mercoledì, 12 gennaio 2005

 

 

 

 

 Ray

 

  Foto Imagenet

SI RINGRAZIA CRISTINA CASATI E MARINA CAPRIOLI

 

Note di produzione

"Il soul è un modo di vivere, ma è sempre il più difficile".
Ray Charles

 Se la vita di un uomo è soltanto la somma di una serie di eventi, allora quella di Ray Charles può essere letta come una storia di alti e bassi personali sullo sfondo di una lunga carriera musicale costellata di successi.
 Ma nel caso di un uomo nella cui vita le battaglie, la sofferenza e la cecità si sono intrecciate fino a confondersi, così come nella sua musica una miriade di stili diversi - jazz, rhythm & blues, rock and roll, gospel, country & western - si sono fusi in un'unica arte, quella storia si trasforma nel viaggio faticoso e suggestivo di un genio insuperabile dotato di una visione particolare… la vicenda di un uomo che è riuscito a regalare al mondo un nuovo modo di sentire la musica.
 RAY è la storia inedita e drammatica della vita di una leggenda della musica americana, Ray Charles, portata sul grande schermo dopo un lavoro durato quindici anni dal regista TAYLOR HACKFORD e dall'attore JAMIE FOXX, in una delle sue più brillanti interpretazioni.
 Il regista Hackford (L'avvocato del diavolo, L'ultima eclissi, Ufficiale e gentiluomo) - che negli ultimi quindici anni ha sviluppato il progetto insieme al produttore STUART BENJAMIN (La Bamba, La lunga strada verso casa, Un amore una vita) e allo stesso Ray Charles - propone il ritratto senza ombre di un artista che è riuscito a trasformare il buio in cui viveva in una luce abbagliante. La storia di RAY - quella di un povero bambino cieco, nato nel Sud razzista, che ha saputo abbattere barriere sociali e artistiche e ha cambiato la storia della musica americana - è la tipica storia americana dell'uomo che lotta per essere padrone del proprio destino.
Con Foxx nel ruolo del protagonista in un'interpretazione assai intensa e realistica, RAY segue il periodo più instabile della carriera di Charles, che ebbe inizio quando quel giovane cieco di colore salì coraggiosamente da solo su un autobus e attraversò gli Stati Uniti per perfezionare la propria arte nella vivace scena jazz di Seattle. Dalle prime lotte per essere trattato in maniera equa e per farsi strada da solo, alla scoperta da parte dell'Atlantic Records e alla successiva ascesa fino alla fama mondiale, dalla lotta contro la droga alle sue appassionate storie sentimentali, la vita di Ray Charles rimase sempre segnata dalla sua difficile infanzia. Perché, anche quando divenne uno degli artisti più importanti della sua generazione, Ray dovette fare i conti con quel tragico momento della sua vita quando, a soli cinque anni, perse il fratello George e la vista, un periodo che ebbe effetti indelebili sul suo atteggiamento sempre grintoso, sulle sue emozioni e sulla sua musica immortale.
Universal Pictures e Bristol Bay Productions presentano RAY una produzione Anvil Films in collaborazione con Baldwin Entertainment. Jamie Foxx interpreta il mitico musicista Ray Charles affiancato da un cast di prim'ordine che comprende KERRY WASHINGTON (La macchia umana, Against the Ropes) nel ruolo dell'amata moglie Della; CLIFTON POWELL (Never Die Alone) in quello di Jeff Brown, prima collega e poi road manager di Ray; HARRY LENNIX (The Matrix Revolutions) nei panni di Joe Adams, che fu manager di Ray alla fine della sua carriera; TERRENCE DASHON HOWARD (Biker Boyz) nel ruolo del chitarrista jazz Gossie McKee e LARENZ TATE (Why Do Fools Fall in Love) in quello del giovane Quincy Jones. RICHARD SCHIFF (The West Wing) e CURTIS ARMSTRONG (Dodgeball) interpretano Jerry Wexler e Ahmet Ertegunas, importanti dirigenti dell'Atlantic Records; BOKEEM WOODBINE (Detonator) è il sassofonista David "Fathead" Newman; AUNJANUE ELLIS (Garden State) è Mary Ann Fisher, una corista di Ray; l'esordiente SHARON WARREN interpreta il ruolo di Aretha Robinson, instancabile e devota madre di Ray e REGINA KING (A Cinderella Story, Jerry Maguire) è la brava cantante Margie Hendricks con cui Ray ebbe una relazione sentimentale. RAY è prodotto da TAYLOR HACKFORD, STUART BENJAMIN, HOWARD BALDWIN e KAREN BALDWIN. Il soggetto è di TAYLOR HACKFORD e JAMES L. WHITE, la sceneggiatura di JAMES L. WHITE. Il film è diretto da TAYLOR HACKFORFD.
Per trasferire sul grande schermo la vivacità e l'intensità che hanno caratterizzato la vita di Ray Charles e la sua epoca, Taylor Hackford si è avvalso del talento del direttore della fotografia PAWEL EDELMAN (candidato all'Oscar per Il pianista), dello scenografo STEPHEN ALTMAN (candidato all'Oscar per Gosford Park), del montatore PAUL HIRSCH (premio Oscar per Guerre stellari), del compositore CRAIG ARMSTRONG (vincitore del Golden Globe, del premio AFI e del BAFTA per Moulin Rouge!), del supervisore alle musiche CURT SOBEL (Insider - Dietro la verità) e della costumista SHAREN DAVIS (Antwone Fisher). WILLIAM J. IMMERMAN e JAIME RUCKER KING sono i produttori esecutivi; RAY CHARLES ROBINSON, JR., ALISE BENJAMIN e NICK MORTON sono i coproduttori.

Conoscere Ray: introduzione alla sua vita


 Molta gente fa risalire la nascita del soul direttamente al 1954 e all'esplosivo singolo dell'Atlantic Records intitolato "I've Got a Woman", interpretato da un giovane artista emergente di nome Ray Charles. Miscelando blues e gospel come mai nessuno aveva osato fare prima e riuscendo magicamente a fondere anima e corpo, aggressività e tenerezza, desiderio e delicatezza in sonorità indimenticabili e appassionate, quella canzone sconvolse il mondo della musica. Quel sound fu l'elemento catalizzatore che accese un fuoco in moltissimi giovani musicisti, che non avevano mai sentito nulla di simile, e fu la scintilla che diede il via a un periodo di grande creatività della cultura americana, che avrebbe portato alla rivoluzione del rock 'n' roll e oltre. Senza parlare, ovviamente, della fantastica carriera di Ray Charles durata per ben cinquanta anni.
 Straordinario era anche l'uomo che quel suono aveva inventato. Il leggendario e indimenticabile Ray Charles è stato definito "il genio del soul", ma che dire allora dell'anima di quel genio? Se tutti conoscono e amano la musica di Ray Charles - che ha in pratica rielaborato ogni stile americano, dal jazz al Country - soltanto pochi conoscono la vera storia della sua aspra lotta per conquistare il successo.
Ray Charles non era soltanto un brillante pianista, un accorto uomo d'affari che seppe gestire la propria carriera e un pioniere della musica che inaugurò una strada che altri percorsero... era anche un uomo in cerca di riscatto. La tragedia vissuta nell'infanzia che lo spinse a creare tanto febbrilmente, fu anche l'assillo che condizionò ogni sua scelta, almeno fino a quando non riuscì finalmente ad affrontare il proprio passato.
Taylor Hackford afferma: "La vita di Ray Charles è stata un viaggio straordinario e nel mio film volevo raccontare la complessità di questo genio americano, tutto quello che lui ha rappresentato nel bene e nel male. Ray era un uomo coraggioso e intelligente, ma la sua vita è stata anche tragica, funestata da demoni sfuggenti. In RAY abbiamo tentato di ripercorrere l'evoluzione di un artista in un periodo di enormi cambiamenti culturali. Mi auguro che il pubblico capisca che Ray Charles è molto più che un musicista del passato. È stato protagonista di una vivace rivoluzione culturale che in America non ha ancora esaurito i suoi effetti".
Intervistato a proposito del film pochi mesi prima della scomparsa, Ray Charles dichiarò: "Taylor ha fatto un buon lavoro; ha raccontato in maniera precisa la mia vita. Vorrei che la gente capisse le sofferenze che ho patito, da quando ero bambino fino al momento in cui mi sono affermato professionalmente e tutto quello che mi è accaduto nel corso degli anni. Non voglio dire con questo che la mia vita sia stata infelice, anzi ho avuto molti momenti fantastici. Ciò che mi preme sottolineare è che i problemi si possono risolvere, le avversità si possono superare, basta avere chiaro in mente dove si vuole arrivare. In altre parole, l'importante è non mollare mai".
Ray Charles è stato un uomo pieno di contraddizioni tipicamente americane, una combinazione di astuzia metropolitana e semplicità campagnola, di sincerità e ingannevole scaltrezza, di emozioni urlate e altre appena sussurrate. Non ha mai amato le etichette né le barriere di alcun tipo, per questo le sue canzoni trascendevano i generi, utilizzando tutta la musica americana e annullando le distinzioni tra jazz, R&B, country e Gospel per dare vita a qualcosa di originale, esuberante e commovente. Come qualcuno ha detto, Ray Charles poteva farti ballare con la stessa facilità con cui ti poteva spezzare il cuore, ti poteva rendere felice con la stessa intensità con cui ti gettava nella disperazione e tutto ciò con una sola canzone. Per Ray Charles, la vita era così... piena di dolori, problemi e dispiaceri tanto quanto di esaltazione, bellezza e riscatto.
Nato in piena Depressione, il 23 settembre 1930 ad Albany, in Georgia, Ray Charles Robinson si innamorò della musica da piccolissimo. Subì l'influenza sia degli inni di preghiera collettivi della sua chiesa battista sia del blues sofferto dei musicisti locali. A cinque anni suonava già il pianoforte. Poi, una serie di avvenimenti tragici cambiò per sempre il corso della sua vita. Ray fu testimone della terribile morte del fratello George, annegato in un incidente di cui Ray stesso si sentiva responsabile. Poco tempo dopo, in conseguenza del trauma e di un grave glaucoma, iniziò a perdere la vista. A sette anni era ormai cieco e, su insistenza della madre, amorevole ma inflessibile, imparò a orientarsi nel mondo affidandosi al suo udito e ai suoni di cui subiva il fascino. Non volle mai utilizzare un bastone, un cane guida o nessun altro strumento che lo rendesse in qualche modo dipendente. Al contrario, fu proprio grazie al suo incredibile orecchio che riuscì a scoprire un modo tutto suo di vivere da cieco. La musica fu la sua costante ispiratrice e come scrisse nel suo libro intitolato Brother Ray: "Sono nato con la musica nel sangue, è l'unica spiegazione che conosco".
Nella speranza di assicurargli un futuro migliore, la madre lo iscrisse alla scuola pubblica per non vedenti di St. Augustine, a 250 chilometri di distanza da casa. Lì Ray imparò a leggere la musica in Braille, studiò diversi strumenti e assorbì le sonorità jazz, swing, gospel, blues e country che animavano la scena artistica locale. Sfortunatamente la madre morì e Ray rimase solo al mondo. Deciso a non deludere la madre che lo aveva sempre incitato a non dipendere da nessuno, il giovane Ray si diede subito da fare. Iniziò a fare serate in piccoli locali, sale da ballo e bar della Florida settentrionale; suonò persino con una band di country & western, i Florida Playboys. La vita non era facile per un ragazzo inesperto e cieco, ma Ray maturò in fretta.
Nel marzo del 1948, a 17 anni, Ray attraversò da solo il paese a bordo di un Greyhound e raggiunse Seattle. Cominciò a farsi notare come pianista e crooner dalla voce suadente, nello stile di Nat King Cole e Charles Brown. A Seattle ottenne ben presto un discreto successo e firmò un contratto con Jack Lauderdale e la sua etichetta Swingtime Records.
Nel 1949 Ray incise il suo primo singolo con la Swingtime Records. Poco dopo Lauderdale lo mandò in tournée con il chitarrista R&B Lowell Fulson, ma Ray era ancora un musicista anonimo alla ricerca di un proprio sound originale. E soprattutto, era un uomo solo. Sebbene la band di Fulson riconoscesse il suo talento come musicista, durante la tournée rimaneva da solo per la maggior parte del tempo, chiuso nella sua camera d'albergo. Fu in questo periodo di ricerca e sperimentazione che Ray scoprì qualcosa di nuovo: l'eroina.
Il primo grande successo professionale giunse all'inizio degli anni Cinquanta, quando Ray firmò con la Atlantic Records, dopo essere stato scoperto da Ahmet Ertegun e Jerry Wexler, due dirigenti della giovane etichetta di musica indipendente alla ricerca di nuovi talenti. I due lo mandarono di nuovo in tournée, questa volta con la leggendaria "Miss Rhythm", Ruth Brown. Di lì a poco, Ray iniziò a cimentarsi in qualcosa di assolutamente nuovo e audace: combinare la spiritualità del gospel con i desideri ben più terreni della cosiddetta "musica del diavolo", ossia il blues. I risultati furono esaltanti, ma suscitarono tanto scalpore che i suoi primi brani furono banditi da molte emittenti radiofoniche dell'epoca.
Polemiche a parte, la forza della sua arte era innegabile: la gente si entusiasmava ascoltandolo e presto Ray Charles ebbe un gran seguito. E per quanto quella fosse ancora l'epoca in cui gli album degli afroamericani venivano definiti "dischi dei neri", la musica al di là dei generi di Ray piaceva sia ai bianchi sia alla gente di colore. Nel suo libro del 1993, Jerry Wexler ha dichiarato a proposito del genio di Ray Charles: "Ray andava oltre le categorie e suonava semplicemente quello che sentiva".
Ormai noto come Ray Charles (abbandonò il cognome Robinson per evitare confusioni con il celebre pugile Sugar Ray Robinson), nel 1956 pubblicò il grande successo "I've Got a Woman", in cui il desiderio blues si tinge di vibrazioni spiritual. Il brano fu seguito da una serie di successi indimenticabili, tra cui "What'd I Say", "Drown in My Own Tears", "Unchain My Heart" e "Hit the Road Jack". Appena ventenne, Ray Charles era già definito dagli addetti ai lavori con un termine che allora si usava solo di rado: "the genius".
A dispetto della gratitudine per Ertegun e Wexler, nel 1959 Ray cambiò casa discografica (tornò con la Atlantic molti anni dopo) e passò alla ABC-Paramount, attratto da un accordo molto allettante grazie al quale manteneva la proprietà dei suoi master. Questo contratto innovativo conferiva a Ray il controllo finanziario di cui nessun altro musicista professionista aveva mai goduto prima. Con grande stupore della sua nuova etichetta, Ray Charles impresse un'ulteriore svolta al suo stile, lanciandosi nell'esplorazione della musica country & western. Piuttosto che deludere i fan, tuttavia, Ray conquistò nuovi ammiratori con classici del calibro di "Georgia on My Mind", "I Can't Stop Loving You", "Born to Lose" e "Busted". Proprio quando sembrava aver raggiunto l'apice della carriera, Charles dimostrava di poter andare ancora più in alto. Nel ritratto che ne fece Thomas Thompson sulla rivista "Life Magazine" nel 1966 si legge: "È il miglior cantante di blues? Certo, ma non solo. È anche un impareggiabile interprete di jazz, di gospel e di country & western. Tutte queste correnti musicali sono confluite in un unico fiume che lui soltanto riesce a navigare".
L'atmosfera degli anni Sessanta, inoltre, spinse Ray a diventare un attivista dei diritti civili. Durante le tournée degli anni precedenti aveva imparato a ignorare il diffuso razzismo e il trattamento ingiusto nei confronti dei musicisti e del pubblico afroamericani. Adesso, però, fu il primo artista ad avere il coraggio di rifiutarsi di suonare in club aperti soltanto ai neri, una scelta che gli costò un'ingente somma di denaro e l'esilio "a vita" dallo stato della Georgia. (Nel 1977 la Georgia fece una formale dichiarazione di scuse a Ray Charles, il governo gli rese omaggio e "Georgia on My Mind" fu dichiarata canzone ufficiale dello stato).
In quegli anni, la vita caotica di Ray Charles giunse a un punto critico. Il matrimonio era sempre in crisi a causa delle sue continue infedeltà. Nel 1965, poi, fu arrestato per possesso di eroina all'arrivo al Logan Airport di Boston, di ritorno da Montreal. Resosi conto che il suo problema con la droga minacciava la sua carriera e la musica a cui teneva così tanto, Ray decise di liberarsi della sua ventennale assuefazione all'eroina e si fece ricoverare in una clinica per il recupero dei tossicodipendenti. Per quanto forte fosse il desiderio di eroina, il bisogno e la voglia di continuare a suonare si rivelarono più forti. Da quel momento Ray non cadde mai più nella tentazione della droga.
Dopo la disintossicazione e la liberazione dai peggiori demoni che tormentavano la sua vita, Ray Charles tornò alla musica. Riprese le tournée, con un ritmo di oltre 200 concerti all'anno, fino a quando una malattia al fegato lo costrinse a fermarsi. Negli anni Settanta incise uno dei suoi brani più significativi: una intensa rielaborazione di "America the Beautiful" che arricchiva l'inno di accenti accorati e di un senso del sacrificio che lo resero più potente che mai.
Nel corso della sua carriera, Ray Charles vinse 12 Grammy; nel 1988 gli fu conferito il Grammy alla carriera. Incise più di 75 album e 76 singoli sono entrati nelle classifiche dei brani più venduti. Fu insignito del Kennedy Center Honors e della National Medal of the Arts e il suo nome è stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame, nella Blues Hall of Fame e nella NAACP Image Awards Hall of Fame. Non dimenticando mai le proprie radici, né gli ostacoli che aveva dovuto superare nella sua trionfale carriera, Charles raccolse fondi per oltre 20 milioni di dollari a favore di associazioni benefiche per afroamericani. Ma soprattutto gli effetti del suo genio si avvertono in quasi tutte le canzoni che ascoltiamo ogni giorno, visto che la sua creatività ha influenzato generazioni di musicisti rock, soul, jazz, gospel e country.
Ray Charles è morto il 10 giugno del 2004 a 73 anni.

