di un talento evidente e fortissimo di uno dei due che l’altro non riuscirà a compensare attraverso la sua passione. L’amicizia si trasformerà via via in inimicizia, l’amore per la stessa donna diventerà disamore e tutto questo produrrà un finale del tutto imprevedibile. Nella vicenda un posto importante è occupato anche dal padre di Gianca (Johnny Dorelli), una figura bellissima e capace di tenerezza sconfinata che ha tutte le prerogative di un padre che Antonio ed io abbiamo perduto da bambini”.

 

 


Intervista a Claudio Santamaria

 

Come è nato il suo coinvolgimento nel film?

 

"Quando ho incontrato per la prima volta Pupi sapevo che voleva vedermi per affidarmi il ruolo di Gianca: ci siamo un po’studiati a distanza come nei western, ma poi lui è stato subito molto chiaro, quel personaggio avrebbe dovuto  portare in sé un entusiasmo naturale nell'approccio alle cose ma lui al momento non riusciva a vederle in me. Quando suo fratello Antonio ha suggerito allora che potevo essere più giusto per il ruolo del trombettista Nick  ho letto con attenzione il copione che mi è piaciuto molto, ci siamo riparlati e ho riferito ad Avati le mie impressioni sui due protagonisti che vedevo molto incentrati sulla fatalità: uno segue il proprio destino, l'altro che - non accettando il corso naturale delle cose- lo forza e gli va male… Pupi ha voluto che iniziassi a studiare la tromba, io sapevo fare solo la scala di Do e allora ho cercato di imparare tutto quello che potevo con l’aiuto del maestro Giancarlo Caminelli chiamato dall'Università della Musica per insegnarmi tutto quello che avrei dovuto sapere. Una volta ricevuti i brani che avrei dovuto eseguire in scena ho studiato per un mese almeno quattro ore al giorno perché sarebbe stato importante risultare credibile quando avrei suonato sul set. Al momento delle riprese è stato importante avere le basi anche per i fiati e credo di avere "ricoperto" adeguatamente i brani registrati in playback, conoscevo già bene ad esempio i tempi dei diversi pezzi e sapevo quando "attaccare", con le posizioni giuste di partenza e di arrivo dei tasti nei brani più veloci. Una volta superata la fase iniziale di rodaggio ho poi suonato direttamente io alcuni brani più facili e alcuni esercizi: ci sono ad esempio tre pezzi di be-bop che eseguo in scena prima in un locale e poi a un Festival a Villa Celimontana, a Roma. Sono dei brani che hanno un giro armonico, ho fatto delle improvvisazioni e poi abbiamo riscritto tutte le note con un lavoro molto meticoloso, il mio obiettivo era di far credere non solo ad uno spettatore meno informato ma anche agli addetti ai lavori che i pezzi meno veloci potevo suonarli davvero io. Se c’era un playback molto lento riuscivo a “catturarlo” e quello era l'unico modo per non dover staccare in continuazione: alla fine tutti erano soddisfatti, Pupi si è complimentato molto e io alla fine delle riprese ho comprato la tromba che ho suonato nel film ed ho continuato a studiare con lo stesso maestro..".

 

 Cosa ha trovato di insolito in questa esperienza?

 

“Non saprei, c'era sul set un clima divertente e piacevole, anche se nella fase iniziale non ero troppo a mio agio e mi dovevo adattare ad un contesto per me nuovo. C'è stato da subito un grande silenzio e un grande rispetto per il lavoro di tutti e questo mi e' piaciuto tanto, c'era un bel cameratismo ed è stato semplice sintonizzarsi in fretta. C'erano dinamiche che potevano cambiare in base agli attori che lo avrebbero interpretato, io ho cercato di cucirmi un po’ addosso il personaggio come tendo a fare  un po' sempre, mettendo in Nick diverse cose che mi appartengono.

Il lavoro su un ruolo è sempre una ricerca dentro se stessi, una ricerca di quello stato d'animo particolare in cui una volta almeno nella vita ci si è trovati. La differenza è che il personaggio che interpreti la vive costantemente mentre tu ci metti tutta la tua esperienza, cerchi di fare il punto della situazione, di valutare se ti è accaduto qualcosa di analogo in cui puoi “pescare” per ritrovare stati d'animo, emotività e situazioni. E’ un lavoro complesso e difficile, un processo molto interno ma alcune volte basta ricevere un certo input adeguato e il tuo corpo e la tua mente si mettono nello stato di cui avevi bisogno..”