Alla scoperta di Ray: una ricerca durata 15 anni


Al pari di molte altre persone, il regista Taylor Hackford ha imparato a conoscere Ray Charles attraverso le fervide
emozioni suscitate dalla sua musica. Hackford ricorda quando, negli anni Cinquanta, ha sentito "I've Got a Woman" per la prima volta ed è rimasto conquistato da quel sound pieno di sentimento. "Sin dal primo momento in cui l'ho sentito cantare, ho capito che in Ray Charles ardeva un fuoco" afferma Hackford, "e da allora ho sempre seguito la sua carriera artistica".
Seguendo la crescita di Ray Charles che lo portò a diventare una delle voci più importanti della musica americana, Hackford è stato testimone anche di importanti cambiamenti culturali e sociali. "Era chiaro che Ray portava avanti un discorso davvero innovativo, che stava influenzando in maniera profonda la società americana tradizionale. Moltissimi artisti sono stati influenzati da Ray Charles: da Elvis Presley e BB King a Stevie Wonder e ai Rolling Stones, fino ai successi del momento quali gli Outkast, Alicia Keys, Norah Jones e Justin Timberlake. Ray occupa una posizione importante nel pantheon della nostra cultura" osserva Hackford.
Molto tempo dopo, negli anni Ottanta, Hackford stesso è diventato celebre non solo come regista di film come Ufficiale e gentiluomo, ma come intenditore e appassionato di storia della musica americana. Ha iniziato la carriera con il musical Rock machine, e ha poi diretto l'applaudito documentario su Chuck Berry intitolato Hail! Hail! Rock 'n' Roll e ha prodotto il film sulla vita di Ritchie Valens, La Bamba, una delle più popolari biografie di una leggenda del rock.
Sembra quindi naturale che Hackford abbia voluto dirigere un film sull'uomo che lo ha ispirato per così tanti anni. Non è stata soltanto la musica di Ray Charles a spingerlo verso questo progetto, ma anche l'aver scoperto la storia difficile che stava dietro al successo del musicista: una vita segnata dalla tragedia, dalle difficoltà, dal pregiudizio e persino dalla droga, così come dal genio, dall'amore, dalla bellezza e, soprattutto, dalla volontà di farcela. Secondo Hackford e il suo socio di produzione Stuart Benjamin questa è una storia profondamente americana.
Hackford afferma: "Per capire Ray Charles la musica è importante, è chiaro, ma c'è molto altro da sapere riguardo all'uomo. Quando ho sentito la storia della sua vita, ho pensato 'Mio Dio, non ne avevo idea'. Non sapevo come fosse cresciuto, come fosse diventato cieco; non sapevo che avesse viaggiato su un Greyhound dal nord della Florida a Seattle e che fosse sceso da solo da quell'autobus, nonostante il suo handicap. Non conoscevo la sua storia di tossicodipendenza, di discriminazione razziale e di dolore. E, malgrado tutto ciò, è riuscito a diventare un artista straordinario, un abilissimo uomo d'affari e un'icona della cultura americana. Non potevo non raccontare questa storia".
Benjamin osserva: "Avevamo realizzato insieme il film su Ritchie Valens, La Bamba, la storia della folgorante e sfortunata carriera del ragazzo latino-americano venuto dal nulla. La vicenda di Ray trascende i generi musicali e le generazioni: è la quintessenza della storia del successo in America. Noi abbiamo continuato a credere in questo progetto fino a quando si sono verificate le condizioni necessarie per la sua realizzazione".
Hackford ha incontrato Charles per la prima volta nel 1987; già a quell'epoca cercava di assicurarsi i diritti sulla storia della sua vita. Il rapporto professionale che si è sviluppato nei successivi quindici anni ha lasciato un segno indelebile sul regista. "Era un uomo molto gentile e nello stesso tempo duro" ricorda Hackford. "Era una delle persone più intelligenti che abbia mai conosciuto ed era anche estremamente sincero. Non era una persona facile, ma nessun uomo di quel genere lo è. Dopo aver superato le enormi avversità che avevano segnato la sua vita, Ray possedeva quella fiducia in se stessi che si acquista solo con la consapevolezza di essersi fatti da soli. Era un perfezionista che esigeva dagli altri una concentrazione e un impegno assoluti. Ed era impossibile non farsi influenzare dalla sua personalità".
Dopo quel primo incontro, Hackord e Benjamin sono riusciti a conquistare la fiducia di Charles e a ottenere i diritti. Con loro grande sorpresa, tuttavia, ci sono voluti più di dieci anni per suscitare l'interesse di Hollywood nel progetto. "Stuart ha continuato a credere fortemente in quest'idea" afferma Hackford. "È stato tenace e non si è mai arreso. Eravamo convinti che il film avrebbe toccato le corde più profonde della sensibilità del pubblico e sapevamo che era soltanto questione di tempo. Purtroppo Ray è morto prima dell'uscita del film".
Basandosi su una serie di conversazioni intime e personali con Charles - durante le quali i due hanno affrontato temi diversi, da "come ci si sente" ad essere ciechi al rapporto complesso con la madre e il fratello che vide annegare a cinque anni - Hackford ha scritto la sceneggiatura del film alla fine degli anni Ottanta. Il regista e Stuart Benjamin hanno anche sfruttato le loro amicizie nel mondo della musica - inclusi celebri collaboratori di Ray Charles come Ahmet Ertegun e Quincy Jones - per ottenere pareri sulla sua personalità da parte di amici e familiari.
"Era importante per noi, così come lo era per Ray, che il racconto della sua vita fosse il più accurato possibile, senza omettere gli errori e i momenti più difficili" spiega Benjamin. "Non abbiamo nascosto nulla, perché se non si svelano i lati negativi di una storia, questa ha meno forza d'impatto, non è realistica. È come se ne raccontassi solo metà. Ray Charles non era un uomo senza pecche, ma ciò che rende la sua vicenda così appassionante è il fatto che sia riuscito a liberarsi dei suoi vizi peggiori quando ha capito che questi mettevano a rischio ciò che più amava nella vita".
Durante questa fase del progetto, Ray Charles ha dimostrato una grande disponibilità, insistendo con i realizzatori affinché non evitassero gli aspetti più oscuri della sua vicenda. "In effetti Ray ci disse: 'Potete raccontare la storia che volete e farmi apparire come volete, ma io non vi permetterò di non dire la verità. Non sarebbe giusto'." spiega Hackford.
Un altro importante contributo al progetto è venuto dal figlio di Charles, Ray Charles Robinson Jr., che è diventato uno dei coproduttori del film. "In tutti questi anni e nei diversi tentativi di realizzare il film, Ray Jr. è sempre stato presente ed è riuscito a tenere alto il morale di tutti. Nutre un amore e una stima profondissimi per suo padre e, ovviamente, è consapevole del fatto che l'importanza di suo padre non sia limitata al solo ambito musicale" afferma Benjamin.
La situazione è progressivamente migliorata con il coinvolgimento di Philip Anschutz, Howard Baldwin e Karen Baldwin, la cui società di produzione (di cui Benjamin era stato vice presidente esecutivo) ha avviato la fase di sviluppo del film.
È stato a questo punto che Hackford e Benjamin hanno affidato l'incarico di scrivere la sceneggiatura allo scrittore James L. White, che è al suo primo incarico per il grande schermo. "Jimmy ha molti punti in comune con Ray" spiega Hackford. "È un afroamericano, è nato in uno stato del sud degli Stati Uniti, e ha vissuto situazioni difficili e dolorose. Ha capito e sentito profondamente la storia di Ray. Il materiale che avevo elaborato fino a quel momento è stata la base su cui ha costruito la sceneggiatura, arricchendola di verità emotiva. Il fatto poi che avesse un orecchio particolarmente attento a cogliere le sfumature più caratteristiche del modo di parlare di Ray ha reso il tutto molto più autentico".
White ha incontrato Ray Charles molte volte e ha trascorso molto tempo con i suoi più intimi amici e con i suoi familiari, inclusa la ex moglie Della. "Più parlavo con la gente, più mi rendevo conto che stavo scrivendo una serie di storie d'amore" afferma White. "L'amore di Ray per il fratello morto tragicamente, l'amore per la madre che lo ha sempre ispirato, l'amore per Della e, soprattutto, l'amore per la musica che lo aiutò a superare le difficoltà".
Hackford ha considerato la musica di Ray come un elemento narrativo fondamentale del film, pertanto dozzine di canzoni, tra le più significative, sono collocate qua e là nella sceneggiatura, non solo per creare il ritmo di una sequenza ma anche per evocare lo stato d'animo di Ray nel momento della loro composizione.
Quando la sceneggiatura è stata completata, i realizzatori l'hanno fatta tradurre in Braille e l'hanno spedita a Charles, rimanendo poi in fremente attesa della sua risposta. "Ray Charles ha apportato soltanto due modifiche" ricorda Hackford, "entrambe relative ai fatti e non collegate agli aspetti più controversi della sua personalità. Ray si è rivelato una persona fantastica con cui collaborare. Era un uomo duro ed esigente ma ha preteso da noi ciò che avrebbe comunque preteso da se stesso: impegno e professionalità. Cosa si può volere di più?".
Alla fine, quando il progetto è finalmente decollato, è stato chiaro che Hackford fosse la persona più adatta per dirigere il film. Il produttore Stuart Benjamin afferma: "Non credo che avremmo potuto scegliere un altro regista, perché Taylor ha acquisito una conoscenza profonda del musicista e dell'uomo. Ha imparato a comprenderne la genialità, ma anche le sofferenze e il fascino, il calore e la forza della sua personalità. Inoltre sa meglio di chiunque altro come trasformare la musica in racconto cinematografico. Taylor ha dimostrato che questa storia trascende le generazioni e le epoche perché è profondamente e autenticamente umana".

La scelta di Jamie Foxx per il ruolo di Ray


Una volta avviato il progetto, i produttori hanno dovuto risolvere una prima questione: dove trovare un attore che fosse in grado di interpretare un personaggio così noto e così particolare della cultura americana? La risposta non è stata scontata. Hackford e Benjamin hanno deciso di correre il rischio e di interpellare Jamie Foxx, a quell'epoca molto noto come cabarettista e comico televisivo, ma che aveva già dato prova di un certo talento drammatico in Ogni maledetta domenica di Oliver Stone e Ali di Michael Mann.
Quando ha incontrato Foxx, il regista gli ha spiegato che ciò che più lo interessava era che l'attore prescelto per interpretare Ray Charles dimostrasse di avere un rapporto istintivo con la musica. Ha scoperto allora che Foxx, come Ray Charles, ha iniziato a suonare il pianoforte a tre anni. Da giovane, inoltre, dirigeva il gruppo gospel della sua chiesa in Texas e aveva ottenuto una borsa di studio all'università proprio per meriti artistici. "Quando Jamie me lo ha raccontato, ho tirato un sospiro di sollievo e ho ringraziato Dio" ricorda Hackford. "Mi piacerebbe poter dire che avevamo programmato tutto, ma non è andata così. Siamo stati fortunati".
Si è giunti così all'esame successivo: l'incontro tra Foxx e Ray Charles seduti a due pianoforti, posti uno accanto all'altro, mentre i realizzatori osservavano la scena trattenendo il fiato. Hackford racconta com'è andata: "Come ho già detto, Ray non era un uomo facile e quando si trattava di musica, esigeva la perfezione. Jamie è venuto all'appuntamento e si è messo a suonare il pianoforte in modo che Ray capisse subito che lui perlomeno sapeva suonare. Hanno iniziato a suonare insieme un po' di funk e di gospel su indicazione di Jamie, ma poi Ray è passato al jazz, un brano di Thelonious Monk. A quel punto ho pensato, 'Oh, no, Jamie non lo conosce'. Ray ha iniziato a dirgli, 'Avanti, è questa" e continuava a suonare quella frase di Monk, ma Jamie non riusciva a ripeterla. Ray insisteva con una certa durezza, 'Su, ragazzo, ce l'hai proprio sotto le dita'. Io pensavo fra me e me che così sarebbe andato tutto a rotoli. Poi Jamie è finalmente riuscito a suonare la frase e Ray, che era stato piuttosto duro con lui, mi dice 'Eccola. Questo ragazzo ce l'ha fatta, hai visto? È quello giusto'".
Hackford continua: "Con quelle parole Ray lo ha praticamente consacrato e Jamie era raggiante. In un certo senso, aveva ottenuto la parte direttamente da Ray Charles".
Prima di essere scelto per il ruolo, Foxx conosceva soltanto la musica di Ray Charles e non le sue vicissitudini personali. Il viaggio alla scoperta dell'uomo e del suo tormentato background è stato particolarmente affascinante per l'attore. "Quando ho letto la sceneggiatura, ho capito che si trattava di una storia fenomenale, che non riguardava soltanto la musica ma parlava di un uomo che aveva superato ogni genere di difficoltà fino a diventare un vero protagonista della cultura americana. È straordinario il modo in cui è riuscito a trasferire nella musica le sue esperienze personali, raggiungendo risultati eccezionali".
Foxx si è gettato a capofitto nel progetto. Dopo aver incontrato Charles, ha cominciato ad adottare molte delle caratteristiche fisiche del cantante, dai capelli cortissimi alla sua spiccata gestualità, frutto della sua storia, della sua cecità e del suo irrefrenabile senso del ritmo. Per entrare nel giusto stato d'animo si è immerso nella musica ascoltando dischi di soul, jazz e blues; ha frequentato lezioni al Braille Institute e nelle settimane tra le prove e l'inizio delle riprese si è esercitato a camminare con gli occhi bendati, provando per dodici ore al giorno, per arrivare a comprendere cosa significhi essere un non vedente. "All'inizio, il fatto di non riuscire a vedere mi faceva arrabbiare" osserva Foxx. "È davvero frustrante. Ho notato però che in quelle condizioni il mio udito era più sensibile ed ero in grado di percepore suoni che nessun altro aveva sentito".
Molti sul set sono rimasti sorpresi per il livello di spontaneità e di naturalezza della sua interpretazione. Ma il suo obiettivo non era l'imitazione di Charles. "La parola chiave per me è stata 'sfumatura', perché non volevo semplicemente impersonare Ray Charles, ma piuttosto cogliere parte del suo spirito" spiega Foxx. "In particolare, ho individuato una serie di piccoli dettagli - la sua musicalità, il suo calore, il suo senso dell'equilibrio, la sua postura - che tutti insieme hanno contribuito alla ricostruzione della fisicità del personaggio".
Per penetrare nel profondo dell'anima di Ray Charles, Foxx ha riflettuto a lungo sugli alti e bassi della sua vita emotiva. Foxx ha definito l'infanzia di Ray Charles "una maledizione benedetta", un periodo di intense sofferenze che tuttavia ha rappresentato l'inizio del suo sviluppo come artista dalla mentalità estremamente aperta. L'attore afferma: "Credo che ciò che gli accadde da bambino lo abbia in un certo senso forgiato per diventare la persona fantastica che è stata, ma di certo il prezzo da pagare è stato altissimo. E quel che è più straordinario è che non si è mai arreso. Al contrario, ha rifiutato il ruolo di nero, povero e cieco e ha voluto diventare padrone del suo destino, vivendo una vita diversa da quella che il destino sembrava avergli riservato. Era molto determinato e non aveva mai esitazioni, perché sapeva che tornare indietro sarebbe stata soltanto una perdita di tempo".
È difficile immaginare quanta energia ci sia voluta per farsi strada in un mondo che gli metteva davanti ostacoli di ogni genere, la cecità, la razza o l'umile esordio come semplice musicista di spalla. "Sono rimasto sorpreso dal suo spiccato senso degli affari. La cecità lo obbligava a fidarsi della parola della gente con cui aveva a che fare, anche quando si trattava di contratti e di denaro, e nonostante ciò è riuscito ad avere il pieno controllo della sua carriera in un epoca in cui nessun altro ci riusciva… pazzesco! Sono giunto alla conclusione che Ray avesse un carisma e un'energia speciali che inducevano gli altri ad essere leali nei suoi confronti pur di rimanere nelle sue grazie" aggiunge l'attore.
Foxx ha trovato commovente la storia d'amore tra Ray Charles e la devota moglie Della, che lo ha aiutato a superare i momenti difficili all'inizio della carriera - malgrado la tendenza a sedurre le donne che incontrava durante le tournée - e lo ha sempre incoraggiato a dimostrare il proprio valore nella carriera come nella vita. "So che Della e Ray si amavano molto. È chiaro che Della aveva deciso di rimanergli accanto nonostante tutto. Era una donna molto forte, era lei che teneva insieme tutto e sono convinto che Ray è diventato l'artista che conosciamo anche grazie a lei" prosegue Foxx. "Della era un punto di riferimento importantissimo per lui e sono sicuro che, malgrado le sue evasioni dal menage familiare, Ray sapesse che donna meravigliosa aveva accanto".
Riflettendo sulla dura realtà di Charles e sul suo talento esuberante, Foxx è arrivato a comprendere il motivo che spingeva l'artista a cedere così spesso alle tentazioni. "Viveva in un ambiente popolato di gente inaffidabile e poteva contare soltanto su poche cose" spiega Foxx. "Poteva fare affidamento sulla musica, sul sesso e sull'eroina. E ha continuato a sfruttare tutto quello che poteva dargli soddisfazione fino a quando si è reso conto che così faceva del male alle persone che amava".
A dispetto delle difficoltà incontrate nell'affrontare un personaggio così complesso, Foxx è stato molto felice di interpretare questo ruolo, soprattutto di tentare di cogliere la speciale energia e il profondo amore per la vita che animavano Ray Charles. "In ogni sua canzone si avverte una grandissima forza vitale" afferma l'attore. "Adesso, se penso all'eredità che Ray Charles ci ha lasciato, mi rendo conto di quanto un uomo come lui sia stato necessario… Ha svolto un ruolo importantissimo nella storia della musica ma anche nella storia della nostra società. Sono felice di aver avuto la possibilità di conoscerlo".
Ray Charles era contento che a ritrarlo sul grande schermo fosse Foxx. In un'intervista rilasciata qualche tempo prima di morire aveva dichiarato: "Foxx è davvero bravissimo. Alcuni amici l'hanno visto sul set e mi hanno detto che la sua interpretazione era perfetta, camminava e si muoveva esattamente come me. Per quello che concerne la mia esperienza con lui, penso che sia una persona fantastica".