 

Sente il suo personaggio vicino in modo particolare?

 

"Nick mi ha incuriosito subito per il fatto che suonava la tromba come stavo iniziando a fare io nella vita, ma di lui mi è piaciuta soprattutto l'introversione, un lato del mio carattere che era molto sviluppato quando ero più giovane e che col tempo si è un po' ammorbidito. E’ una parte di me molto leggera ma ho sempre bisogno di tornare a quell' altra parte, se fai un lavoro in cui sei a contatto sempre con molta gente, ti è necessario e ti viene più normale cercare di essere più comunicativo...”

 

Come spiega il percorso di Nick?

 

“E' una persona schiva e silenziosa, all'inizio non ha troppa fiducia in se stesso, ma poi lo vediamo acquistare sicurezza e scoprire la sua strada e la sua collocazione nel mondo. Si evolve non tanto caratterialmente quanto attraverso la musica, va avanti perché asseconda il proprio talento e la sua evoluzione ne è la diretta conseguenza, al contrario di Gianca che va avanti trovando un amore ed una moglie piuttosto che continuare a cercare di assecondare un talento evidentemente meno forte rispetto a quello esplosivo di Nick. Anche lui è come se rinunciasse a un suo sogno, sceglie quell'altra strada ma non è detto che la passione debba essere qualcosa a cui si rinuncia..”

 

Il film secondo Lei poteva essere ambientato  anche in un altro contesto?

 

"La musica conta molto, ma non è un film per addetti ai lavori del settore, la vicenda passa attraverso la musica ma anche per l'amicizia. Il copione era solido, emozionante e toccante, mi inteneriva il senso di rinuncia da cui era pervaso e lo scoprire che si tratta di dinamiche molto diffuse: quando ti capita di leggere una sceneggiatura di tale portata ti ritrovi con il 70% del lavoro già fatto e se riesci ad emozionare qualcuno fin dalla fase della lettura devi essere proprio un regista maldestro per dirigere poi male la tua storia… Pupi evidentemente non lo è, tiene molto al lavoro con gli attori (ad esempio segue la scena sempre da vicino e mai dal monitor e questo è molto importante e rassicurante per chi recita), ha sempre le idee molto precise ma poi le cose si sono costruite tutte un po' insieme senza mai bisogno di discutere granché "

 

Intervista a Johnny Dorelli

 

Che cosa l’ha spinta a tornare su un set cinematografico a distanza di tanti anni?

 

“Avevo rinunciato da diverso tempo al cinema, ho rifiutato a lungo certi ruoli “scorbutici” e sconvenienti, li ho evitati a priori, non sono andato per dieci anni nemmeno in tv e mi sono dedicato solo al teatro ed alla musica. Ho tagliato corto, ma se ci sono ruoli adeguati con le persone giuste vale sempre la pena di tornare sui propri passi. L’età dei ruoli cambia, ma queste sono partecipazioni piacevoli, gradevolissime: avevo lavorato con Pupi Avati in passato per realizzare alcuni spot pubblicitari e quando lui si è ricordato di me dopo tanto tempo e mi ha cercato per propormi di partecipare a questo film mi ha fatto davvero piacere ritrovare sia lui che suo fratello Antonio che sono non solo dei professionisti seri ma anche persone umanamente importanti”.

 

Che cosa ha trovato di diverso dal solito su questo set?

 

“C'era un'attenzione al prodotto ed alla qualità, c'era una mano diversa, Pupi lavora sempre con entusiasmo e segue molto gli attori ed io mi sono ritrovato subito a mio agio, accettando volentieri ogni consiglio perché mi veniva da qualcuno che ci sapeva fare davvero. Sono contento di avere interpretato questo ruolo di commercialista rampante, musicista un po' fallito, con un figlio meno riuscito di lui su cui ha riversato la sua volontà di sfondare nel mondo della musica. Quest'uomo -divenuto tra l’altro bevitore per dimenticare le  amarezze- che cerca di realizzarsi e di vincere le proprie frustrazioni per interposta persona è un padre che non si arrende e che non vuole prendere atto dell'assenza di talento nel ragazzo e della sua mediocrità artistica, vuole solo prendersi una rivincita con il suo paese e con la musica che non l'ha assecondato (ci sono alcune scene in cui lui suona il piano ad una festa in un circolo e nessuno se lo fila...). Mi piace il fatto che si tratta di una storia di giovani realistica, né commedia né dramma, ma in grado di raccontare la vita con grande misura e senza effetti fini a se stessi”.