Le donne che amarono Ray


Qualcuno ha detto che Ray Charles agiva alla cieca soltanto quando era in presenza di una bella donna. La sua inclinazione alla seduzione e alle scappatelle romantiche era leggendaria. Le donne, comunque, hanno svolto un ruolo fondamentale nella sua vita, contribuendo a farlo diventare l'uomo che era. In RAY ne compaiono quattro in particolare: Della Bea Robinson, la moglie devota, interpretata da Kerry Washington; Margie Hendricks, la focosa vocalist delle Raelettes (che si chiamavano così, a quanto pare, perché per entrare nel gruppo, le donne dovevano "let Ray", ossia lasciar fare a Ray) interpretata da Regina King; Mary Ann Fisher, interpretata da Aunjanue Ellis, la cantante del Kentucky, nota anche come la "regina del blues" che andò in tournée con Ray Charles alla metà degli anni Cinquanta e la madre Aretha, che Ray amò molto, interpretata da Sharon Warren, al suo esordio sul grande schermo.
Quando Kerry Washington ha letto la sceneggiatura di RAY, si è resa conto di conoscere appena l'uomo la cui musica aveva sempre adorato. In particolare, ha trovato molto commovente il suo rapporto con Della Bea, un'ex cantante di gospel che ispirò Ray all'inizio della carriera e gli rimase accanto negli anni di maggior successo, che furono anche quelli difficili delle controversie e della tossicodipendenza. "Della ha accompagnato Ray in questo incredibile viaggio dalla povertà alla ricchezza e alla popolarità immensa" osserva la Washington. "Lo amava e credeva fortemente in lui e nel suo talento, ma un certo punto si rese conto che non poteva rimanere con un uomo che stava distruggendo se stesso".
Secondo Taylor Hackford, la Washington era l'attrice ideale per il ruolo della donna che per molti anni fu un sostegno per Ray. "Kerry ha saputo cogliere la dolcezza e la vulnerabilità di Della e nello stesso tempo mostrare come nel tempo sia diventata una donna dalla forza straordinaria" afferma il regista. "All'inizio Kerry appare innocente e vivace, ma col passare del tempo il dolore e i problemi la trasformano. Tuttavia, la sua forza interiore faceva di lei l'unica persona che avesse un qualche ascendente su Ray".
Nel lavoro di costruzione del personaggio la Washington ha incontrato la vera signora Robinson. "La cosa che più mi ha colpito di Della Robinson è la sua grande capacità di non giudicare gli altri" osserva l'attrice. "Quando l'ho incontrata, mi ha fatto un esempio molto chiaro: 'A me non piacciono i broccoli, e quindi non accetto che qualcuno mi imponga di mangiarli. Allo stesso modo, non vado in giro a dire agli altri di non bere o di non fare uso di droga, perché ognuno di noi è responsabile delle proprie scelte nella vita'. Penso che sia una donna indipendente e forte, ma anche molto sensibile. La vita l'ha costretta a fare delle scelte difficili. Ha amato moltissimo Ray Charles ma ha dovuto rinunciare a lui quando si è resa conto che il loro rapporto stava danneggiando lei e la sua famiglia".
Quando sono iniziate le riprese, Kerry Washington ha avuto modo di arricchire di ulteriori sfumature il suo personaggio grazie alla collaborazione con Jamie Foxx. "Jamie ha un grande talento e lo ha dimostrato anche stavolta" afferma l'attrice. "Le scene che abbiamo girato insieme sono state molto intense ed emozionanti. Solo accanto a Della, Ray riusciva ad aprire il suo animo, rivelandosi per quello che era veramente. E Jamie è stato così bravo che per me è stato più semplice entrare psicologicamente nella situazione".
L'attrice conclude: "A mio parere RAY affronta un tema importante: la necessità di imparare ad accettare ciò che la vita ci riserva. Della deve imparare ad amare se stessa almeno quanto ama Ray. Per parte sua Ray deve perdonare se stesso e smettere di fuggire dai suoi demoni. Il tutto accompagnato dalla potenza della musica di Ray Charles. Io adesso possiedo tutti i suoi CD!".
Regina King ha interpretato un personaggio molto diverso, ossia quello di Margie Hendricks, amante di Ray e straordinario talento vocale a sua volta. La donna morì di overdose qualche tempo dopo aver lasciato le Raelettes. La Hendricks aveva iniziato a cantare negli anni Cinquanta con il gruppo di vocalist delle Cookies. Dopo l'incontro con Ray, la sua voce ricca di suggestioni fece da contrappunto al vivace baritono di Ray in molte delle incisioni degli anni Sessanta.
"Non ho trovato molto materiale su Margie" osserva la King, "e la cosa mi ha stupito perché era una delle voci più straordinarie che la musica americana abbia mai conosciuto. Sotto molti aspetti Margie è stata la musa ispiratrice di Ray, che contaminava il sound da chiesa con le tonalità blues, creando qualcosa di assolutamente originale. Quando ho letto la sceneggiatura mi sono ricordata di Margie e della sua splendida voce; ero davvero contenta di poter interpretare un personaggio così interessante".
"L'attrazione tra Margie e Ray non poteva prescindere dalla musica" prosegue l'attrice. "È stata la passione per la musica a metterli insieme e a tenere in piedi il loro legame. Purtroppo, però, erano entrambi molto inquieti in quegli anni e quando Margie iniziò a bere il loro rapporto andò definitivamente in crisi. Tuttavia, penso che Ray la amasse davvero - dopotutto, era un uomo oltre che un genio - e Margie svolse un ruolo importante nella sua vita".
Taylor Hackford è rimasto colpito dal modo in cui la King è riuscita a dare spessore a un personaggio di cui si sa veramente poco. "Regina è una persona travolgente come del resto immagino fosse la stessa Margie Hendricks. Dal punto di vista professionale, Regina è più nota per il suo talento comico, ma in RAY si è impegnata molto e ha saputo trovare una dimensione concreta e tragica al tempo stesso. La sua interpretazione è stata fantastica".
Mary Ann Fisher - la donna che secondo l'autobiografia di Charles gli avrebbe ispirato "Mary Ann", "What Would I Do Without You" e "Leave My Woman Alone" - partecipò alla tournée del 1955 e continuò a cantare con Ray anche dopo l'arrivo delle Raelettes nel 1957. La cantante lasciò la band (e Ray Charles) nel 1958.
"Mi ha sorpreso scoprire quanta influenza Mary Ann abbia avuto sulla vita e sulla musica di Ray Charles" osserva Aunjanue Ellis, l'attrice che l'ha interpretata. "Mary era con lui quando Ray ha iniziato a includere le voci femminili nelle esecuzioni dei suoi brani e anche quando ha iniziato a distogliere l'attenzione dalla moglie e dal matrimonio. Mary Ann è stata una delle prime cantanti di talento che ha incorociato il proprio percorso professionale e sentimentale con quello di Ray Charles".
Hackford ha apprezzato molto l'interpretazione di Aunjanue: "Aunjanue è stata straordinaria e ha saputo esprimere tutte le sfumature del personaggio, malgrado abbia solo poco spazio nel film. Tra l'altro, è incredibilmente sexy in quel ruolo".
Tuttavia, la donna che ha avuto il ruolo più decisivo nella vita di Ray Charles è stata molto probabilmente sua madre, che non ha mai permesso che il figlio si scoraggiasse per la sua cecità e che una volta gli disse: "Sei cieco, non muto; hai perso la vista, non il cervello". Il ruolo di Aretha Robinson è stato affidato all'attrice Sharon Warren, che prima di RAY aveva lavorato soprattutto nei teatri delle città del sud degli Stati Uniti.
Hackford ricorda come la scelta dell'attrice sia stata frutto di un provino casuale: "Stavamo cercando l'attore che avrebbe dovuto interpretare Ray da giovane, quando una donna è entrata nel nostro ufficio di Atlanta, in Georgia. Aveva sentito parlare di un'audizione, ma non sapeva neppure di che film si trattasse. Ho notato subito il suo carisma, la sua grinta. Le ho dato un paio di pagine del copione, lei le ha lette per una quindicina di minuti, poi abbiamo iniziato a registrare. Durante il provino ho pensato 'Mio Dio, eccola la mia Aretha'. Fino ad allora non ero riuscito a trovare l'attrice che potesse ritrarre la madre di Ray Charles così come lui me l'aveva descrittta: una donna esile, che morì a soli 31 anni, dotata però di uno spirito molto battagliero e di un'incredibile forza. Ray attribuiva a lei il merito del suo successo e si era molto raccomandato su questo punto perché, come diceva lui stesso, la madre era stata la persona più importante della sua vita. Scegliere l'attrice giusta non è stato semplice. E Sharon Warren è stata una bellissima sorpresa. La sua storia somiglia a quella di Cenerentola".
In seguito, Hackford ha fatto in modo che Ray Charles presenziasse a una scena interpretata dalla Warren, le cui battute erano state ispirate proprio dai ricordi di Charles. Il regista racconta: "Stava ad ascoltare con quella sua espressione imperscrutabile, poi ha iniziato a parlare rivolgendosi direttamente allo schermo'Sì, è così. È la verità'".
Per ricostruire la storia di una donna morta in maniera tragica e anonima a soli trentun'anni, Sharon Warren ha compiuto molte ricerche. "L'aiuto più grande mi è stato dato da mia nonna, Annie Lou Gould Walker che mi ha raccontato come si viveva negli stati del sud in quegli anni. Purtroppo, mia nonna è morta prima che io iniziassi a girare RAY. Inoltre, sarò eternamente grata a Ray Charles Jr. per i ricordi di sua nonna che ha voluto condividere con me. Molti spunti interessanti mi sono stati suggeriti dallo sceneggiatore James L. White e anche Taylor Hackford mi ha dato dei consigli preziosi".
"La storia di Aretha presenta molte zone d'ombra" osserva l'attrice. "Ciò che sappiamo per certo è che era una donna poverissima e molto fragile. Si guadagnava da vivere facendo la lavandaia, non poteva fare altro. Lavorava duro per mantenere i figli che amava molto. Non si è mai arresa, neppure quando George è morto e Ray è diventato cieco, anzi ha fatto di tutto perché Ray imparasse a cavarsela da solo a dispetto del suo handicap".
La Warren prosegue: "Aretha ha mantenuto un atteggiamento duro nei confronti di Ray, perché pensava che per sopravvivere il figlio dovesse imparare ad essere forte. Sapeva bene cosa significasse sentirsi emarginati, essere disadattati e voleva un futuro diverso per suo figlio. Più pensavo a lei e a quanto sia stata difficile la sua vita, più mi impegnavo per interpretare il mio ruolo nella maniera più credibile e intensa possibile. Volevo che la gente capisse che donna straordinaria era stata".

 

 Manager e musicisti


Ray Charles era circondato da persone ambiziose e di talento che hanno contribuito al suo successo, pertanto i realizzatori di RAY hanno dovuto mettere insieme un cast di attori bravi e carismatici. Nell'elenco di coloro che svolsero un ruolo importante nella vita e nella carriera di Ray Charles figurano i suoi due manager: l'amico Jeff Brown, interpretato da Clifton Powell, che fu il suo road manager quando si esibiva nel Chitlin Circuit (i locali frequentati quasi esclusivamente dai neri) e fu testimone dei suoi primi successi e l'uomo che non senza polemiche lo avrebbe sostituito, ossia l'affabile gentile Joe Adams, che fu l'agente di Ray Charles per i successivi quaranta anni e nel film è interpretato da Harry Lennix, uno degli attori preferiti di Spike Lee.
Il regista Taylor Hackford è felice di aver avuto nel suo cast un attore del calibro di Clifton Powell. "Clifton Powell ha un talento straordinario" osserva Hackford, "ed è riuscito a calarsi perfettamente nel personaggio. Grazie alla sua interpretazione gli spettatori capiranno cosa significò per quei due ragazzi muoversi in un ambiente che era spesso ostile nei loro confronti. Jeff vide con i propri occhi quante persone sottovalutarono il talento, l'intelligenza e l'ambizione del giovane Ray Charles".
Per interpretare il ruolo di Joe Adams, i cui modi affabili presero il posto del vecchio stile di conduzione degli affari a cui Ray era abituato, Hackford ha scelto Harry Lennix, che ha assistito a un concerto di Ray Charles alla Carnegie Hall quando studiava al college. "È stata una delle serate più belle della mia vita. Semplicemente indimenticabile" ricorda l'attore.
Poiché ha avuto la possibilità di conoscere il vero Joe Adams e di sentire dalla sua voce cosa significasse essere un afroamericano ambizioso in quegli anni, Lennix considera questa esperienza come una sorta di immersione nella storia del suo paese. "Joe è una specie di uomo del Rinascimento" osserva l'attore. "È nato a Watts, ma ha dei modi eleganti e disinvolti. Negli anni Cinquanta ha recitato al fianco di Sidney Poitier e Harry Belafonte; era uno degli aviatori di Tuskegee ed è stato il primo DJ nero le cui trasmissioni andavano in onda da costa a costa. È una persona davvero interessante".
Tra i personaggi affascinanti di RAY non possiamo non citare i leggendari Ahmet Ertegun e Jerry Wexler della Atlantic Records, la giovane casa discografica indipendente che negli anni Cinquanta fu la più importante etichetta di rhythm & blues e negli anni Sessanta detenne il primato per la musica soul. Ertegun era un immigrante turco a cui si deve non solo la scoperta di Ray Charles ma anche quella di Ruth Brown, di Big Joe Turner, dei Drifters e dei Coasters. Ertegun diresse la Atlantic negli anni Sessanta e Settanta, quando la casa discografica si orientò su vari generi, producendo artisti diversi da Aretha Franklin ai Led Zeppelin. Per questo ruolo i produttori hanno scelto Curtis Armstrong, il famoso attore che, in quanto esperto di Harry Nilsson, ha prodotto molte riedizioni su CD delle sue canzoni. Per interpretare Ertegun, che era completamente calvo, Armstrong ha dovuto radersi a zero i capelli.
Approfondendo la storia di Ertegun, Armstrong si è entusiasmato all'idea di interpretare questa leggenda dell'industria discografica moderna. "Tutto quello che scoprivo su di lui mi affascinava" afferma l'attore. "Ahmet era un uomo d'affari concreto e inflessibile, ma era anche un musicista di talento. Instaurò un rapporto bellissimo con Ray Charles, in un certo senso fu il suo mentore. Ahmet intuì il fuoco che ardeva in quel musicista e soprattutto gli concesse la libertà di scoprire cosa aveva dentro e di esprimerlo. Non si faceva scrupoli a definirlo un genio, perché sapeva che Ray lo era davvero. Anche quando Ray cambiò etichetta e passò alla ABC, i due rimasero amici perché erano legati da una stima e da un affetto profondi".
Quando entrò alla Atlantic nel 1953, Jerry Wexler era già uno dei produttori più importanti del settore. Oltre che con Ray Charles, lavorò con Aretha Franklin, Wilson Picket, LaVern Baker, Dr. John, Dusty Springfield e Bob Dylan. In RAY il suo ruolo è interpretato da Richard Schiff, noto al pubblico televisivo per il personaggio di Toby Ziegler in The West Wing, che si augura di aver colto la straordinaria combinazione di astuzia da strada e competenza professionale per cui Wexler era famoso. "Wexler ed Ertegun sono stati dei veri e propri pionieri, erano quasi degli esploratori accomunati da un profondo amore per la musica" spiega Schiff. "Jerry mi ha detto che quelli sono stati gli anni più belli della sua vita e io mi sono impegnato al massimo per onorare un personaggio come lui".
Taylor Hackford afferma: "Curtis Armstrong e Richard Schiff sono riusciti a esprimere la qualità simbiotica del rapporto professionale che legava Ahmet Ertegun e Jerry Wexler, due figure che hanno svolto un ruolo di grande importanza per la musica americana in generale e per la carriera di Ray Charles in particolare".
In RAY compaiono anche molti musicisti famosi, in particolare il leggendario artista jazz Quincy Jones. Il ruolo del giovane e grintoso trombettista di quegli anni è stato affidato a Larenz Tate. L'attore aveva interpretato Frankie Lymon, il celenre cantante di doo-wop degli anni Cinquanta, in Why Do Fools Fall in Love ed era molto contento di poter approfondire un altro personaggio della storia della musica americana. Tate, inoltre, ha avuto l'onore di conoscere personalmente il mitico Quincy Jones. "Trovo straordinario che due icone della musica come Quincy Jones e Ray Charles fossero amici ancora prima di diventare famosi" afferma Tate. "Quando ho incontrato Quincy, mi ha commosso sapere che loro due sono stati amici e si sono voluti bene per 55 anni. Per me è stato bello avere l'opportunità di raccontare la loro storia".
Per uno di quegli strani casi in cui l'arte imita la vita, anche Larenz Tate e Jamie Foxx sono legati da una profonda amicizia. "Adesso mi diverto a tormentare Jamie, dicendogli che mi aspetto che lui mi chiami per i prossimi 55 anni" racconta Tate con un sorriso. "Certo, il fatto che fossimo amici ci ha aiutati sul set. Interpretare un personaggio leggendario - non trovo una definizione migliore di questa - e vedere Jamie trasformarsi in Ray Charles è stata un'esperienza straordinaria. Secondo me, sono state persone come Ray Charles e Quincy Jones a spianare la strada a gente come me e Jamie. C'è stata un'epoca in cui quella strada non esisteva nemmeno e loro l'hanno creata per noi. Non possiamo che essere grati a quei ragazzi".
Completano il cast altri attori nei panni di celebri musicisti, tra cui il vincitore del premio NAACP Image Terrence Dashon Howard nel ruolo del chitarrista jazz Gossie McKee e Bokeem Woodbine in quello del musicista jazz David "Fathead" Newman. Chris Thomas King interpreta Lowell Fulson, il celebre blues man della West Coast e David Krumholtz è l'impresario Milt Shaw.

Epoche e stili diversi


Dopo la scelta degli interpreti, i realizzatori di RAY hanno dovuto affrontare un altro aspetto impegnativo del progetto, ossia ricostruire gli ambienti e le atmosfere in cui ha vissuto Ray Charles… dalla miseria della sua infanzia nel sud ai locali fumosi del Chitlin Circuit, al modernissimo studio che l'artista si fece costruire a Los Angeles negli anni Sessanta. Considerato che il racconto copre un arco di tempo molto lungo, dagli anni Trenta ai Settanta, Taylor Hackford e Stuart Benjamin sapevano di aver bisogno di uno scenografo creativo e coscienzioso al tempo stesso.
Benjamin spiega: "La storia narrata nel film si svolge in decenni cruciali per la società americana e ha come protagonisti delle vere e proprie icone della nostra cultura, pertanto era molto importante riuscire a cogliere lo spirito di quegli anni nella maniera più accurata possibile. Era necessario prestare una particolare attenzione alle scenografie, ai costumi, alle auto e agli strumenti dell'epoca".
Malgrado l'azione si svolga in città diverse come Seattle, New York e Atlanta, la produzione ha deciso che il film fosse girato in una delle città più musicali degli Stati Uniti, New Orleans, dove hanno vissuto molti innovatori del jazz e del blues. New Orleans, che vanta un profondo legame con la storia della musica e molte località ancora sconosciute al pubblico cinematografico, è stata un'importante fonte d'ispirazione per la troupe di RAY.
"Dal punto di vista musicale, New Orleans è la città più suggestiva degli Stati Uniti" afferma Hackford. "Possiedo una casa lì da 20 anni e quella città mi stupisce ancora. È il luogo in cui sono nati il jazz e alcuni dei più grandi musicisti del mondo. Agli inizi della sua carriera Ray Charles vi ha trascorso molto tempo e ha assorbito quel tipico modo di suonare la tromba del R&B. A New Orleans, inoltre, ha realizzato il suo primo disco venduto in milioni di copie: 'The Things That I Used To Do' di Guitar Slim. Per questo motivo, anche se abbiamo ricostruito ambienti di altre città degli Stati Uniti, avevamo sempre la sensazione di essere nel luogo più adatto a un film come il nostro".
Per lo scenografo Stephen Altman, candidato all'Oscar per Gosford Park, RAY ha rappresentato l'opportunità di realizzare qualcosa di assolutamente nuovo. "In effetti, il mio principale obiettivo nel lavoro è fare in modo che il mio film non somigli a nessun altro" afferma Altman. "Da questo punto di vista, New Orleans mi ha permesso di ricostruire in maniera fedele gli ambienti originali".
Per quanto si fosse imposto il massimo realismo, Altman ha presto scoperto che di molti locali e teatri in cui Ray Charles si era esibito nei primi anni della sua carriera non esistevano immagini di alcun tipo e Charles stesso, ovviamente non li aveva mai "visti". "Abbiamo svolto molte ricerche per capire in che modo fossero arredati e decorati i locali di quell'epoca, come apparissero i musicisti sul palco, ma abbiamo dato spazio anche alla nostra fantasia" ammette Altman. "Ciò che più ci premeva era cogliere la sensualità e il senso di libertà che caratterizzavano quei club".
Hackford, Altman e la costumista Sharen Davis erano comunque d'accordo sul fatto che lo stile del film dovesse essere definito da una sola parola chiave: vibrante. Per questo hanno scelto colori vivaci e decisi per sottolineare il carattere appassionato e sensuale della musica di Ray, così come il suo inquieto mondo interiore.
Considerato il budget limitato di RAY, Altman non ha vuto le risorse finanziarie necessarie per ricreare proprio tutti i luoghi in cui Ray ha vissuto e si è esibito. Di comune accordo con il regista ha quindi deciso di utilizzare come "inquadrature principali" all'interno del film alcune riprese da cineteca, in modo da fissare particolari d'epoca di cui altrimenti non avrebbe potuto disporre. Le scene da cineteca di città quali Seattle, New York, Los Angeles, Chicago, Parigi e Roma erano ricche di elementi scenografici di inestimabile valore tra cui edifici storici, auto d'epoca e cartelloni pubblicitari originali. Hackford spiega: "Abbiamo adottato la strategia di definire ogni location importante con delle riprese d'epoca per poi staccare su set e ambienti più piccoli e contenuti di New Orleans che Steve aveva adattato affinché si integrassero con le immagini originali. Come potete immaginare, abbiamo svolto un grosso lavoro preliminare di ricerca per trovare le riprese d'archivio più idonee alle nostre esigenze".
Ovviamente la qualità di alcune di queste riprese storiche non era affatto buona, ma grazie alle moderne tecnologie digitali i realizzatori sono stati in grado di restaurare le pellicole danneggiate o sbiadite e di riportare le immagini a un livello accettabile. "Abbiamo persino 'degradato' le nostre riprese in modo da rendere meno evidente la transizione da una scena all'altra" aggiunge il regista Hackford.
Altman ha utilizzato per la maggior parte location reali. Nei casi in cui ha ricostruito degli ambienti all'interno dei teatri di posa, c'era il vantaggio di poter cambiare stile, passando agevolmente da un'epoca all'altra. Tra i luoghi reali della storia, il film è stato girato negli RPM Studios di Washington Boulevard a Los Angeles, che lo stesso Ray Charles si fece costruire negli anni Sessanta e che furono l'ufficio centrale della sua attività per il resto della sua vita. Altman osserva: "È stato emozionante girare in quei locali ricchi di storia, ma dal mio punto di vista non è stato semplice 'invecchiarli'. Nell'industria della musica tutto cambia a una velocità impressionante e noi abbiamo dovuto riportare gli studi indietro nel tempo". La produzione ha utilizzato anche due teatri storici di New Orleans: l'Orpheum Theatre di fine Ottocento e il Saenger Theater, decorato con statue romane e costruito nel 1927. A Los Angeles, sono stati ripresi l'esterno della prima casa californiana di Ray, in Hepburn street, nei pressi del Coliseum, e gli interni e gli esterni della villa di Ray in View Park.
Durante la preparazione di RAY Altman ha collaborato con Taylor Hackford e con Pawel Edelman, il direttore della fotografia polacco celebre per le immagini suggestive de Il pianista di Roman Polanski, che gli sono valse la candidatura al premio Oscar. "Pawel ha dato il vero tocco d'artista al nostro lavoro" commenta Altman.
Taylor aggiunge: "Avevo avuto modo di vedere il lavoro di Pavel in Polonia, dove ha collaborato con Andrzej Wajda, uno dei miei registi preferiti. Come la maggior parte di noi, Pavel adorava Ray Charles da ragazzo, ma doveva faticare parecchio per rimediare le copie dei suoi dischi in Polonia".
Hackford ed Edelman hanno discusso a lungo sulla fotografia di RAY, perché il regista aveva in mente di visualizzare in maniera diversa i tre livelli di realtà del film: la storia che segue l'evoluzione di Ray come artista, i flashback della sua infanzia e le visioni di Aretha, i sogni/incubi dei momenti cruciali della sua vita, in cui Ray immaginava che la madre gli parlasse.
"Di solito le sequenze 'in tempo reale' vengono fotografate con i colori naturali, e si preferisce desaturare i flashback muti" spiega Hackford. "Noi abbiamo fatto la scelta opposta, utilizzando la sbianca desaturata per il racconto lineare e i colori naturali per i flashback. A dire il vero anche i colori naturali erano ultrasaturati… direi piuttosto iperealistici. Non bisogna dimenticare, del resto, che Ray non era cieco dalla nascita e io volevo sottolineare quanto vivaci dovessero essere i colori nei suoi ricordi".
Edelman ha fotografato tutto il film senza usare effetti particolari, perché i realizzatori hanno preferito intervenire in fase di post-produzione utilizzando il sistema Digital Intermediate. (Le visioni di Aretha sono diventate "solarizzazioni" quasi monocromatiche).
Hackford ed Edelman hanno anche studiato una particolare strategia per i movimenti di macchina. Per quanto riguarda i flashback, il piccolo Ray conosceva soltanto Jellyroll e la sua vita era del tutto stabile, pertanto in quelle scene i movimenti sono limitati, quasi che la macchina da presa fosse piantata nella terra rossa della Georgia. Quando però, Ray sale sul Greyhound e attraversa l'America, la macchina da presa inizia a muoversi per non fermarsi più… proprio come la vita del musicista.
Hackford spiega: "Nelle prime scene abbiamo usato dolly e gru per ottenere un movimento fluido e costante. Poi, quando Ray incontra Della e poi la sposa, la macchina da presa rallenta a simboleggiare la temporanea stabilità raggiunta insieme a lei. Per raccontare gli anni dall'ambizione e dal maggiore uso di eroina siamo passati alla macchina da presa a mano, per sottolineare la crescente instabilità della sua vita. Alla fine del film, quando Ray si libera dalla tossicodipendenza e risolve il problema del rapporto con la madre e il fratello, la macchina finalmente rallenta per poi fermarsi".
Anche la costumista Sharen Davis ha contribuito a ricreare quel passato dell'America che non è stato rappresentato spesso sul grande schermo. Ha studiato attentamente le fotografie di Ray Charles e di altri musicisti del Chitlin Circuit e di altre epoche per seguire i radicali cambiamenti della moda dagli anni Quaranta ai Settanta. Per quanto Ray non amasse vestire in maniera appariscente (all'inizio della carriera indossava soltanto un vestito scuro e un papillon) l'apparizione delle Raelettes ha comportato una maggiore vivacità. La Davis spiega perché ha accentuato questo aspetto: "Ho utilizzato i modelli originali dei loro abiti scegliendo però dei colori più forti per renderli ancora più chiassosi".
Negli anni Sessanta e Settanta, quando era ormai diventato un artista di successo, Ray era solito portare gli smoking colorati che divennero una sua caratteristica. Anche l'abbigliamento delle Raelettes fu improntato a una maggiore libertà. "All'inizio, le Raelettes indossavano abiti più castigati e sobri per espresso volere di Ray, il quale voleva che apparissero eleganti e non come delle gattine sexy. Noi le abbiamo rese un po' più sensuali con abiti più aderenti e scollature più pronunciate".
La Davis ha scoperto che Ray Charles numerava tutti i suoi capi d'abbigliamento in modo da essere in grado di vestirsi da solo e che ciò che più gli importava riguardo ai vestiti era che fossero della taglia giusta. "Mi sembra ovvio, Ray voleva sentirsi i vestiti addosso, per questo insisteva tanto sulla misura perfetta. Per rispettare questo particolare, quasi tutti gli abiti di Jamie Foxx sono stati cuciti su misura per lui, proprio come accadeva per Ray". Alla fine, la Davis ha imparato a conoscere piuttosto bene Jamie Foxx, visto che ha realizzato per lui più di 100 cambi di costume! E, ovviamente, non mancavano le dozzine di paia di occhiali da sole che erano un po' il segno distintivo del grande musicista.
Per la Della Robinson interpretata da Kerry Washington, Sharen Davis ha creato delle variazioni sul tema della "perfetta donna di casa", facendole indossare tenui colori pastello e riservandosi di modificare il suo abbigliamento, man mano che diventava più forte e più saggia. "In quasi tutte le scene Della è incinta o si trova comunque in casa. Non appare mai per strada e, quindi, mi sono adeguata alle caratteristiche 'domestiche' del personaggio" osserva la Davis. "Con il raggiungimento di una certa agiatezza, megli anni Sessanta, il suo stile cambia ed ecco che compaiono i primi gioielli e gli abiti di sartoria. Della però non è mai vestita in modo pacchiano".
Margie Hendricks, al contrario, è "una ragazza effervescente, grintosa e sempre coperta di gioielli" afferma la Davis. "Margie non è mai delicata ed è sempre agghindata come se fosse sul punto di uscire. Indossa soprattutto pantaloni, una scelta audace per una donna di quell'epoca, ma d'altra parte lei era una persona particolarmente forte e indipendente".
Con sua grande sorpresa, la Davis ha trovato un collaboratore prezioso in Taylor Hackford. "Taylor ha una caratteristica molto rara negli uomini: è un osservatore attentissimo" afferma la costumista. "Si trattasse pure di un paio di calzini o di una borsetta, sapeva esattamente cosa andava bene e cosa invece non funzionava. Lavorare con lui è stata per me un'esperienza molto istruttiva".
Il trucco ha svolto un ruolo fondamentale nella creazione del look degli interpreti di RAY. Ovviamente è stato un fattore di fondamentale importanza per la trasformazione di Jamie Foxx in Ray Charles. Oltre alle lunghe sedute di trucco quotidiane, l'attore si è sottoposto anche all'applicazione di scomode protesi agli occhi, che poi portava per dodici ore al giorno. LaLette Littlejohn, responsabile del trucco, spiega: "Ray Charles teneva un occhio praticamente chiuso e l'altro aperto. Per questo Jamie è stato costretto a tenere l'occhio destro incollato e quello sinistro parzialmente chiuso, cosa niente affatto facile. Anzi, c'erano persino dei momenti in cui perdeva l'equilibrio. Questo però lo ha aiutato a percepire in maniera completamente diversa i movimenti del suo corpo, e ha rappresentato un elemento in più nel suo sforzo di trasformarsi in Ray Charles."
I produttori erano convinti che lo stile visivo del racconto dovesse riecheggiare non solo i ritmi della musica del grande artista, ma anche, per citare le parole del premio Oscar per il montaggio Paul Hirsch, "alcuni dei temi e dei sentimenti che non è facile esprimere con le parole". Hirsch prosegue: "RAY ci ha dato l'opportunità di adottare un linguaggio visivo poetico, con immagini suggestive dei cosiddetti alberi 'bottiglia' e dei ricordi del piccolo Ray che non aveva ancora perduto la vista. Ciò che il pubblico vedrà sullo schermo era già nella sceneggiatura; l'intreccio di canzoni e scene è deliberato. E non si tratta di una scelta maturata in sala montaggio, era stata programmata ancor prima di iniziare le riprese. Credo di poter dire che abbiamo utilizzato le dissolvenze in apertura e in chiusura più spesso di quanto non si veda nei film moderni. In molti casi, la dissolvenza in chiusura compare poco dopo l'inizio della scena, con le voci che si sentono nell'oscurità, proprio per dare la sensazione della cecità".
Poiché il film è stato girato quasi del tutto dal vero, Hirsch non ha avuto modo di vedere i giornalieri. Il regista gli ha inviato il materiale solo in un secondo tempo (i due sono alla prima collaborazione). Hirsch spiega: "Taylor mi ha lasciato ampia liberta di manovra sin dall'inizio. Gli avevo chiesto in che modo preferisse girare e ho scoperto che lui appartiene a quel genere di registi che hanno le idee molto chiare sul da farsi e lavorano senza fermarsi fino a quando non hanno raggiunto il loro obiettivo. Da questo ho dedotto che avrei trovato l'inquadratura migliore nelle ultime riprese. D'altra parte, Taylor aveva scopi specifici per ogni scena e non è stato difficile individuarli. Nel mio lavoro sono solito fare un primo tentativo di montaggio che poi mostro al regista. Successivamente, lavoro insieme a lui per apportare le modifiche dettate dalla sua sensibilità".
"In realtà, si ha una sola possibilità di vedere un film per la prima volta" prosegue il montatore. "Per questo mi sforzo di fare in modo che questa esperienza sia piacevole per il regista, presentandogli un montaggio il più preciso possibile. Miro a qualcosa di meglio di un semplice premontaggio e così, per esempio, se penso che una scena abbia bisogno di un accompagnamento musicale, aggiungo qualcosa di mia iniziativa. Ovviamente questo non è stato necessario per RAY".
Hirsch ha consegnato il suo montaggio ad Hackford quattro settimane dopo la fine delle riprese. Dopo averlo visto insieme, i due hanno trascorso mesi in sala montaggio per rifinire il lavoro. Hirsch precisa che, poiché (all'inizio) il film era una produzione indipendente, "Taylor e io abbiamo lavorato da soli e abbiamo montato il film senza pressioni esterne. Per quel che mi concerne, quella è la situazione ideale per lavorare".
"Paul è entrato nel progetto piuttosto tardi" afferma Hackford, "circa un mese dopo l'inizio delle riprese, il che è piuttosto insolito. Non avevo mai lavorato con lui e l'avevo scelto per il suo curriculum, che comprende film davvero importanti. Paul mi ha raggiunto a New Orleans e abbiamo passato l'intero week-end a parlare della mia visione del film. Poi lui è tornato a Los Angeles e ha iniziato a montare. Quando, tre mesi dopo, mi sono seduto in sala per visionare ciò che aveva realizzato ero piuttosto agitato, ma già dopo pochi minuti mi sono rilassato, aveva fatto un lavoro straordinario! È incredibile come sia riuscito a cogliere esattamente il mio punto di vista. Lavorare insieme a lui nei mesi successivi è stata un'esperienza davvero piacevole".
 