 

C’e’per Lei qualcosa di autobiografico in questa vicenda?

 

“Si, anche mio padre mi sollecitava a studiare la musica, ci credeva tantissimo, era un buon cantante, collega all’epoca di Luciano Tajoli, ma a un certo punto ci siamo trasferiti in America, la nostra famiglia aveva bisogno di concretezza e lui smise di cantare. Da quando avevo 11 anni fino a quando ne ho avuti 14 mentre frequentavo li’ la High School  -l'equivalente del nostro Conservatorio- suonavo per mio padre durante le sue lezioni private di canto e la sera invece mi esibivo per gli italo-americani che ascoltavano la radio.

Poi, crescendo, ho avuto un cambiamento di voce ed ho smesso di cantare, ma in seguito il canto mi ha dato la possibilità di risolvere vari problemi della mia famiglia quando sono tornato dopo sei anni in Italia nella seconda metà degli anni ’50. Mio padre fece appena in tempo a vedermi vincere il Festival di Sanremo insieme a Domenico Modugno con "Nel blu dipinto di blu" e poi è morto a soli 43 anni, quando io ne avevo 20.. Nel film di Pupi ci sono delle analogie ma il padre di Gianca esaspera un po’ tutto, non valuta la reale qualità, non crede che il figlio sia un po' negato e al suo mancato talento, mentre invece mio padre sapeva cantare ed insegnare ed aveva intuito i miei potenziali, non mi impediva di suonare il piano. Certo, è una storia che ti segna…”

 

Intervista a Vittoria Puccini

Come è stata scelta per questo ruolo?

“Sono stata segnalata a Pupi Avati da suo fratello Antonio che mi aveva visto ed apprezzato in tv in “Elisa di Rivombrosa” e naturalmente sono stata subito consapevole che un film per il cinema con un simile grande autore rappresentava per me un'occasione unica. Non ho sostenuto nessun provino, quando ho incontrato Avati la prima volta nel suo ufficio lui aveva già le idee molto chiare e -come se si trattasse di una favola- mi ha raccontato il film che aveva in mente in ogni minimo particolare e questa attenzione mi ha subito sorpreso piacevolmente perché in genere i registi sono molto gelosi del loro lavoro…”

La Francesca che interpreta le somiglia?

 

“E' un personaggio complesso, sottile, ricco di sfumature che mi ha permesso di  confrontarmi con emozioni, stati d'animo e corde espressive differenti sia sul set che nella fase di doppiaggio. E’una ragazza sicura di sé solo in apparenza, in realtà è ancora molto incerta nei confronti della vita. Si ritrova ad essere un elemento chiave all’interno dell'amicizia profonda tra i due protagonisti, Nick (Santamaria) e Gianca (Briguglia), riceve contemporaneamente le attenzioni dei due amici musicisti, inizia una storia d’amore con uno e poi rimane attratta dall’altro, ma arriva a sposare quest'ultimo non perché ne sia davvero innamorata, piuttosto soltanto perché si sente amata. Francesca mi somiglia magari nella sua timidezza, ma pur nella sua grande fragilità di fondo è un personaggio lontano da me. Mi affascina però il suo mistero di donna che non si esprime in maniera diretta e vive tutto in maniera interiore, lasciando trasparire molto poco all’esterno: le si legge tutto nello sguardo, il suo fascino (e forse la sua dannazione) è tutto in quella sua tendenza a dire e non dire ed a lasciar trasparire molto poco all’esterno. In realtà lei ha capito molto poco di se stessa e di quello che vuole davvero nella vita, si accontenta un po’ troppo delle cose senza rischiare e senza seguire magari quello che le dice l’istinto: è una ragazza sicuramente confusa, preferisce scendere a compromessi e rinunciare a lottare per quello che desidera ardentemente. Accetta con Nick il compromesso di un matrimonio che apparentemente può darle la tranquillità con una scelta un po' di comodo e si innamora più che altro del fatto di sentirsi totalmente amata e che il suo uomo- dopo avere rinunciato alla musica, alla sua passione o comunque alla sua vocazione profonda- la tratti come una regina. Lei nei suoi confronti non prova vero amore, la propria felicità è più che altro un riflesso di quella dell’altro. In realtà è debole ed ha un equilibrio fittizio: quando stai con una persona e decidi di stare con qualcun altro è come se accumulassi un risentimento ed un “debito” per cui al primo errore fai pagare al malcapitato oltre il dovuto e lo trasformi in capro espiatorio. Il problema fondamentale di Francesca, insomma, è la mancanza di un sentimento sincero e convinto".