E finalmente la musica


La musica era ovviamente un elemento imprescindibile per raccontare la storia di Ray Charles ed è per questo motivo che Taylor Hackford ha deciso di descrivere le emozioni e gli avvenimenti della sua vita attraverso la forza evocativa delle sue canzoni. Sin dal primo momento, Hackford aveva preparato un elenco dei brani che non potevano mancare nel suo film. Eccone alcuni:

o I Got a Woman: la canzone che ha lanciato Ray Charles verso il successo e ha cambiato il futuro della musica, mescolando la sacralità del gospel con la profanità del R&B e dando vita a un nuovo genere, il "soul". Entrata nelle classifiche di R&B nel 1955, la canzone attirò subito l'attenzione di Elvis Presley e suscitò molte polemiche perché l'uso dei fraseggi gospel per esprimere il desiderio fu considerato blasfemo.

o Drown in My Own Tears: successo del 1956, che in origine Henry Glover aveva scritto per la cantante Lula Reed. La versione spiritual in battere di Ray Charles possiede una forza di penetrazione che l'ha resa un classico.

o What'd I Say: per molti appassionati, questo successo del 1959 - con Ray alle tastiere e il cantato così sofferto e sensuale - rappresenta il vero sound di Ray Charles. La canzone fu censurata da alcune emittenti radiofoniche, ma nel 2003 la Biblioteca del Congresso ha deciso di conservarla, considerandola una delle più importanti della storia della musica americana.

o Georgia on My Mind: questo standard di Hoagy Carmichael è stato il primo brano di Ray Charles a salire in vetta alle classifiche di musica pop e, anni dopo, è diventato canzone ufficiale dello stato della Georgia. Rappresenta un momento di svolta nella carriera di Ray Charles, per il coro sensuale e l'orchestra d'archi che sostituirono le Raelettes come accompagnamento della sua voce morbida e carezzevole.

o Hit the Road Jack: grandissimo successo in tutte le classifiche di vendita del 1961, questa canzone mette in luce il talento di Margie Hendricks, la cui voce penetra dritta nel cuore mentre implora il suo uomo di andarsene per sempre.

o Unchain My Heart: brano funky, pieno di sentimento, che racconta di un uomo che prega di essere liberato da una storia d'amore unilaterale. È caratterizzata da ritmi latini, dal famoso coro delle Raelettes e dai suggestivi effetti vocali di Ray Charles.

o I Can't Stop Loving You: Charles volle aggiungere il suo tocco soul a questo classico della musica country, che venne pubblicato come singolo tratto dall'album Modern Sounds in Country & Western. La ballata rimase in testa alle classifiche di R& per 10 settimane consecutive, vendendo più di un milione di copie.

Taylor Hackford afferma: "Dal punto di vista musicale, RAY ha rappresentato un lavoro piuttosto impegnativo. Abbiamo inserito circa quaranta canzoni nel film, utilizzandole per raccontare una storia e per creare la giusta atmosfera attorno ad essa. Ogni canzone è associata all'emozione e all'avvenimento raccontato nella scena".
Per riuscire a ricreare la straordinaria vitalità e l'energia elettrizzante della musica di Ray Charles, Hackford si è avvalso della collaborazione del supervisore alle musiche Curt Sobel, attratto dall'importanza e dall'ampiezza di visione del progetto. "Sono convinto che Ray Charles abbia svolto un ruolo fondamentale nella storia della cultura del Novecento" afferma Sobel. "È stato il primo musicista a contaminare i generi, prendendo il meglio della musica country, il sentimento del gospel, la gioia del boogie-woogie, la profondità del blues per creare qualcosa di assolutamente unico".
Sobel ha quindi avuto libero accesso alle centinaia di incisioni di Ray Charles ma ha avuto anche il privilegio di lavorare con lo stesso Ray Charles per riprodurre le sue prime incisioni, collaborando con un gruppo di musicisti di New Orleans che si sono prestati con entusiasmo a fingere di essere i componenti delle sue prime band. Completato il lavoro, Jamie Foxx ha provveduto alla sincronizzazione labiale delle esecuzioni - senza dimenticare il suo modo appassionato di suonare e il caratteristico dondolio - per rappresentare l'artista da giovane. E anche se Foxx ha un grande talento musicale e, a detta di tutti, era in grado di imitare bene la voce di Charles, Sobel spiega: "Ray Charles era comunque troppo grande per non farlo cantare quando ne avevamo la possibilità".
Per Sobel, lavorare con Charles è stato come realizzare un sogno. "È stata un'esperienza incredibile, molto emozionante" afferma. "In studio si comportava sempre come un gentiluomo ed è stato interessante vederlo lavorare con tanta professionalità con i musicisti. Avevamo registrato su un CD alcune canzoni che volevamo che lui incidesse. Ray le ha ascoltate per un minuto o poco più, poi è entrato in studio e ha iniziato a suonarle al pianoforte. Era un musicista fenomenale e siamo stati davvero fortunati che abbia voluto collaborare al progetto".
Sobel ha persino girato un video di Charles che suonava il piano in modo che Foxx potesse imitare i movimenti delle sue mani. Col proseguire delle riprese Sobel era sempre più stupito del lavoro svolto da Foxx. "A volte avresti scommesso di aver visto proprio Ray Charles in quella stanza " osserva. "Tra l'altro, Jamie suona benissimo il pianoforte e ha imparato delle parti molti difficili. Non credo che un altro attore avrebbe potuto interpretare questo ruolo in maniera altrettanto completa".
Hackford ha voluto affidare l'incarico di comporre la colonna sonora del film a un musicista che amasse e conoscesse ogni genere di musica, dall'impeto di una canzone pop alle suggestioni di un'orchestra d'archi. Ha scelto il versatile compositore scozzese Craig Armstrong, celebre per gli innovativi arrangiamenti di Moulin Rouge!, per il suo lavoro con artisti come Madonna, gli U2 e i Massive Attack, e per le sue composizioni classiche sempre applaudite dalla critica. "Il film trae forza dalla musica di Ray Charles, ma secondo noi la colonna sonora doveva mettere in risalto il mondo interiore di un uomo che era riuscito a lasciarsi alle spalle anni di terribili sofferenze" spiega Hackford. "Craig ha composto delle musiche ispirate da Ray Charles che tuttavia fungono da contrasto con le sue melodie senza tempo".
In definitiva, Hackford è molto contento del fatto che tanti artisti e professionisti abbiano lavorato con entusiasmo al suo film. "Sono soddisfatto, soprattutto perché ogni elemento del film - la musica, le scenografie, le interpretazioni - è fresco ed emozionante. Gli attori e la troupe non hanno considerato il film come uno sguardo sul passato, ma sono riusciti davvero a ricostruire la storia di un uomo che ha avviato una rivoluzione… che esercita ancora il suo effetto sugli artisti che saranno protagonisti in futuro".
Universal Pictures e Bristol Bay Productions presentano una produzione Anvil Films Production, in collaborazione con Baldwin Entertainment: Jamie Foxx in RAY, interpretato da Kerry Washington, Clifton Powell, Harry Lennix, Terrence Dashon Howard, Larenz Tate, Richard Schiff e Regina King. Casting di Nancy Klopper, C.S.A; costumi di Sharen Davis. Curt Sobel è il supervisore alle musiche; la colonna sonora è stata composta da Craig Armstrong. Le incisioni originali e nuove sono di Ray Charles. Montaggio a cura di Paul Hirsch; le scenografie sono di Stephen Altman. Pawel Edelman è il direttore della fotografia. Il film è prodotto da Barbara A. Hall e coprodotto da Ray Charles Robinson, Jr., Alise Benjamin e Nick Morton. William J. Immerman e Jaime Rucker King sono i produttori esecutivi. RAY è prodotto da Taylor Hackford, Stuart Benjamin, Howard Baldwin e Karen Baldwin. Il soggetto è di Taylor Hackford e James L. White, la sceneggiatura è stata scritta da James L. White. La regia è di Taylor Hackford. © 2004 Universal Studios.
www.raymovie.com

Biografia di RAY CHARLES
23 settembre 1930 Ray Charles Robinson nasce ad Albany, in Georgia.
1937 Un anno dopo la morte del fratello per annegamento, Ray Charles perde la vista.
1948   Ray lascia il sud diretto nella vivace Seattle.
1949  Esordisce in classifica con "Confession Blues" della Swingtime Records.
1952   Firma un contratto con la Atlantic Records.
1955 "I Got a Woman" raggiunge il secondo posto nelle classifiche R&B.
1956 "Drown In My Own Tears" è il suo primo brano di R&B che raggiunge la vetta delle classifiche.
1959   Lascia la Atlantic Records per la ABC Paramount.
1960  "Georgia on My Mind" va in testa alle classifiche di musica pop e gli vale il primo Grammy Award.
1960 L'album d'esordio con la ABC, The Genius Hits the Road, entra nella classifica dei Top Ten.
1962 Modern Sounds in Country & Western Music va in testa alle classifiche di vendita.
1966 Viene arrestato per possesso di eroina e successivamente ricoverato in un centro di disintossicazione.
1979 "Georgia on My Mind" viene dichiarata canzone ufficiale dell stato della Georgia.
1986   Ray Charles viene inducted nella Rock and Roll Hall of Fame.
1987   Premio Grammy alla carriera .
1994 Vince il dodicesimo Grammy della sua carriera (per "A Song for You").
2003  La Biblioteca del Congresso sceglie "What'd I Say" come una delle incisioni più importanti della storia della musica americana.
11 giugno 2004  Ray Charles muore a 73 anni.

postato da: cinemotore alle ore 12:05 | Permalink |
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giovedì, 06 gennaio 2005

 

 

THE AVIATOR

 

Foto Pietro Coccia  - Credits : cInemotore

 

SI RINGRAZIA LO STUDIO LUCHERINI PIGNATELLI

 

CHI ERA HOWARD HUGHES?


HOWARD HUGHES LA VITA E L'EPOCA

Nato nel 1905 a Houston, Texas, era l'unico figlio di Howard Robard Hughes, un cercatore di petrolio che fece fortuna brevettando un nuovo sistema di trivellazione, e un'ereditiera di Dallas, Allene Gano Hughes, che insegnò a Howard a non socializzare con gli altri, perché sarebbe stato contagiato da germi portatori di malattie. Ironia della sorte, nell'infanzia fu colpito da una malattia che lo privò di parte dell'udito e da allora, per tutta la vita, soffrì di un continuo ronzio alle orecchie.

Howard si dimostrò subito un genio in matematica e ingegneria meccanica e a soli 11 anni aveva già costruito la prima postazione radio di Houston.

A 14 anni, Howard iniziò a prendere lezioni di volo che fu la passione della sua vita. Fin da bambino diceva che voleva diventare il miglior pilota del mondo, il miglior regista del mondo e l'uomo più ricco del mondo e rimase infatti ossessionato dal volo, dal cinema e dalla ricchezza per tutta la vita.

Nel 1922 morì la madre Allene e nel 1924 il padre. A 18 anni Howard era orfano. Ereditò una fortuna stimata circa un milione di dollari.

Nel 1925 lottò per il controllo della compagnia del padre, la Hughes Tool. Non aveva ancora 21 anni e dovette rivolgersi al tribunale per essere dichiarato adulto. Vinta la causa, divenne proprietario della compagnia, ma non volle gestirla, perché decise di fare carriera a Hollywood.

Verso la fine degli anni '20, lavorò all'epico "Angeli dell'inferno", acquistando la più grande linea aerea durante la realizzazione del film. Nel corso delle riprese, Hughes eseguì personalmente le scene più pericolose e precipitando con il suo aereo si fratturò lo zigomo. Alla ricerca della perfezione, alla fine della produzione decise di girare di nuovo il film, per adeguarlo alla nuova tecnologia del sonoro. Il film costò 3,8 milioni di dollari, un miracolo dopo il crollo della Borsa del 1929.

"Angeli dell'inferno" uscì nel 1930, durante la grande depressione, superò tutti i record di incassi e trasformò in una star l'attrice Jean Harlow. In seguito girò "The Age For Love", "The Front Page", "Cock of the Air", il leggendario "Scarface" e "The Sky Devils".

Amante dell'aviazione e convinto che fosse l'industria del futuro, nel 1932 Hughes fondò la Hughes Aircraft e assunse i migliori ingegneri del paese per migliorare l'efficienza e la velocità dei suoi aerei.

Nel 1935 Hughes ottenne un nuovo record di velocità, volando a 352 miglia orarie con l'H-1 che aveva lui stesso progettato. L'anno seguente ottenne un altro record, questa volta coprendo la distanza tra Los Angeles e New Jersey in 9 ore e 27 minuti.

Uno dei voli più famosi di Hughes fu quello del luglio 1938, quando compì il giro del mondo in 3 giorni, 19 ore e 17 minuti. Tornato a Manhattan, venne festeggiato da una parata a Broadway.

Alla fine degli anni '30 e nei primi anni '40, Hughes divenne una leggenda di Hollywood, ebbe relazioni con le attrici più famose di allora, Bette Davis, Ginger Rogers, Rita Hayworth e con Katharine Hepburn, forse la più importante, cui rimase legato tre anni, e Ava Gardner, con cui ebbe una tumultuosa relazione ventennale.

Nel 1939 acquistò il pacchetto di maggioranza della TWA e stipulò un accordo con la Lockheed, chiedendo ai suoi ingegneri di progettare segretamente un aereo che superasse tutti gli altri come prestazioni e comfort. Ne risultò il Constellation, un grande successo per oltre dieci anni.

Durante la Seconda Guerra mondiale, Howard Hughes tentò di far diventare la Hughes Aircraft il maggior fornitore governativo, ma non ebbe successo.

Alla metà degli anni '40, come contributo allo sforzo bellico, Hughes progettò di costruire l'aereo più grande della storia, fatto quasi interamente di legno. Chiamato Hercules da Hughes, venne deriso dai detrattori.

Nel 1943 Hughes produsse e diresse "The Outlaw", un western con Jane Russell, il cui audace reggiseno push-up provocò polemiche e censure.

Nel 1944 si sparse la voce che Hughes avesse sofferto il primo crollo psichico, evidenziando i primi sintomi di quel disturbo che ora si chiama disordine ossessivo-compulsivo.

Nel 1946 Hughes precipitò con il suo XF-11 sperimentale su un'abitazione di Beverly Hills, riportando ferite gravissime che lo afflissero per il resto della vita.

Nel 1947 il senatore Owen Brewster del comitato di inchiesta sulla guerra, amico intimo del rivale di Hughes, Juan Trippe, proprietario della Pan Am, annunciò che Hughes era indagato per corruzione. Ma Hughes si difese rivelando che Brewster, infrangendo la legge, gli aveva chiesto di unirsi alla Pan Am per evitare guai, quindi il comitato ritirò l'accusa.

Nel 1947 Hughes si mise ai comandi dell'Hercules per l'unico volo dimostrativo dell'aereo, che ancora oggi mantiene il record della maggior apertura alare.

Nel 1953 Howard Hughes fondò l'Howard Hughes Medical Institute, una delle istituzioni mediche no-profit più grandi degli Stati Uniti.

Rendendosi conto dell'arrivo dell'era dei jet, nel 1956 Hughes e la TWA acquistarono una flotta di Boeing 707.

Nel 1958 concesse la sua ultima intervista e dopo di allora evitò la stampa.

Nel 1961 Hughes fondò Hughes Spaces and Communications, per la produzione di satelliti commerciali, compreso il Syncom.

Nel 1966 Hughes vendette la TWA per 546 milioni di dollari e si trasferì a Las Vegas, dove si occupò di hotel, casino e terreni. Si iniziò a parlare molto delle sue stranezze e quando il Desert Inn, in cui risiedeva, cercò di sfrattarlo, lui semplicemente lo acquistò e continuò a vivere in quelle stanze come un recluso.

Hughes venne accolto nella Aviation Hall of Fame nel 1973, ma era troppo malato e non partecipò alla cerimonia.

Howard Hughes morì nell'aprile del 1976 a bordo di un aereo in volo da Acapulco, lasciando una fortuna stimata 360 milioni di dollari. Era diventato così irriconoscibile che il medico legale fu costretto a basarsi sulle impronte digitali per dichiararne la morte.


 

 

IL DESIGN DEL FILM


Howard Hughes si è mosso all'interno delle due industrie americane più dinamiche e intriganti nel loro momento magico: l'aviazione civile e Hollywood. Per ricreare quel mondo in "THE AVIATOR", Martin Scorsese ha lavorato con una grande troupe perfettamente consapevole dell'importanza della precisione del design e della verosimiglianza.
Anche se Scorsese è conosciuto per l'impatto visivo dei suoi film, forse "THE AVIATOR" è il suo lavoro più ambizioso visivamente, che ha richiesto maestria tecnica ad ogni livello. Fin dall'inizio, gran parte della visione d'insieme è derivata dalla decisione di Scorsese di ricreare lo straordinario look cinematografico degli anni '20, '30 e '40. Usando la tecnologia digitale, Scorsese ha modificato leggermente il tono dei colori e lo stile accompagnando la trasformazione di Howard Hughes da cineasta indipendente degli anni '20 a icona americana degli anni '50.
Seguendo il suo solito stile di lavoro, Scorsese ha prima visualizzato tutte le scene del film, compresi gli angoli della macchina da presa, poi si è affidato al suo team perché questo si trasformasse in realtà. Robert Richardson spiega: "Marty arriva sul set sapendo esattamente ciò che vuole. Sa gli angoli, i movimenti di macchina, perfino i formati degli obiettivi. E nello stesso tempo è sempre disponibile a discutere su come ottenere quello che vuole e operare cambiamenti, se necessario".
Per questo film, Scorsese ha creato un'estetica che unisce scene grandiose e intime. "Per le scene come quella del disastro dell'aereo XF-11, abbiamo usato molto contrasto", afferma Richardson. "L'oscurità è fitta e le zone di luce lampeggiano. Le fiamme aggiungono vibrazioni che avvolgono tutto lo schermo. Ma per altre scene, come quelle in cui Hughes è con Katharine Hepburn, abbiamo creato un'atmosfera diversa. La luce è più controllata, morbida".
Aggiunge: "Per Marty è molto importante che nel film si vedano gli occhi del personaggio, perché crede che le emozioni si esprimano con gli occhi, quindi qualsiasi luce ci fosse, dovevo ricordarmi degli occhi".
Insieme a Richardson lo scenografo Dante Ferretti, da lungo tempo collaboratore di Scorsese. Feretti ha avuto il compito non facile di progettare le location di allora per ricreare l'ambiente fisico che circondava Hughes, dai set cinematografici alle sue residenze fino agli hangar dei suoi aerei sperimentali, tutto in un epoca in cui imperava lo stile art deco. "Dante ha creato i set più grandi e autentici che si possano immaginare", dice il produttore Graham King. "E' un tale perfezionista che ogni dettaglio è assolutamente adeguato".
Fra i set più belli di Ferretti c'è quello del favoloso nightclub The Cocoanut Grove di Hollywood, che Hughes ha frequentato per vent'anni, completo di ballerine volteggianti su altalene appese al soffitto. Il locale era famoso per l'arredamento rococo in stile marocchino e per le tante palme (che si diceva fossero arrivate dal set di "Il figlio dello sceicco" con Rodolfo Valentino) e i musicisti che si esibivano. Per Howard Hughes il nightclub era il luogo in cui trattava gli affari e in cui aveva incontri romantici, un rifugio e una garconniere.
Per ricostruire il locale, Dante Ferretti ha studiato tutto il materiale iconografico a disposizione e ha visitato il luogo in cui sorgeva, che ora è l'ex Ambassador Hotel. "Abbiamo costruito il set in quattro settimane, lavorando 24 ore su 24", spiega Ferretti. "E' una riproduzione accurata dell'originale, forse appena più piccolo. Siamo andati anche all'Ambassador Hotel per vedere il sito originale e prendere alcune misure. Il set era uguale all'originale, ma con alcuni aspetti di flessibilità, per permettere a Marty di muovere la macchina da presa come voleva. Nel corso del film alcuni dettagli cambiano per indicare il tempo che passa, il colore delle pareti, qualche mobile, portacenere e tovaglie, ma l'essenza rimane la stessa".
Leonardo DiCaprio ha una bel ricordo di una scena al Cocoanut Grove: "Sono gli anni '20 e Howard è arrivato per conquistare Hollywood. La mia testa entra nell'inquadratura, c'è completa oscurità di fronte e dietro di me e improvvisamente si accendono tutte le luci della sala e il mondo prende vita, una scena fenomenale, le ragazze dondolano sull'altalena, la band inizia a suonare, i camerieri portano vassoi pieni di fagiani, la gente balla e si ubriaca, un'intera società sta festeggiando, e questo giovane magnate dell'industria inizia a imporsi. Per me non c'è niente che possa paragonarsi all'entrare in un nightclub con una ripresa fantastica come quella di Martin Scorsese".
Il team delle scenografie ha ricostruito altri due set molto importanti per conoscere Howard Hughes: la casa di Hancock Park in Muirfield Road, in cui viveva negli anni della sua relazione con Katharine Hepburn e l'ufficio e la sala di proiezione in 7000 Romaine, il luogo in cui si rifugiava. Francesca Lo Schiavo, collaboratrice da anni di Dante Ferretti, ha arredato la casa di Hughes con mobili scelti uno a uno e preziosi oggetti d'arte.
"Doveva essere tutto perfetto, autentico. Howard era uno degli uomini più ricchi d'America e non potevamo arredare la sua casa e il suo ufficio con materiale di scena", spiega Lo Schiavo. "Dovevano essere pezzi autentici e quindi ho lavorato tre mesi a Los Angeles per trovare gli oggetti, i mobili, i dipinti e le stoffe adatti allo stile Spanish Revival di cui si circondava Howard".
Anche l'ingresso del Grauman's Chinese Theatre, dove si tenne l'affollata anteprima di "Angeli dell'inferno" è stata ricostruita in teatro da Ferretti.
Per il set di "Angeli dell'inferno", Ferretti e la sua troupe si sono trasferiti a Santa Clarita, dove, su una striscia di deserto chiamato Mystery Mesa, hanno ricostruito un vero set degli anni '20, con una colorata serie di vecchi biplani forniti da Craig Hosking, il coordinatore degli aerei di "THE AVIATOR" e dal suo assistente Matt Sparrow.
"In tutto abbiamo fornito a Marty quattordici aerei, sette Fokker D-VII con le insegne dell'esercito tedesco, e sette SE-V inglesi per gli alleati", spiega Hosking. "Solo alcuni erano in grado di volare, ma erano tutti autentici. Marty voleva che fossero realistici, e lo erano".
A Hollywood la produzione ha girato nella Sowden House, sulla Franklin Avenue, le riprese della casa di Ava Gardner, al Grauman's Chinese Theatre sull'Hollywood Boulevard, al 211 di Muirfield Road, la residenza di Howard, ora di proprietà dall'agente della Creative Artists Agency Bob Bookman e della sua famiglia, e al Wilshire Country Club, che confina con la casa di Muirfield Road. La scena in cui Howard e Katharine si incontrano per la prima volta su un campo da golf è stata girata al Woodland Hills Golf Club.
La produzione ha girato sulla Queen Mary le scene di due feste, quella per l'uscita di "Angeli dell'inferno" e quella in cui Howard annuncia la costruzione dell'aereo più grande del mondo. Sempre a Los Angeles sono state fatte le riprese dell'incidente aereo e c'erano persone che ancora ricordavano l'avvenimento.
Per ricreare quell'atmosfera di glamour sono stati fondamentali anche i costumi. La costumista Sandy Powell è stata affascinata dall'idea di poter indagare sul mito di Howard Hughes, per conoscere meglio l'uomo. "Mi interessava molto esplorare gli aspetti contrastanti di Hughes, era parte del mondo eccentrico e privo di inibizioni di Hollywood, ma era anche legato di una società molto chiusa, quella dei magnati dell'industria, e poi aveva un suo lato privato", dice. "La sfida era quella di bilanciare tutto questo nel suo look, con abiti che fossero nel contempo di ottimo taglio, ma semplici".
Powell continua: "Il cambiamento degli abiti di Howard nel corso del tempo è rivelatore. All'inizio è un giovane uomo che veste molto bene, gli abiti sono fatti a Savile Row, poi non si interessa più di come appare, anche se gli abiti sono sempre costosi. Poi Katharine Hepburn lo lascia e lui va in pezzi, brucia tutto ciò che possiede e prende a indossare abiti di Sears Roebuck. In un certo momento della sua vita ha solo due completi: uno chiaro e uno scuro. I suoi abiti si trasformano insieme a lui".
Prima di occuparsi dei dettagli, Powell ha sfogliato pagine su pagine di foto d'archivio. "L'aspetto interessante è che le foto erano tutte in bianco e nero ed io dovevo immaginare quali colori e quali stoffe sarebbero andati bene per i nostri attori", dice.
Per scegliere i colori giusti, Powell ha seguito l'evoluzione del look del film, che va dal Technicolor a due negativi bianco e nero al più moderno colore. "E' stato interessante dover pensare come un costumista degli anni '20 e '30", fa notare. "Allora dominavano due sfumature, rosso e verde, il che significa che se si usava il blu questo tendeva a diventare verde, quindi non lo si usava e anche noi l'abbiamo evitato per quelle prime scene. Per la scena di Katharine Hepburn al Cocoanut Grove del 1935 ho scelto un abito dorato, ma essendo girato per il processo Technicolor viene più rosato, e sembra di satin. Per la scena al Pantages e l'azione che segue subito dopo, ho disegnato un abito giallo per Kate, un colore difficile, che però appare virato al verde. Ma credo che funzioni bene".
Powell si è ispirata ai film dell'epoca del Technicolor. "Durante la preproduzione, Marty ci ha fatto vedere "Femmina folle" con Gene Tierney, girato in Technicolor con tre negativi bianco e nero, che sfrutta appieno il processo, tutto è fiammeggiante", dice. "Sono stata colpita da una scena in particolare, in cui Tierney indossa un costume turchese con un bordo rosso. Si volta verso la macchina da presa e il colore del rossetto è perfettamente uguale a quello del bordo e quello degli occhi uguale a quello del costume. Poi si sdraia su un divano turchese con delle grandi rose rosse. E' un momento fantastico, il trionfo del Technicolor e l'ho tenuto presente quando ho disegnato i vestiti per Kate Beckinsale, che interpreta Ava Gardner. In un negozio di stoffe di New York ho trovato una magnifica stoffa turchese, con cui ho creato un soprabito, mentre con un taglio rosso sangue ho preparato un abito per Ava. E' stato un omaggio a Gene Tierney".
Altri tocchi di autenticità sono stati aggiunti dalle musiche. Martin Scorsese ha lavorato a stretto contatto con il supervisore delle musiche Randy Poster e con il compositore premio Oscar Howard Shore, che ha scritto la colonna sonora.
"Marty conosce benissimo la musica di quegli anni e insieme abbiamo riascoltato le band di allora, definendo per ogni decennio la sonorità di ciascun strumento", dice Poster. "Fortunatamente il nostro band leader Vince Giordano e i suoi musicisti erano preparatissimi e sono riusciti a creare qualcosa di speciale, unico, perché conoscono la dinamica della musica e l'essenza del suono. Passando dagli anni '20 ai '30 ai '40 i cambiamenti sono molto sottili, ma il pubblico ne verrà colpito".
Con la band appaiono il cantante pop Rufus Wainwright, con "I'll Build A Stairway to Paradise" di George e Ira Gershwin, la sorella di Rufus, Martha, con "I'll be Seeing You" di Sammy Fain e Irving Kahal, e il padre, il famoso cantante pop Loudon Wainwright, con "After You've Gone", di Harry Creamer/Turner Layton.