 

 

Cosa Le è piaciuto della storia?

 

"Credo che riesca ad analizzare acutamente personaggi eterni e meccanismi diffusi come l’amicizia, l’amore ed il tradimento. I due ragazzi rappresentano la differenza fra talento e passione ed incarnano due modi diversi di essere innamorati della musica. Francesca entra nel rapporto tra i due e crea inevitabilmente una serie di gelosie: si sente attratta da entrambi anche per essere partecipe del rapporto di intensa amicizia che loro due hanno e che la vede esclusa, è un equilibrio delicato e complicato che rispecchia però sentimenti veri che credo siano comuni a tante persone".

 

Come si  è  trovata sul set con Avati?

“E’un regista nel vero senso della parola, tra di noi si è creato un rapporto maestro-allieva, lui ti dirige, ti guida, ti protegge e, fatto determinante per un attore, ti segue nella costruzione della scena e ti fa capire esattamente quello che vuole. Sa comprendere gli attori e valorizzarli al meglio, c’è sempre un arricchimento in ogni scena, non vuole che tu ti forzi o che tu appaia costruita, cerca sempre di valorizzare la tua natura, se necessario modificando ed aggiungendo per valorizzare quello che hai. E’un direttore-orchestratore che ti dirige dalla A alla Z, ti aiuta ad impostare il personaggio e il timbro della voce, ma è un maestro non solo di cinema e di recitazione ma anche di vita. E’ un grande del cinema ma anche un grand'uomo e stargli vicino è qualcosa che ti fa sempre bene. Ad esempio mi hanno affascinato molto i suoi racconti e le sue esperienze che tutta la troupe si fermava ad ascoltare nelle pause, era sempre molto generoso nel volerti rendere partecipe di alcune cose che molti altri al suo posto avrebbero tenuto gelosamente per sé".

 E com’è andata con gli altri attori?

"Io e Claudio Santamaria ci eravamo sfiorati un paio di anni fa sul set di “Paz!” di Renato De Maria ma posso dire che ho conosciuto davvero sia lui che Paolo Briguglia soltanto sul set, anche se li stimavo già moltissimo prima, da attori straordinari quali sono. Mentre il mio personaggio appartiene ad un altro mondo ed è molto lontano dalla musica di cui rappresenta l'alternativa, sia loro due che gli altri interpreti si sono esercitati a lungo prima e durante le riprese a suonare il proprio strumento per essere credibili come musicisti: molto spesso quando giravamo sembrava di essere in un conservatorio e la musica jazz si è rivelata la colonna sonora non solo del film ma anche dell'intera lavorazione. Un set cinematografico è qualcosa di profondamente diverso rispetto a quello di una  fiction, è tutto molto differente sia per il modo in cui si lavora sia perché si tratta di un altro linguaggio: te ne accorgi sia mentre reciti sia quando ti rivedi sullo schermo, - pur essendo molto contenta di lavorare con grandi professionisti negli sceneggiati tv il cinema è inevitabilmente un'altra cosa.. ".

 

Intervista a Paolo Briguglia

 

Come è stato coinvolto in questo film?

 

"La mia agente mi aveva segnalato ad Avati perché mi incontrasse ma in realtà i suoi di Pupi non sono provini veri e propri ma colloqui approfonditi in cui lui cerca di capire le persone ed il loro tipo di carattere. C’è stato un primo incontro molto bello in cui lui mi ha raccontato la storia del film: dovendo il personaggio di Gianca rappresentare un ragazzo che somigliava a lui ed alla sua  vera storia c'era bisogno di un buon feeling ed è scattato subito qualcosa che mi ha colpito e commosso nonostante la differenza di generazioni tra noi".

 

Che rapporto si è creato con il regista?