    

IL CASTING


Leonardo DiCaprio è stato affascinato da Howard Hughes quando, dieci anni fa, ha letto una sua biografia e ha voluto interpretarlo a tutti i costi, diventando anche produttore esecutivo del film. Eppure, anche quando il progetto di "THE AVIATOR" ha iniziato a diventare realtà, DiCaprio era ancora intimidito dalla grandezza del personaggio, un uomo contraddittorio, al contempo galante e maledetto, visionario e folle, simbolo di enorme ricchezza ed eccentricità. "Molti conoscono il personaggio e già questo incute timore", dice DiCaprio. "Ed io devo risultare il più autentico possibile".
Per ottenere questa autenticità l'attore ha vissuto come Howard Hughes per mesi, leggendo biografie, ascoltando nastri, guardando vecchi film, e arrivando anche a prendere lezioni di volo. Studiando il personaggio, DiCaprio ha sentito di condividere alcuni elementi della vita di Hughes, in particolare l'essere una celebrità e quindi un obiettivo dei media. "Malgrado la sua ambizione, aveva bisogno di stare solo, ed è una cosa che capisco perfettamente".
Soprattutto DiCaprio pensa che Hughes rappresenti quella personalità avventurosa, amante del rischio, leggermente insana, che tende ad avere un impatto forte sul mondo. "Era un uomo molto complicato, ma la sola cosa che puoi dire di lui è che osava ciò che ai suoi tempi appariva impossibile", dice. "Amava l'aviazione e il cinema e ha lasciato il segno in tutti e due i mondi".
Eppure le scene cui DiCaprio è più legato sono quelle in cui Hughes è nudo e solo con le sue paure. "Per me i momenti migliori sono stati quando Howard Hughes è isolato dal mondo, e Scorsese ed io lavoravamo cercando di andare sempre più a fondo", dice. "Sono i ricordi più belli che ho del film".
Il produttore Graham King è stato colpito dall'interpretazione di DiCaprio. "Non era solo un attore che interpretava un normale ruolo, c'erano passione e emozione in lui", dice King. "Ha vissuto questa sceneggiatura per tanti anni, e quando Leo parla di Howard, c'è una scintilla nei suoi occhi. Una volta sul set è straordinario vederlo trasformarsi in un vecchio preda dei suoi demoni".
King spiega che DiCaprio si è consultato con alcuni esperti di disordini ossessivo-compulsivi per capire meglio il disturbo che affliggeva Hughes, anche quando si impegnava nel cinema e nell'aviazione. "Leo ci ha regalato una performance straordinaria perché ha capito l'uomo e devo aggiungere che non ho mai visto un attore lavorare tanto come ha fatto ogni giorno Leo sul set di "THE AVIATOR"".
Accanto a DiCaprio un cast di attori di grande talento, come Cate Blanchett, voluta fortemente da Martin Scorsese per il ruolo di Katharine Hepburn, forse l'unico grande amore di Hughes. Non è la prima volta che Blanchett interpreta un personaggio reale, perché ha vinto un Golden Globe e ottenuto una candidatura agli Oscar con "Elizabeth", sulla vita della regina Elisabetta I.
"Una cosa è interpretare sullo schermo qualcuno che è esistito, di cui la gente ha un'immagine e considera un'icona, un'altra è interpretare un'attrice, utilizzando lo stesso mezzo di comunicazione che l'ha resa famosa", dice Blanchett. "La verità è che non credo che avrei avuto il coraggio di farlo se non con Martin Scorsese".
Continua: "Marty ed io abbiamo parlato molto. Non voleva un'imitazione, ma qualcosa di più profondo. Mi ha chiesto di osservare la sua gestualità sullo schermo, di cogliere la sua personalità e qualcosa della sua straordinaria energia".
"Devo dire che è stato divertente rivedere tutti i suoi film. Appartiene a un'epoca del cinema americano in cui le persone come lei, Bette Davis e Humphrey Bogart venivano ricordati per il modo in cui parlavano oltre che per come apparivano. La sua voce è così unica, ma io sono un'attrice e so che la voce che si usa per interpretare un ruolo è diversa dalla voce naturale, quindi ho studiato le interviste che ha concesso, in particolare quella a Dick Cavett del 1977, in cui ha una voce ancora giovane, che mi ha aiutato molto".
Blanchett si è anche chiesta cosa fosse scattato tra Hepburn e Hughes. "Howard e Katharine erano simili sotto molti aspetti", osserva. "Erano entrambi degli outsider, estremamente eccentrici, molto belli. Provenivano da ambienti diversi, ma possedevano tutti e due soldi sufficienti per liberarsi dai vincoli sociali. Anche se Katharine era positiva ed estroversa e Howard più tranquillo e introverso, credo che si vedessero piuttosto simili".
Il ruolo di Ava Gardner, la leggendaria dea dello schermo degli anni '40 con cui Howard ha una lunga relazione, è interpretato da Kate Beckinsale. L'attrice è stata felice di questo ruolo, quello di una donna famosa per il carattere di ferro. "Pare che Clark Gable abbia detto 'Oh, Ava Gardner è quel tipo che beve e bestemmia come un marinaio intrappolato nel corpo della donna più bella del mondo'. In altre parole era una ragazza formidabile, generosa e sincera, che sbagliava come tutti".
John C. Reilly, che ha interpretato "Gangs of New York" e ha avuto una candidatura agli Oscar nel 2002 come miglior attore non protagonista per "Chicago", ha un ruolo fondamentale, quello di Noah Dietrich, il responsabile finanziario della Hughes Aircraft, diventato anche uno degli amici più intimi del magnate. Il ruolo di Dietrich, l'uomo che teneva le redini della compagnia di Hughes in mezzo a tutto quel caos, ha intrigato l'attore. "Quando senti parlare di Hughes, del suo comportamento eccentrico e dei suoi piani grandiosi, capisci che deve esserci qualcuno dietro di lui che si occupa degli aspetti pratici. E quel qualcuno era Noah", dice l'attore.
Per il ruolo dell'antagonista di Hughes, Juan Trippe, il laureato a Yale proprietario della Pan Am, i realizzatori hanno voluto Alec Baldwin, candidato recentemente agli Oscar come miglior attore non protagonista per "The Cooler". Anche Baldwin ha trovato interessante il proprio personaggio, un uomo che, seppur infinitamente meno conosciuto di Hughes, è considerato uno dei maggiori artefici dello sviluppo dell'aviazione civile negli Stati Uniti. Baldwin era perfetto per il ruolo di un uomo dotato di un forte potere di persuasione e di grandi capacità.
"Trippe era un grande visionario", dice Baldwin. "Negli anni '20 e '30 ha avuto la lungimiranza di capire quale sarebbe stato il ruolo dell'aviazione civile". Sotto molti aspetti, Trippe era l'opposto di Hughes, mentre Howard era un texano individualista che è sempre stato fuori dal sistema, Trippe apparteneva all'elite della East Coast era ben appoggiato politicamente. Ma tutti e due avevano la stessa passione per il volo. "Credo che vedessero qualcosa di sé nell'altro, cosa che succede spesso fra i grandi rivali", osserva Baldwin.
Alan Alda si è unito al cast nel ruolo del senatore del Maine Owen Brewster, che tentò di mettere sotto inchiesta Howard Hughes, uscendone sconfitto. "E' stato un cast insolito", ammette Graham King, "ma Marty considera Alan un attore formidabile e infatti la sua performance è così intensa che riesci a sentire quanto sia corrotto".
Poi il candidato all'Oscar Jude Law interpreta Errol Flyn, il 'ragazzaccio' di Hollywood, la rock star Gwen Stefani (No Doubt) è Jean Harlow, la bomba sexy degli anni '30, che divenne una star con "Angeli dell'inferno", Matt Ross è Glenn Oderick, l'ingegnere capo della compagnia aerea di Hughes, Danny Huston è Jack Frye, il presidente della TWA, Jan Holm è un professore coinvolto negli exploit aerei, Adam Scott è il press agent Johnny Meyer e Kelly Garner è Faith Domergue, la bellezza quindicenne che Hughes vuole