 

“Pupi per me ha rappresentato la guida migliore possibile che potessi desiderare, sia prima che durante le riprese, perchè riesce subito a vedere dentro di te tutto quello che ha bisogno di essere liberato. E’ forse l'unico regista con cui abbia mai lavorato che non guarda mai la scena da girare nell’ormai abituale monitor, ma guarda te in scena dal vivo, creando un rapporto diretto che è fondamentale perchè offre continue possibilità di confronto. Lui ha una personalità molto forte, gli leggi negli occhi una grande capacità di introspezione e se osserva il lavoro di un attore ne riesce a vedere i “tranelli” in cui può cadere e perciò lo mette in guardia e gli impedisce di sbagliare. Una volta in scena mi ha messo spesso di fronte ai miei limiti, se prendevo iniziative autonome mi fermava, ma alla fine ho capito che se mi fossi lasciato andare ai miei consigli avrei imparato tanto (nel film tra l’altro sono l'io narrante e rappresento lui e la sua esperienza reale e perciò c'è una certa piccola responsabilità in più). Il nostro è un film che vive della recitazione degli attori e sul set c'è stato un lavoro intenso tra noi che puntava a mantenere uno stile sobrio, anche perchè lui ama girare le storie così come le ha scritte ed è attento allo sviluppo lineare del racconto. Abitualmente quando mi rivedo subito dopo aver recitato vorrei subito cambiare mestiere, anche se non credo di essere un inguaribile perfezionista mi capita di ritrovare in genere anche una parte di me che al momento non conoscevo e che mi spiazza, facendomi sentire un senso di inadeguatezza: tutto questo mette in ballo il desiderio di fare molto meglio e ti fa confrontare costruttivamente con gli altri che trovi sempre e comunque più bravi di te… L’ interrogarsi sul proprio talento, del resto, credo che sia un tema particolarmente nell'aria, può rappresentare lo stimolo profondo che ti fa andare avanti e ti fa crescere o che invece può dar vita a qualcosa che ti blocca definitivamente..”

  

Cosa Le è piaciuto in questo personaggio, lo ha trovato nelle sue corde?

 

“Gianca non ce la fa, per lui il successo non arriva e allora deve confrontarsi con il limite evidente di avere investito in un'attività che non restituisce nulla: rimane più o meno al livello di sempre e quando suo amico compie un salto da gigante si rende conto finalmente che il loro era un confronto impari… E' tutto nato da una commozione iniziale, dal senso di amarezza che si prova quando scopri di non avere il talento che sognavi: si tratta di un tema comune a molti giovani che investono le loro energie in qualcosa e poi si chiedono se è giusto farlo o se si è votati a fallimento. E’ un dilemma che caratterizza gli artisti in generale, musicisti o attori che siano. Avati l'ha vissuto molto da vicino, per lui quel periodo della sua vita è particolarmente doloroso e questo dà alla sua storia qualcosa di molto vero”.

 

Come si è trovato con gli altri attori?

 

"Avevo recitato con Santamaria solo per un giorno sul set di "Paz!” di Renato De Maria ed è stato bello lavorare con lui in questa nuova e bella occasione perchè lui ha una grande generosità d'attore, è emotivo e divertente. Ho pensato subito che fosse perfetto per il suo personaggio di Nick, un ragazzo molto legato al mio Gianca che a sua volta gli è molto anche se un po' lo odia perché è molto più capace di lui e riesce a fare facilmente quello che lui col massimo sforzo non riesce a fare. La cosa singolare della sceneggiatura è che sono frequenti i momenti di rammarico, amarezza e scontro, anche se ogni tanto si aprono degli squarci di sole nei momenti cupi. Abbiamo iniziato le riprese girando le scene forti e difficili sul tema del tradimento e della separazione ed è stata una dura prova per tutt'e due che ha creato però tra noi una forte complicità. Claudio è un attore sensibile ed ha capito e trovato una misura molto bella nel rendere bene di Nick sia la partecipazione amicale che il distacco per valorizzare il proprio talento, un equilibrio questo che manca a Gianca il quale per andare avanti nella musica non è autonomo e si consolerà col rubargli la ragazza che rappresenta l’alternativa rispetto alla vita precedente alla musica e che finirà  per sposare dopo avere ripiegato a fare il commercialista come suo padre.”

 

postato da: cinemotore alle ore 13:45 | Permalink |
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